mercoledì 29 ottobre 2008

Il fallimento degli Stati uniti? «Non è più solo un'ipotesi di scuola»

Il fallimento degli Stati uniti? «Non è più solo un'ipotesi di scuola»

di Parvus

Il Manifesto del 19/10/2008

L'euforia di borsa seguita agli interventi del G7 e dell'Unione Europea è durata poco. I listini di borsa sono di nuovo in profondo rosso, e la crisi sembra ormai avvitarsi in una spirale di svalutazioni patrimoniali, razionamento del credito e fallimenti. A questo punto anche la parola «recessione», a lungo bandita dalle cronache e tornata di prepotenza sui titoli dei giornali nelle ultime settimane, rischia di suonare eufemistica. Le dighe erette dagli stati si rivelano insufficienti contro la marea del debito. Anche perché è lecito il sospetto che le mirabolanti cifre stanziate siano un bluff. Un operatore di borsa che ha titoli bancari in portafoglio può essere felice di apprendere che il governo italiano pone a disposizione per ricapitalizzare banche in difficoltà sino a 20 miliardi di euro (la cifra è stata fatta filtrare ma non confermata ufficialmente). Ma può anche essere tentato di chiedersi dove diavolo potrebbero essere reperiti tutti questi soldi se servissero sul serio: soprattutto in un paese come l'Italia, dove il governo ha appena deciso di tagliare le spese destinate alla scuola di 3 miliardi di euro nei prossimi anni.
Anche ammesso che quelle cifre siano realmente disponibili, si apre un altro capitolo: la crescita del debito pubblico. A cominciare da quello degli Stati Uniti, per i quali l'ipotesi di un fallimento non è più solo un'ipotesi di scuola. Lo dice impietosamente il prezzo dei credit default swaps (cds), che coprono chi detiene obbligazioni dal rischio di fallimento dell'emittente. I cds sul debito Usa costano il doppio di quelli sul debito tedesco, perché il rischio di fallimento degli Usa è ritenuto due volte più probabile. In prospettiva, problemi simili a quelli degli Stati Uniti rischiano di averli diversi degli stati che lo scorso fine settimana si sono uniti nella Santa Alleanza contro la crisi finanziaria.
Ma ci sono anche paesi in cui il rischio di default è addirittura imminente. In Asia, Corea del Sud e Thailandia. Ma molti si trovano in Europa. Islanda, Ucraina e Ungheria hanno già chiesto l'aiuto del Fondo monetario internazionale. In Islanda il sistema dei pagamenti è praticamente bloccato, da quando il governo ha intrapreso misure d'emergenza a difesa della valuta locale (sono stati anche congelati i conti in valuta estera aperti nelle banche islandesi). In Ungheria, dove l'85% del mercato creditizio è nelle mani di sussidiarie di banche straniere, la Bce ha dovuto aprire una linea di credito di 5 miliardi per evitare il deflusso di euro. Ma più o meno tutti i paesi dell'Europa centrale e orientale si trovano in difficoltà. Destinatari di finanziamenti esteri per oltre 1.000 miliardi di dollari soltanto lo scorso anno (in buona parte procurati da banche dell'Europa occidentale quali Unicredit, Erste Bank e Swedbank), questi paesi hanno enormi deficit di bilancio, un credito interno in forte espansione e notevoli bolle immobiliari. Con casi limite come quello di Kiev, dove gli immobili per uffici sono affittati agli stessi prezzi di Londra. Non solo: in Polonia e Ungheria il 50% dei mutui sono stati contratti in valuta straniera (in genere euro), in Croazia addirittura il 75%. E una marcata svalutazione delle valute di questi paesi è già in atto. Questa settimana in Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Ucraina le cose sono andate molto male non soltanto per i listini azionari, ma anche per le valute locali: il fiorino ungherese, ad esempio, nella sola giornata di mercoledì ha perso oltre il 7% nei confronti dell'euro. Non diversa è la situazione dei paesi baltici. Per molti di questi paesi non sono da escludere scenari da crisi dell'Asia del 1997/8: rapido deflusso dei capitali stranieri, forte svalutazione, crisi economica più o meno generalizzata. Se questi rischi si materializzassero, sarebbe minacciata la convergenza delle monete locali verso l'euro e la stessa stabilità politica dell'Europa a 27 sarebbe sottoposta a forti tensioni. La debolezza dell'euro nelle ultime settimane ha verosimilmente anche questa origine. Lo storico spauracchio dell'Unione Europea - shock asimmetrici e differenziali tra le economie che si ampliano anziché ridursi - è già una realtà se confrontiamo i paesi della zona euro con quelli che ne sono fuori. È tutt'altro che escluso che la stessa situazione si riproponga anche all'interno dell'eurozona. Inutile dire che il candidato numero uno al ruolo di peggiore performer economico è l'Italia del cav. Berlusconi, completamente impallata e ormai gestita da un comitato d'affari di arroganza pari all'incapacità. Si pensi alle sparate contro il presunto pericolo rappresentato dai fondi sovrani per le imprese italiane, a un giorno di distanza dall'ingresso della Libia nel capitale di Unicredit (e a poche settimane dal viaggio di Berlusconi in Libia). «Il patriottismo», diceva Samuel Johnson, «è l'ultimo rifugio dei mascalzoni».

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