giovedì 17 aprile 2008

Biocarburanti, da soluzione a illusione «Troppi campi sottratti alle colture di cibo»

Biocarburanti, da soluzione a illusione «Troppi campi sottratti alle colture di cibo»

Liberazione del 17 aprile 2008, pag. 3

di Ivan Bonfanti
All'inizio fu acclamazione. Ricavare carburante non più dall'estrazione, che ha devastato e prosciugato le risorse del pianeta, ma dai campi di grano, un'energia fossile che non inquina, verde e dal nome suggestivo: biocarburante. Poi venne, quasi subito, chi alzò una mano sollevando domande cruciali. Troppo terreno sottratto all'agricoltura, troppi boschi devastati per nuove colture, «non si può fare», avvertì qualche studioso. Ma tanto fa, e l'operazione fu varata in pompa magna.
E così mentre in Gran Bretagna, già oggi, qualunque carburante venduto al dettaglio ha l'obbligo di contenere almeno il 2% di biocarburanti, in Italia è stata la Finanziaria 2007 a sanzionare, con specifiche pene pecuniarie in caso di violazione, l'obbligo per le aziende petrolifere di immettere al consumo una quantità di biocarburante pari all'1% della quantità di carburante da idrocarburi (benzina e gasolio) distribuito l'anno precedente. La quota, all'oggi, non è stata raggiunta, ma di sanzioni non se ne ha notizia, del resto siamo in Italia. Eppure il problema della terra sottratta al ciclo alimentare permane, soprattutto per quanto riguarda il bioetanolo, che si ricava da mais e canna da zucchero cioè dalla stessa filiera destinata alla alimentazione (mentre il biodiesel essenzialmente deriva da soia, colza e girasoli).
Rimane tuttavia anche la domanda. C'è oppure no un legame tra la crisi delle derrate alimentari e il lancio delle colture sui biocarburanti? Le opinioni confliggono, gli esperti si accapigliano. In Gran Bretagna, dove la quota obbligatoria è già al 2%, la critica è stata da subito feroce. La Rspb, un ente dedito alla difesa dell'ambiente che in Inghilterra è quasi un'istituzione e che non ha certo fama catastrofista, ha pubblicato uno studio che definisce la legge Rtfo (Renewable Transport Fuel Obbligation, la legge che fissa al 2% la quota "bio") «una perfetta follia». «Obblligare i produttori a inserire una quota di biofuel senza fissare degli standard per impedire che i biocarburanti siano il frutto di deforestazioni o distruzioni di habitat naturali o destinati all'alimentazione vuol dire apporre la parole fine alla struttura ambientale del pianeta», osserva Graham Wynne, capo esecutivo dell'ente ecologista. «L'impatto del biofuel è già evidente - insiste Wynne - in troppe aree del mondo le coltivazioni sono state sottratte alle foreste o alle terre dove vivono animali e vita selvaggia: la cosa peggiore è che la distruzione del mondo viene pagata dai consumatori con l'illusione che stiano inquinando meno».
Non tutti, però, condividono l'opinione di Wynne e delle migliaia che hanno inviato mail di protesta al governo Brown. Una su tutti, la commissaria Ue all'Agricoltura Mariann Fischer-Boel. Il suo portavoce, Michael Mann, replicando alle critiche di chi considera i biocarburanti responsabili dell'impennata dei prezzi dei cibi ha assicurato che «l'obiettivo dell'Unione europea di aumentare la produzione di biocarburanti al 10 per cento entro il 2020 non rischia di ridurre la produzione agricola a scopi alimentari».
Sarà, ma la versione dei burocrati Ue non convince neppure la Banca Mondiale (Wb). Marcelo Giugale, che della Wb è il direttore della sezione America Latina, spiega che l'aumento del tasso di povertà collegato al caro prezzi - raddoppiati o addirittura triplicati in certi casi negli ultimi tre anni e che rischia di far diventare ancora più poveri 100 milioni di persone - ha tra le sue cause anche l'impennata dei biocarburanti. Secondo Giugale sono cinque i fattori principali che stanno dietro al boom dei prezzi: i sussidi per la produzione di cereali destinati ai biocarburanti, che hanno spostato questi prodotti dal mercato alimentare a quello energetico; l'aumento dei costi del gasolio e dei fertilizzanti utilizzati in agricoltura; il maltempo in grandi aree produttive come l'Australia, che ha causato la peggiore siccità da 100 anni a questa parte; il forte aumento dei consumi di carne in molti paesi asiatici; il sospetto di un aumento della speculazione sui future di beni alimentari di prima necessità, come riso e grano, che ha portato i prezzi alle stelle.
Anche gli Stati Uniti, come raccontano le storie che arrivano dalla Pennsylvania, dove i i media hanno parlato di rivincita per Maria Antonietta, la regina di Francia passata alla storia per aver risposto all'obiezione che il popolo non aveva più pane esclamando «che mangino brioches». Allora era ironia, e lei finì sulla ghigliottina. Oggi è tragicamente reale, come dicono le storie dei contadini dello Stato settentrionale americano raccolti dai media Usa. «Il mangime animale è diventato carissimo, per cui con i maiali e con le mucche abbiamo improvvisato. Per qualche giorno li abbiamo riempiti di cioccolato, poi anacardi e chips alla banana, quindi un mix di uvette ricoperte di yogurt e farinacei avanzati». Sembra che le bestie abbiano gradito. Di certo, hanno raccontato i farmers della Pennsylvania, «abbiamo risparmiato un bel po' di soldi rispetto ai prezzi del solito mix di grano e fagioli». «Ho speso il 10% in meno di quanto avrei dovuto sborsare coi mangimi», ha assicurato ai reporter il più intraprendente, che alle vacche sbigottite ha servito un blob fatto di popcorn, patatine al formaggio e frutta. «No, non sembravano granché entusiaste».

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