giovedì 17 aprile 2008

L'odissea dei kurdi in Turchia: perseguitati e impoveriti, trattati da potenziali terroristi

L'odissea dei kurdi in Turchia: perseguitati e impoveriti, trattati da potenziali terroristi

di Stefano Galieni

Liberazione del 04/04/2008

Tre giovani sono stati uccisi, tre terroristi in meno per un governo ed un esercito che considerano tutti i kurdi potenziali terroristi. E pensare che era Newroz, la loro festa nazionale, un momento per riaffermare la propria cultura, la propria lingua, il proprio sentirsi popolo. Ma quest'anno è stato un Newroz di sangue. Perché l'esercito turco, presente in maniera ancora più massiccia in quelle province, dopo gli attacchi al confinante Kurdistan iracheno, stavolta ha tentato di impedire le manifestazioni, picchiato e sparato. Succede, è successo anche a Sirnak, una cittadina di 70 mila abitanti, e il suo sindaco Ahmet Ertak ieri era a Roma insieme a Bengi Yildiz, deputato eletto nel collegio di Batman, nel Kurdistan turco. Erano in Italia per incontrare i rappresentanti dei partiti che negli anni hanno dimostrato di avere a cuore i bisogni del popolo kurdo. Come Rifondazione comunista: «Mi auguro che la Sinistra Arcobaleno abbia successo alle elezioni. Abbiamo bisogno dei compagni che ci sono rimasti vicini» ha detto infatti Yildiz. L'incontro di ieri è stato organizzato con Fabio Amato, responsabile esteri del Prc, Giorgio Mele, parlamentare di Sd e Gino Barsella, responsabile pace del Pdci. Tutti insieme ad ascoltare i sostenitori delle associazioni che da tempo seguono tali vicende come Azad, e i ragazzi che vivono nel centro Ararat, della comunità kurda a Roma. Bengi Yildiz parla a lungo dell'instabilità della situazione turca: «Si è arrivati al punto di chiedere la chiusura del partito di governo, l'H.P. di Erdogan, per attentato alla laicità. La realtà è che faticano sempre più a convivere - sotto una costituzione frutto di colpi di stato- una componente governativa, i kurdi e gli islamici. L'esercito domina ancora. Unione Europea e Stati Uniti sembrano non comprendere il rischio che le nostre province diventino teatro di un conflitto di proporzioni. Le operazioni militari effettuate in Iraq hanno aggravato la situazione e la tensione è tornata ai livelli degli anni 90». Sono 22 i parlamentari kurdi eletti a luglio come indipendenti, anche se di fatto si riconoscono nello stesso partito, il Partito Democratico della Società, come prima cosa è stato chiesto loro di condannare il PKK. Al rifiuto sono partiti processi illegali, molti di loro hanno subito percosse durante le manifestazioni. Non è migliore la situazione che racconta Ahmet Ertak: «Sono uno dei 54 sindaci kurdi, ognuno di noi ha già sulle spalle una montagna di procedimenti di accusa, io circa 20. Qualsiasi iniziativa per migliorare le condizioni di vita dei nostri concittadini è stroncata, alcuni consigli comunali sono stati sciolti per le ragioni più assurde. Il tutto in città sempre più povere, mancano le infrastrutture e le industrie, la disoccupazione è altissima e le persone se ne vanno a cercare fortuna nelle metropoli turche o europee. La centralizzazione delle risorse fa si che nelle nostre province non si investa, non arrivino interventi sanitari, scolastici, non si creino opportunità di sviluppo. So che esistono fondi inviati dall'Ue ma noi non abbiamo visto nulla. Quando si tratta di destinare risorse in base al numero degli abitanti per noi viene considerato un censimento di 15 anni fa, in 15 anni le nostre città hanno una popolazione che è cresciuta di sei volte. E pensare che stiamo tentando, nonostante tutto, di avviare processi di forte partecipazione popolare alle scelte delle amministrazioni». I due rappresentanti sono convinti che sia in atto una vera e propria strategia per costringerli ad assumere posizioni sempre più separatiste e nazionaliste, per poter poi reprimere con il plauso internazionale: «Ci vorrebbero isolati invece cerchiamo anche in parlamento di occuparci in parlamento dei problemi di tutto il popolo turco - riprende Yildiz - noi vogliamo convivenza nel rispetto delle identità culturali e religiose, non cerchiamo un isolamento che non ha senso nel ventunesimo secolo. Ma questo significa democrazia reale, un concetto poco gradito a chi pensa di utilizzare le armi e la paura, come collante per nascondere una crisi profonda. Noi vogliamo che nessun partito, neanche l'HP sia messo fuorilegge eppure, anche se ci sentono dire queste cose continuano a considerarci tutti nemici». Sperano nell'ingresso nell'Unione Europea come una opportunità affinché la Turchia adegui i propri standard in merito al rispetto dei diritti umani, ma ricordano come si parli di uno stato dominato ancora da una "Gladio" (le forze per la guerra speciale) che è al di sopra del governo e in cui in venti anni sono stati chiusi 24 partiti e distrutti circa 4mila villaggi. Una proposta, che arriva dall'associazione Azad, viene presa in seria considerazione: se al di là degli interventi occasionali si riuscisse a stabilire una relazione stabile fra gruppi parlamentari italiani e kurdi, un "gruppo di amicizia", forse l'isolamento mediatico sarebbe minore. Fabio Amato raccoglie la proposta e con lui gli altri politici presenti, ricorda a ragione come per alcune crisi sia scarsa l'attenzione internazionale e quanto sia necessario invece lavorare in Europa per costringere la Turchia a rispettare i diritti del popolo kurdo.

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