mercoledì 1 ottobre 2008

Pechino fa i conti e Washington trema

Pechino fa i conti e Washington trema

di Angela Pascucci

Il Manifesto del 25/09/2008

Equilibri politici e costo del dollaro

«La potenza politica di un paese è legata alla sua potenza finanziaria e la capacità di un debitore di proiettare la propria potenza militare dipende dal sostegno dei suoi creditori». È questo il sillogismo esposto nell'introduzione al rapporto "Sovereign Wealth and Sovereign Power" stilato dal Council of Foreign Relations Usa, che lo sostanzia con un esempio storico illuminante. Negli anni '50, il nodo di Suez fu tagliato con decisione dagli Usa - allora il maggiore creditore della Gran Bretagna - che «convinsero» Londra a porre fine all'occupazione del Canale pena il venire meno del decisivo sostegno americano a un prestito del Fondo monetario necessario per evitare un crollo rovinoso della sterlina e la perdita delle riserve in oro e dollari. L'ultimatum degli Usa - che non gradivano politicamente l'occupazione di quell'area - ebbe il suo effetto e il prestito fu molto generoso. Corsi e ricorsi storici fanno oggi correre un brivido nella schiena dei governanti dei cosiddetti paesi sviluppati sempre più dipendenti, dopo l'ultimo cataclisma finanziario, da una massa di fondi sovrani, capitali di proprietà statale, che secondo stime del Fmi, si aggirano oggi fra i 2000 e i 3000 miliardi di dollari, ma entro il 2012 supereranno probabilmente i 10mila miliardi. E se negli anni '50 Usa e Gran Bretagna affermavano di stare dalla stessa parte della barricata, e ricorrevano a simili ricatti politici, ragiona il Council, figuriamoci che cosa potrebbe accadere oggi, quando l'acqua che fa stare a galla viene soprattutto da paesi come Cina, paesi del Golfo e Russia etichettati, a giorni alterni, come nemici. La nemesi è effettivamente terribile per chi la subisce. E si capisce l'attacco contro la Cina lanciato dal Financial Times che il 12 settembre scorso denunciava con grande rilievo e scandalo l'uso politico delle riserve cinesi, investite per «comprare» il Costa Rica affinché rompesse i rapporti diplomatici con Taiwan e raggiungesse la schiera dei paesi alleati della Repubblica popolare. Sarebbe questo lo «smoking gun», la prova che Pechino guarda ai suoi 1800 miliardi di dollari di riserve valutarie - le più grandi del mondo - come «strumento per far progredire la politica estera». Un motivo di allarme comprensibile per chi, come il Financial Times , è terrorizzato dalla prospettiva che la leva del comando esca dalle mani dei membri della propria tribù e il potere di imporre regole non sia più assoluto. Il breviario di riferimento del capitalismo mondiale non è il solo ad esprimere, da tempo, preoccupazione su come i paesi che accumulano riserve, considerati poco raccomandabili, possano usarle come armi improprie. Il terremoto di settembre si è probabilmente incaricato di mettere in prospettiva il fenomeno, inedito nella storia dell'economia mondiale, e mai come in questo momento la sete di liquidità fa sì che il denaro non abbia odore. Il settembre nero, con un salvataggio che apre un ulteriore buco da 700 miliardi di dollari nel debito pubblico americano, ha anche avvicinato la prospettiva delineata dal rapporto del Council of Foreign Affairs, spiegata da Joseph Halevi qui a fianco, di un indebolimento sostanziale della potenza e, in prospettiva, della sovranità Usa. Con grande realismo il Council adombra peraltro l'ipotesi che non necessariamente la spinta possa venire dalla cosiddetta «opzione nucleare» finanziaria, volta ad annientare il nemico. Potrebbero intervenire considerazioni oggettive di convenienza economica, legate anche alle situazioni politiche interne dei vari paesi. In definitiva la conquista del trofeo Costa Rica è una vittoria politica a tutti gli effetti che Pechino può mettere in bilancio alla voce attivi. Non si può dire lo stesso per gli oltre 500 miliardi di dollari investiti in Buoni del Tesoro e azioni di compagnie americane. Già in un rapporto sui Fondi sovrani cinesi, presentato in gennaio al Congresso dal Congressional Research Service (Crs) rilevava che nel 2007 la Cina era andata in rosso per la rivalutazione del 6% dello yuan a fronte di una rendita dei bond decennali Usa che oscilla tra il 4,5 e il 5%. La stessa performance del China Investment Corp (Cic) primo fondo ufficiale di investimento cinese, lanciato nel settembre 2007 con un capitale di 200 miliardi di dollari (tratti dalle riserve valutarie) non è stata brillante, soprattutto nella semina sul territorio Usa. L'investimento in Blackstone è stato pressoché fallimentare, con la perdita di metà del valore delle azioni. I 5 miliardi messi per acquisire il 9,9% della Morgan Stanley, uscita malandata dai gorghi della crisi dei subprime, non può essere definito brillante, e di sicuro non lo diventer à ora. È evidente che la Cic non potrà contare sul mercato Usa per ottenere i 45 milioni di dollari che ogni giorno deve versare al Tesoro cinese come interessi per i 200 miliardi di bond avuti in conto capitale. Le critiche interne fioccano, tanto più che nella loro politica di basso profilo i cinesi rinunciano anche al diritto di voto e ciononostante vengono bersagliati dai sospetti di ingerenza e di predominio. Il Council dà un'immagine ancor più inquietante della situazione perché, afferma, la dimensione delle perdite potenziali cinesi sta rapidamente aumentando. Un calcolo per tutti: se, come appare probabile, alla fine del 2009 le riserve valutarie cinesi raggiungessero i 3000 miliardi di dollari (non improbabile, visto il ritmo di crescita) e il renminbi si rivalutasse del 33% nei confronti del dollaro e dell'euro la perdita finanziaria per Pechino ammonterebbe a 1000 miliardi di dollari. Prospettiva di fronte a cui, nota il Council, potrebbe non tenere più la considerazione secondo la quale il governo cinese continuerà a comprare dollari per non far svalutare i 1000 miliardi di biglietti verdi che detiene in portafoglio. Anche perché la situazione interna in Cina sta cambiando. Come si legge nello stesso rapporto, la coalizione che ha sostenuto l'attuale politica è in difficoltà anche a causa dei crescenti problemi interni. L'orizzonte è così cupo da spingere il Council a porre tra i problemi anche una eventuale democratizzazione dei paesi dalle enormi riserve, accusati finora di essere illiberali e repressivi. Un «effetto perverso», lo definisce il rapporto. Ma chi può escludere che i cittadini cinesi, una volta liberi di dire la loro, non vogliano investire in modo diverso un surplus che in definitiva è frutto anche del loro durissimo è malpagato lavoro? Magari in sanità e welfare garantiti, nel mentre che la roulette della finanza globale brucia il futuro dei consumatori americani.

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