martedì 3 giugno 2008

Ritardi ed errori della Fao: agli ogm preferisce il bio

Ritardi ed errori della Fao: agli ogm preferisce il bio

Il Riformista del 3 giugno 2008, pag. III

di Anna Meldolesi

Qualche giorno fa Jacques Diouf ha identificato nel disinteresse della comunità internazionale la principale causa dell’emergenza alimentare globale. «Tutti sapevano e nessuno ha voluto fare nulla». Almeno in questo il direttore generale della Fao ha ragione: anche se la siccità australiana e le manovre speculative hanno peggiorato le cose, i contraccolpi dei sussidi ai biocarburanti erano prevedibili, l’aumento dei consumi nei paesi emergenti era un fenomeno ampiamente studiato, così come è risaputo che ostacolando la ricerca, la produttività agricola non può tenere il passo. C’è una cosa però che Diouf ha dimenticato di dire e probabilmente non dirà neppure nel corso della conferenza che si apre oggi a Roma: nemmeno la Fao ha fatto ciò che avrebbe dovuto per prevenire la crisi.



Nell’ultimo grande summit, quello del 2002, è stato solennemente ribadito l’impegno di dimezzare il numero degli affamati entro il 2015, ma ora ci ritroviamo con una nuova emergenza che si è sommata alla vecchia. Mentre il carocibo ingrossa l’esercito dei nuovi poveri svuotando le dispense delle popolazioni urbane, la fame continua a uccidere i più miserabili, quelli che non comprano i prodotti quotati sui mercati internazionali. Robert Paarlberg - autore di Starved for Science: How Biotechnology Is Being Kept Out of Africa (Harvard University Press, 2008) - ha spiegato che gli agricoltori africani oggi producono, su base procapite, il 19% in meno rispetto al 1970 e questo accade in quasi tutta l’Africa sub sahariana, «anche nei paesi che coltivano food crop più che cash crop, anche in quelli che non sono dilaniati da conflitti interni, quelli con governi eletti e bassa inflazione, persino nei paesi in cui i tassi di Hiv sono modesti, quelli che hanno accesso ai mercati internazionali, quelli che ricevono generosi aiuti dall’estero». La produzione è disperatamente ferma, perché qui non sono arrivati i progressi tecnologici: non ci sono sementi migliorate, fertilizzanti chimici, corrente elettrica, irrigazione. Lavorando in queste condizioni i coltivatori africani (in gran parte donne e bambini) guadagnano circa un dollaro al giorno e per un terzo sono denutriti. Oltre a cercare di frenare l’impennata dei prezzi, dunque, bisogna puntare sulla modernizzazione dell’agricoltura locale.



Diouf lamenta che i suoi appelli per aumentare gli investimenti in campo agricolo sono rimasti inascoltati. Ma con uno staff di oltre tremila persone e un budget di oltre 400 milioni di dollari l’anno avrebbe potuto fare di più, cominciando con il tenere dritta la barra del timone. Troppo spesso l’organizzazione che il senegalese dirige dal 1993 è apparsa più preoccupata di non farsi nemici che di favorire l’adozione di politiche efficaci. Qualche esempio? La conferenza internazionale del 2007 sull’agricoltura organica, il cui messaggio è stato così ambiguo da far scrivere alla stampa che «il biologico può produrre abbastanza cibo per tutti». Per rimediare all’equivoco la Fao ha diffuso un comunicato con un titolo imbarazzante. La prima riga a grandi caratteri recitava «L’agricoltura organica può contribuire a combattere la fame», la seconda aggiungeva in piccoli caratteri «ma i fertilizzanti chimici sono necessari per nutrire il mondo». Lo stesso vale per le moderne biotecnologie, di cui la Fao ha riconosciuto l’utilità pubblicando un rapporto ad hoc nel 2004, salvo poi inscenare il solito balletto di fronte alle immancabili proteste. «Non abbiamo bisogno degli Ogni ora - è il leitmotiv di Diouf - ma potremmo averne bisogno in futuro». Mai una volta che abbia spiegato che continuando ad osteggiare le biotecnologie oggi, non avremmo trovato questi prodotti pronti per l’uso domani, quando ce ne sarebbe stato più bisogno.



Quando autorevolezza e risorse economiche sono in calo, le istituzioni diventano ricattabili. Probabilmente è anche per questo che la Fao non ha tenuto testa alle lobby più rumorose, quelle che pretendono di rappresentare gli interessi dell’ambiente e dei poveri propagandando ricette fuori dal tempo. Lo stato di crisi dell’organizzazione è stato certificato lo scorso settembre da una valutazione esterna indipendente. Nel rapporto si legge che la sua burocrazia è «pesante e costosa», che ha difficoltà a «identificare le vere priorità», che per cultura «rifugge dai rischi», che senza una riforma radicale «il suo declino sarà irreversibile». E queste non sono le parole di un rivale politico, come il presidente del Senegal Abdoulaye Wade che un mese fa ha attaccato Diouf invocando la chiusura della Fao. Si tratta dell’analisi eseguita da un gruppo di valutatori che per 18 mesi hanno visitato gli uffici, interrogato i dipendenti, studiato le carte, sotto la supervisione di un comitato della stessa Fao. Se Diouf ha accettato di sottoporre la sua organizzazione al giudizio, per la prima volta dopo sessant’anni dalla creazione, probabilmente è perché dal 1994 al 2005 le risorse finanziarie erano calate del 31 % in termini reali e per cercare di invertire il trend non restava altro che giocare la carta della trasparenza e della buona volontà. Per voltare pagina, insomma, non basteranno le belle promesse di un summit. Ci vorrà un’agenda chiara, che preveda oltre agli interventi di emergenza anche strategie di lungo periodo e una riforma del sistema di governance globale in campo agricolo e alimentare, come auspicato dal direttore dell’International Food Policy Research Institute Joachim von Braun. E soprattutto ci vorrà il coraggio di mettere questa agenda in pratica.

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