domenica 12 ottobre 2008

Coloni, la terra in pugno. Nel mirino contadini e pacifisti

Coloni, la terra in pugno. Nel mirino contadini e pacifisti

Michele Giorgio

Il Manifesto del 11/10/2008

L'«italiano» Sermoneta mira a diventare sindaco di Efrat con un programma preciso:allargare la colonia. E i settler che occupano illegalmente la Palestina hanno scatenato un'offensiva per impedire, dopo quello da Gaza, ogni ulteriore ritiro. In gioco c'è il futuro di due popoli

Efrat è lo specchio della libertà di cui ha goduto, a livello internazionale, la politica di colonizzazione portata avanti da tutti i governi israeliani, di ogni colore, dopo l'occupazione dei territori palestinesi nel 1967. Quello che era un piccolo insediamento ebraico ai piedi di Herodion, qualche chilometro a sud di Betlemme, oggi è una cittadina di oltre 9.000 abitanti (per il 60% di origine statunitense) ben organizzata, dove non manca niente, con strade larghe e abitazioni ampie e confortevoli dai tetti rossi, tipici di tutte le colonie ebraiche. Dista da Gerusalemme una ventina di chilometri che gli abitanti percorrono rapidamente grazie alla by-pass road costruita da Israele una quindicina di anni fa, per permettere ai suoi coloni di raggiungere Hebron senza dover transitare per Betlemme e gli altri centi abitati palestinesi in quella zona. Con la costruzione del muro, la separazione tra israeliani e abitanti palestinesi è totale e i coloni di quest'area, nota come Gush Etzion, sono sempre più convinti di aver vinto la loro battaglia. L'illegalità del loro insediamento, sancita dalle risoluzioni internazionali, non suscita più alcuna protesta nelle capitali europee, ancor meno a Washington, e nella terra dei palestinesi ora i coloni sanno di poter fare il bello e il cattivo tempo.
L'11 novembre Efrat andrà al voto per rinnovare la sua amministrazione comunale, come qualsiasi centro abitato di Israele, e all'ingresso della colonia, costantemente monitorato dalle guardie di sicurezza, due adolescenti distribuiscono volantini elettorali con il volto sorridente di Ruth, una signora sulla sessantina, candidata alla poltrona di sindaco. Un obiettivo che difficilmente centrerà, perché a vestire i panni del favorito è un colono di origine italiana, Yedidia Sermoneta, molto stimato ad Efrat, dove per 18 anni è stato responsabile della sicurezza di tutto l'insediamento. Nato a Gerusalemme 53 anni fa da genitori arrivati dall'Italia dopo la fondazione di Israele, padre romano e madre genovese, Sermoneta si è trasferito ad Efrat nel 1990.
«La nostra zona è calma, i palestinesi qui intorno ci rispettano, con loro abbiamo rapporti buoni ed io, come responsabile della sicurezza, spesso li aiuto quando ci sono emergenze», afferma col tono di chi si sente un benefattore e non un colono che ha preso la terra ai palestinesi dei villaggi vicini. «Qual è il punto principale della mia campagna elettorale? Espandere Efrat! Gli ultimi due sindaci avrebbero potuto farlo, ma non avevano gli attributi giusti, non possedevano la necessaria intraprendenza», sostiene Sermoneta accennando un sorriso mentre sorseggia il suo afuk, il caffelatte all'israeliana. «Efrat deve crescere, è lunga sei chilometri ma larga appena 500 metri, in qualche punto anche meno. Abbiamo bisogno di più spazio per le esigenze della nostra gente», aggiunge il candidato a sindaco. E non ci vuole molto a immaginare su quali terre la colonia si espanderà in futuro.
Sermoneta è una via di mezzo tra il colono «istituzionale», rispettoso della legalità israeliana, lontano da qualsiasi forza politica - «sono un indipendente, qui i partiti tradizionali non ti offrono appoggio e si fanno vedere e sentire molto poco», spiega - e il settler religioso-sionista, ispirato più dalla Torah che dalle leggi dello Stato.
Le sue responsabilità di sicurezza lo tengono in contatto con i settler di tutta la Cisgiordania, perciò ha il polso di una situazione che si è fatta incandescente in questi ultimi mesi, segnati da un aumento vertiginoso degli atti di violenza dei coloni che vivono negli insediamenti più militanti. Atti ai quali si è aggiunto l'attentato subìto il mese scorso dallo storico Zeev Sternhell, attributo ad «elementi di estrema destra» ma che la polizia, stranamente, non ha ancora individuato, così come raramente mette le manette ai responsabili delle aggressioni ai palestinesi in Cisgiordania.
