domenica 12 ottobre 2008

Oltre il panico, verso l'abisso

Oltre il panico, verso l'abisso

Francesco Piccioni

Il Manifesto del 11/10/2008

Si sono rotti gli argini. Il sistema finanziario non risponde più agli input che governi e banche centrali sfornano a getto continuo (iniezioni di liquidità, salvataggi delle banche, taglio dei tassi di interesse). Segni evidenti del contagio per l'economia reale: crolla il prezzo del petrolio e delle altre materie prime

Il paziente non reagisce. Iniezioni quotidiane di liquidità da parte delle banche centrali, garanzia dei depositi dei cittadini, riduzione concertata e globale dei tassi di interesse, pacchetti multimiliardari di aiuti alla banche in difficoltà, nazionalizzazioni vere e proprie, discorsi dei leader politici che vorrebbero essere rassicuranti... Niente distoglie gli operatori dal perseguire l'unico obiettivo che hanno in testa: vendere, vendere, vendere. A beneficiarne erano le aste dei Bot, in Italia (aumentate di due miliardi), nonostante il calo verticale dei rendimenti.
I tentativi di rianimazione sono massicci, ma anche disordinati, differenti per portata e filosofia di fondo, privi del respiro strategico di un'azione di governo unitaria. Del resto un «governo» del mondo non c'è. Quella «libertà individuale» (anche a livello degli stati) che in periodi di espansione sembra la cura migliore per accrescere ricchezza e benessere, nei momenti di crisi acuta appare un limite insuperabile, perché coincide con l'impotenza, l'inefficacia dell'azione (sempre infima di fronte alla dimensione del problema).
Il malato, insomma, vede che i medici si affannano e propongono ricette differenti; e perde la fiducia nella loro azione. Le reazioni ad ogni nuova misura sono sempre più flebili, di breve durata; quasi un'indiretta conferma della gravità irrecuperabile della situazione. Persino monsignor Paolo Tarchi, moderatissimo direttore dell'ufficio del lavoro della Cei, è stato costretto a constatare che «questo modello di sviluppo è arrivato al capolinea». Angel Gurria, direttore generale dell'Ocse, vede con chiarezza che «la paralisi si sta diffondendo all'economia reale». Sarà un caso, ma l'associazione dei medici di famiglia ha reso noto l'aumento esponenziale di casi di tachicardia, insonnia e malattie psicosomatiche.
Il disastro, se riguardasse solo le borse, potrebbe essere accolto quasi con allegria, come la giusta punizione per gli speculatori. Ma trascinerà a fondo la produzione materiale - quella che ci dà da mangiare, vestire, riparo e calore - e colpirà soprattutto chi una borsa non l'ha mai neppure vista. E, non potranno probabilmente capirlo i cultori del genere, persino quella «immateriale».
Per il mercato finanziario quella di ieri è stata in generale la chiusura della peggiore settimana di sempre. Aveva aperto le danze l'incredibile crollo di Wall Street nell'ultima mezz'ora di giovedì: un -7,5% del Dow Jones che dava la certezza che alcuni argini si erano frantumati. Le piazze asiatiche avevano compreso l'antifona fin troppo bene. Tokyo perdeva quasi il 10%, Bombay oltre il 7 (con fuga degli investitori stranieri, obbligati a «ricoprire» posizioni difficili in casa propria). Hong Kong anche.
L'Europa apriva nel panico. Anzi, qualche sito specializzato scriveva subito «oltre il panico». Decenni di ideologia tecnocratica e neoliberista ci hanno lasciato in eredità uno strato di broker incapaci di recepire, elaborare, reagire razionalmente a notizie negative. Incapaci, cioè, di non comportarsi come un branco di pecore sotto l'attacco dei lupi. La borsa di Vienna chiudeva le contrattazioni già nelle prime ore per «eccesso di ribasso»; così come aveva fatto quella di Mosca un'ora prima. Stoccolma e Bucarest ammettevano soltanto il «fast market» (una forma limitata di scambio).
La situazione si aggravava quando anche a Wall Street si faceva di nuovo giorno. Un'apertura agghiacciante, con il Dow Jones che scivolava sotto dell'8% in altrettanti minuti, provocava un infarto europeo: Francoforte e Parigi superavano l'11% di perdite. Londra era in agonia. L'attesa per il discorso di Bush distraeva per qualche decina di minuti i «ribassisti» (esistono gli speculatori al ribasso, non soltanto quelli che puntano al rialzo dei prezzi); per un minuto - ma nessuno ci può giurare - il Dow Jones è stato dato addirittura positivo. Poi l'altalena cui New York sta abituando il mondo prendeva con decisione l'ascensore per l'inferno. Il -8% veniva superato abbondantemente, in un alternarsi di umori neri e disperate speranze che portavano gli indici vicini al -3%.
La recessione incipiente tocca però da subito l'economia reale. A farne le spese in modo spettacolare è stato soprattutto il petrolio, tornato rapidamente - dopo oltre un anno - sotto gli 80 dollari al barile. Stessa sorte per altre commodities (materie prime), le cui quotazioni scendevano con percentuali a due cifre.
Si moltiplicavano perciò gli appelli reciproci, tra i leader dei principali paesi, a definire azioni comuni; o quantomeno a vedersi per capirsi meglio. Lo spagnolo Zapatero ha chiesto al presidente francese Sarkozy di convocare un vertice dell'Eurogruppo per domenica; Gordon Brown, primo ministro britannico, suggerisce ai governi europei di copiare la ricetta da lui applicata: nazionalizzare le banche in difficoltà, acquistare i «titoli tossici» per disincagliare il credit crunch.
I dato macro provenienti dagli Usa non erano però buoni. Nonostante i prezzi delle importazioni siano calati a settembre del 3% (soprattutto a causa del calo delle quotazioni del greggio), il deficit della bilancia commerciale è rimasto spaventosamente alto: 59,14 miliardi di dollari. Gli americani continuano insomma a consumare a debito, come nulla fosse. Non risollevava il morale General Motors, al minimo dai tempi della guerra di Corea (ma allora il dollaro valeva molto di più); che però smentiva di voler chiedere la «protezione contro i creditori» (ovvero l'amministrazione controllata). Le ultime banche di investimento esistenti (Morgan Stanley e Goldman Sachs) subivano l'onta estrema: la prima perdeva anche il 40%, visto che Moody's annunciava di volerle togliere il rating, la seconda intorno al 20. Carta straccia, insomma.
Il discorso di Bush non ha ancora una volta mutato il quadro. Quel suo ripetere «l'economia è sana», «reagiremo con forza», «state tranquilli» provocava la reazione contraria. E non c'è nulla di peggio di un medico notoriamente incapace. A un'ora dalla chiusura il Dow Jones perdeva il 5% (siglando così la peggior settimana di sempre di Wall Street), così come il Nasdaq.
Le residue speranze «politiche» si andavano perciò concentrando sulla riunione del G7, iniziata ieri sera e che durerà probabilmente tutta la giornata di oggi. Tra le misure ipotizzate anche la chiusura temporanea delle borse mondiali. Ma se da questa riunione non dovesse uscire «un coniglio dal cilindro», la riapertura potrebbe essere un ictus.

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