martedì 3 giugno 2008

Il petrolio e la fame

Il petrolio e la fame

Il Manifesto del 3 giugno 2008, pag. 1

di Guglielmo Ragozzino

Nel giro di un anno il petrolio, che era già piuttosto caro, è raddoppiato di prezzo. In dollari. Noi dell’euro ne risentiamo meno di altri perché nello stesso tempo l’euro ha guadagnato terreno sul dollaro. Ma anche noi ci sentiamo soffocare.



Ma quelli, e sono oltre un miliardo di persone, che hanno solo un dollaro al giorno? E solo un dollaro continueranno ad avere? E gli altri, i loro fratelli-nemici, quasi metà del genere umano, che arrivano a due dollari al giorno? Come faranno a mangiare? Perché da qualche anno nel mondo si mangia petrolio.



Il primo motivo per cui si mangia petrolio è che l’agricoltura industrializzata ne consuma molto, sotto forma di carburanti per le macchine agricole e di prodotti chimici. Ma per il secondo motivo, ancora più importante, per cui si mangia petrolio, va fatta una breve premessa. E noto che al diminuire del reddito, aumenta la parte di esso che è utilizzata per pagarsi il mangiare: da noi, i ricchi, il costo del cibo varia dal 5 fino al 50 o 60%. Infatti tra noi ricchi si annidano milioni di poveri, soprattutto vecchi, da buttare. Tra i poveri del mondo la spesa alimentare varia da 3/4 del reddito in su. Si rinuncia al resto per sfamarsi e naturalmente non è che riesca bene, non riesce quasi mai. Non si compra niente altro: non si aggiusta il tetto; non ci si cura, non si comprano medicine; non ci si diverte - non cinema, non tv; non si mandano a scuola i figli. Si arriva al punto in cui nutrirsi è tutto ciò che conta: per sopravvivere. E su questa realtà di lunga durata si è innestata una rivoluzione tecnologica.



È avvenuto che il prezzo del petrolio ha consentito una serie di alternative e di sostituzioni industriali. In molti casi, anzi in tutti meno uno, il petrolio può essere sostituito da altre fonti. C’è però un utilizzo che per ora non consente varianti: i trasporti. Qui nessun cambiamento è per ora praticabile o in vista. I trasporti di terra su gomma, di mare e di cielo funzionano in larga prevalenza con benzina, gasolio, kerosene. E a questi prezzi del grezzo, benzina e gasolio hanno ormai ricambi, etanolo e agrodiesel, che si utilizzano sempre meglio per rifornire auto e camion. È l’alto e crescente prezzo del petrolio che dà spazio a un’industria dell’agrocarburante da derrate alimentari: soprattutto zucchero da canna e barbabietola, o mais. Si apre una gara. Chi offrirà di più per il carburante? Il suv americano o la madre di famiglia africana da un dollaro al giorno?



La domanda è retorica: la risposta è nota. È la fame africana (o asiatica o latinamericana) che va fuori mercato. Di colpo gli alimenti più comuni aumentano e raddoppiano di prezzo. Non solo ciò che può essere direttamente trasformato in carburante, ma anche quel che può essere scambiato con l’agrocarburante. E tutto questo cambiamento è reso razionale: c’è la selezione solita tra chi ha e chi non ha; e c’è una serie di accorgimenti per rendere ancora più vantaggioso il passaggio delle derrate da alimento per gli umani ad alimento per gli autoveicoli. I rimborsi per gli agricoltori dei paesi favoriti sono immutati; a fare la carità agli altri penserà la Fao.



Alla Fao da oggi sono presenti decine di capi di stato. Non però Fidel Castro, buon profeta, 14 mesi fa, alla sua prima «riflessione» dopo la malattia.



«Il mais trasformato in etanolo... Applicate questa ricetta ai paesi del Terzo Mondo e vedrete quante persone non consuineranno più mais tra le masse affamate del nostro pianeta. O peggio: concedete ai paesi poveri prestiti per finanziare la produzione di etanolo dal mais o da qualsiasi altro tipo di alimento e non rimarrà in piedi nemmeno un albero per difendere l’umanità dal cambiamento climatico». Era il 28 marzo 2007.

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