«Il fermento cresce in quelle colonie che si sentono più esposte agli esiti di un eventuale accordo politico con i palestinesi e ad un piano di evacuazione come quello avvenuto nel 2005 a Gaza. L'aggressività (dei coloni) serve a mettere una cosa in chiaro: non ci sarà una nuova Gaza, le colonie non verranno evacuate. Posso garantirvi che chiunque promuoverà un'evacuazione, anche parziale (in Cisgiordania), non avrà vita facile come è avvenuto a Gaza», afferma Sermoneta. «Ad Efrat però siamo tranquilli perché sappiamo che con qualsiasi governo israeliano questa zona, insieme a Ma'aleh Adumin ad est e Bet El a nord, farà parte della Grande Gerusalemme, e rimarrà sotto il pieno controllo israeliano». Progetti che violano la legalità internazionale e non tengono in alcun conto le aspirazione dei palestinesi sulla loro terra. Per i coloni (oltre 400.000 tra quelli della Cisgiordania e di Gerusalemme) però contano solo la Torah, la legge di Dio, e la collaborazione dei governi.
La moltiplicazione delle violenze a danno dei palestinesi ha fatto notizia il mese scorso l'attacco massiccio dei coloni di Yitzhar ad Assira al Qabaliya (una decina i palestinesi rimasti feriti e gravi danni alle case) - è seguita alla diffusione da parte dei media di «piani» del governo volti, almeno sulla carta, a restituire oltre il 90% della Cisgiordania, nel quadro di un futuro accordo con l'Anp di Abu Mazen. Provocare la reazione dei palestinesi avrebbe l'effetto, nelle aspettative dei coloni, di innescare un ciclo di scontri sanguinosi che finirebbe per congelare qualsiasi ipotesi di evacuazione delle roccaforti della destra radicale situate a ridosso delle principali città palestinesi, in particolare Nablus e Hebron. In questi ultimi giorni, ad esempio, sono aumentati gli atti di violenza contro i contadini cisgiordani impegnati nella raccolta delle olive (una voce importante dell'economia palestinese) e contro i pacifisti israeliani e internazionali che li proteggono. Nei pressi di Hebron, a subire una aggressione sono stati anche i rappresentanti di «Rabbini per i diritti umani», colpevoli di difendere gli agricoltori palestinesi.
È caduta nel vuoto peraltro la denuncia della violenza dei coloni giunta da alti ufficiali dell'esercito israeliano che pure chiude un occhio, spesso tutti e due, di fronte alle aggressioni che subiscono i palestinesi, come ad Assira a Qabaliya. Il professor Sternhell dopo l'attentato ha rinnovato l'allarme sulla pericolosità dei coloni e dell'estrema destra e d'accordo con lui si è detto un altro accademico, Yaron Ezrahi, in gioventù amico del pacifista Emil Grunzweig, ucciso nel 1983 da un estremista di destra durante una manifestazione contro l'invasione israeliana del Libano.
Ezrahi vede un preciso collegamento tra gli atti di violenza in Cisgiordania e quelli, in aumento, contro gli arabi israeliani (palestinesi con passaporto israeliano) in Galilea e nelle città miste. «È una svolta preoccupante - avverte il docente -: nei Territori occupati è stata lasciata fiorire una cultura di totale illegalità e i coloni si sono convinti di essere invincibili e immuni da qualsiasi atto degli apparati dello Stato». Gli Stati Uniti e Israele, aggiunge Ezrahi, «sono in un momento di transizione politica e ciò offre spazio a chi vuole impressionare le prossime amministrazioni politiche.
Il richiamo al rispetto della legalità di Ezrahi e gli avvertimenti di Sternhell tuttavia servono a ben poco quando lo Stato di Israele non solo non agisce contro i settler più violenti ma porta avanti esso stesso la colonizzazione. Il quotidiano Maariv ha riferito che dall'inizio dell'anno ben 15.000 israeliani sono andati a vivere negli insediamenti «ufficiali» e negli avamposti colonici (illegali per la stessa legge israeliana) nonostante le assicurazioni date lo scorso anno ad Annapolis dal premier Ehud Olmert di fermare le costruzioni nei Territori occupati palestinesi.

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