domenica 12 ottobre 2008

Israele, l'outsourcing del tessile mette in crisi migliaia di donne arabe

Israele, l'outsourcing del tessile mette in crisi migliaia di donne arabe

Daniela Bernaschi

Liberazione del 10/10/2008

I lavoratori ne hanno abbastanza del lassismo e dell'inesistente regolamentazione dei mercati finanziari, che portano beneficio e ricchezza a un ristretto gruppo di persone, mentre i loro salari ristagnano. Il nostro obiettivo è quello di rendere questa giornata un vero e proprio "catalizzatore per il cambiamento". Un giorno in cui i lavoratori di tutto il mondo , con voce unita, protestano contro i risultati di più di due decenni di deregolamentazione: crescente insicurezza, enorme disuguaglianza e un continuo anteporre i profitti ai diritti umani fondamentali». Guy Ryder, segretario generale Ituc (International Trade Union Confederation ), sceglie queste parole per inaugurare la "Giornata mondiale per il lavoro dignitoso", celebrata lo scorso 7 ottobre in più di 100 paesi.
Una giornata " catalizzatrice" di proteste, rivendicazioni e che ha fornito a molti lavoratori la possibilità di raccontarsi . E' quanto hanno fatto le lavoratrici arabe impiegate nelle industrie tessili in Galilea (Israele), sostenute e rappresentate dall'organizzazione indipendente " Sawt el-Amel/ The laborer's Voice". Fondata nel 2000 a Nazareth, da lavoratori arabi palestinesi , Sawt el-Amel ha l'obiettivo di difendere e promuovere i diritti dei cittadini arabi di Israele, compreso il diritto ad avere un lavoro dignitoso e condizioni di sicurezza sociale.
Nel corso del decennio passato, più di 30.000 lavoratori del settore tessile israeliano, in maggioranza donne arabe, hanno perso il loro posto di lavoro . Nella prima metà del 2008, 850 dipendenti sono stati licenziati a causa della continua esternalizzazione (outsourcing) della produzione tessile, motivata anche dalla caduta del tasso di cambio sheqel israeliano-dollaro. Ad oggi, l'industria tessile israeliana impiega circa 16.000 lavoratori.
L' esternalizzazione della produzione tessile nei vicini paesi arabi, va ad alimentare il circolo vizioso della disoccupazione, della manodopera a basso costo e della povertà. Migliaia di donne arabe che vivono in Galilea, regione a nord di Israele, prevalentemente abitata da arabi palestinesi, assistono alla chiusura delle fabbriche tessili israeliane che trasferiscono i loro impianti e attrezzature in Giordania , nelle "zone industriali qualificate (QIZs)". Quest'ultime, nate dall'accordo di libero scambio tra Stati Uniti e Giordania ( successivamente anche l'Egitto aderì a tale accordo), forniscono manodopera a basso costo, facilitazioni fiscali ed i beni, ivi prodotti, posso accedere al mercato USA senza essere gravati da dazi.
Di conseguenza, l'industria tessile israeliana è in gran parte outsourcing, lasciando così la forza lavoro locale - prevalentemente araba e le nuove donne immigrate - disoccupata, e in molti casi anche senza protezione sociale, come indennità di licenziamento e di assicurazione pensionistica.
Nel 2008, gli attivisti di Sawt El Amel hanno iniziato una campagna tra i lavoratori del settore tessile, compresa la distribuzione di opuscoli informativi all'interno delle fabbriche, affinché le lavoratrici possano prendere coscienza dei loro diritti, collaborare tra loro uscendo finalmente dall'isolamento e arginando il fattore paura.

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