domenica 12 ottobre 2008

Garanzia dei conti a carico dello stato

Garanzia dei conti a carico dello stato

Francesco Piccioni

Il Manifesto del 09/10/2008

Il governo si è infine mosso. Per ultimo, come chi è a corto di idee proprie. E ricalcando quanto già fatto - e autorizzato - dai «colleghi» dell'Ecofin solo il giorno prima.
Scriviamo scontando il fatto che - alle 21,30 - siamo costretti a chiudere il giornale; prima, cioè, che le «indiscrezioni» ampiamente diffuse durante tutta la giornata di ieri diventassero ufficiali.
Alle 20 era stato annunciato un consiglio dei ministri straordinario per varare un decreto legge per «stabilizzare il sistema finanziario e tutelare il risparmio». A quell'ora, però, l'estensore materiale del provvedimento - il ministro dell'economia Giulio Tremonti - era salito al Quirinale per anticipare al presidente della Repubblica il contenuto del provvedimento. Una volta tanto non ci potevano esser dubbi sui requisiti di «necessità e urgenza». Il problema sta tutto nel contentuto, da scoprire domani.
In mattinata Tremonti aveva riunito i numeri uno dell'Abi (l'associazione delle banche), di Bankitalia e di Confindustria. Oggetto ovvio dell'incontro: che facciamo, a questo punto? Una riunione in flagrante conflitto di interessi (Bankitalia è formalmente posseduta pro-quota da numerose banche italiane, mentre molti industriali sono presenti nel pacchetto azionario delle banche e viceversa).
Da questo primo giro emergeva una sola certezza: la garanzia pubblica per i depositi bancari (i conti correnti) fino a 103mila euro. Per i correntisti non cambia molto. La misura era stata decisa all'indomani del crack Sindona (nell'87), affidata però a un fondo privato finanziato dalle stesse banche. I primi 20.000 euro erano esigibili immediatamente, mentre il resto poteva essere recuperato da lì a 12 mesi. Allora esistevano le «banche di interesse nazionale», di fatto statali; oggi, con la crisi esplosiva in atto, c'era il rischio che questo fondo potesse andare perso nei fallimenti di uno o più istituti rilevanti. La «protezione pubblica» introduce un elemento di garanzia in più. Ma era proprio il minimo della pena, per un governo. Il fondo stanziato - 20 miliardi - non è gigantesco. Più propagandistica che reale, infine, la promessa di una «garanzia illimitata» sui depositi. Non tanto per oggettivi limiti di impegno delle casse statali, quanto per la struttura stessa del risparmio italiano: chi mai tiene oltre 100mila euro «liquidi» nel proprio conto? Una parte sostanziale del risparmio, vogliamo dire, se ne va in bot o cct (ovvero in titoli emessi e garantiti dallo stato).
Quello inglese - le cui decisioni peraltro Tremonti dice di condividere - ha fatto ben altro, «entrando» nell'assetto azionario delle prime 8 banche del paese; se non una nazionalizzazione, certo qualcosa che le va vicino. Una mossa decisa, che mette la «leva del credito» in mano al governo; ma che perciò lo investe in prima persona, senza ipocrisie, della responsabilità della politica economica di quel paese.
Il centrodestra italiano non osa tanto. Non sappiamo se per timore di vedersi indicato come responsabile dei prossimi - sicuri - fallimenti; oppure se per semplice sottovalutazione della situazione. Vedremo. Di certo il neoliberismo è scomparso dalla scena in poche ore. L'Unione europea non considera più «illegittimi» gli aiuti di stato. Purché siano diretti alle banche, e non alle imprese industriali (strano criterio; e indifendibile, quando la crisi si sarà trasferita seriamente sull'economia reale).
Il cdm è stato comunque brevissimo (è lo stile del premier: non si deve discutere, solo approvare). Tra le novità rilevanti quella della possibilità, per il ministero del Tesoro, di comprare azioni privilegiate della banche, ma senza diritto di voto (senza perciò interferire con la governance della banca, anche quando questa dovesse risultare suicida). Per il resto Berlusconi si è prodotto nel solito spot «tranquillizzante», con uan raffica di sorrisi e di appelli tipo «italiani, state sereni», o «non c'è nessuna preoccupazione da avere», aggiunge. «Lo diciamo con totale serenità».
Viene da invidiare gli americani, che almeno hanno un ministro del tesoro, Henry Paulson, capce di dire loro almeno parte della verità: «ci saranno altri crac».

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