mercoledì 31 dicembre 2008

Ritorna lo scempio dello Stretto. Sono 12,7 i miliardi in attesa del Cipe

Ritorna lo scempio dello Stretto. Sono 12,7 i miliardi in attesa del Cipe

di Gemma Contin

Liberazione del 22/11/2008

In tempo di crisi il centrodestra si inventa un new deal all'italiana. «Si tratta di utilizzare decine di miliardi che per opere pubbliche e Mezzogiorno sono stanziati ma non erogati - sostiene il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri - che possono rappresentare una spinta positiva per fronteggiare i rischi della recessione».
Quando la notte è fonda tutti i gatti sono grigi. Anche quel gran pezzo di gatto mammone addormentato che è il Ponte sullo Stretto. Ecco allora ricicciare fuori il rifinanziamento delle infrastrutture (utili, futili, dannose, non importa) tutte ritornate in auge in attesa che il Comitato interministeriale per la programmazione economica decida di sbloccare 16 miliardi di euro, di cui 12,7 di Fas (fondi per le aree sottoutilizzate) da destinare alle "grandi opere".
Il Cipe avrebbe dovuto decidere ieri ma all'ultimo minuto ha fatto slittare la seduta di una settimana, a venerdì 28 novembre, dopo la riunione del Consiglio dei ministri di mercoledì 26 in cui il governo dovrebbe "perfezionare" il pacchetto anticrisi comprensivo degli aiuti alle famiglie e alle imprese.
Di quei 12,7 miliardi, 7,3 andranno a strade e ferrovie, 5,4 nella disponibilità del Ministero dello Sviluppo economico, hanno chiarito Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi nel vertice di mercoledì scorso a Palazzo Chigi al quale hanno partecipato il ministro delle Attività produttive Claudio Scajola, delle Infrastrutture Altero Matteoli, dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, degli Affari regionali Raffaele Fitto, e il sottosegratario con delega al Cipe Gianfranco Micciché.
Insomma, il piano per le "grandi opere" è pronto per un rilancio su vasta scala. E, guarda caso, sotto gli atti del Comitato per la programmazione economica ci sono proprie le firme di Micciché in veste di segretario e di Tremonti in veste di vicepresidente. Ad esempio sotto quella del 30 settembre recante il titolo "Programma Grandi Opere: Ponte sullo Stretto di Messina", in cui si legge che «il Comitato, su proposta del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha deliberato la reiterazione del vincolo preordinato all'esproprio per le aree interessate alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina».
Ci risiamo. Il governo, adducendo misure anticrisi, è ripartito con i suoi programmi faraonici destinati a sventrare l'Italia, "non prioritari" per la stessa Unione europea, il cui solo scopo è quello di spartire denaro pubblico ai grandi costruttori, alle società general contractor, ai soliti noti rimasti attaccati alla mammella pubblica.
Assieme al Ponte (2,200 miliardi, 700 milioni solo per gli espropri) il ministro Matteoli ha annunciato nove grandi opere «di serie A»: l'eterna Salerno-Reggio Calabria (2,700 miliardi per «60 chilometri da ammodernare»); la BreBeMi (1,580); la Pedemontana Lombarda (4,115); la Brescia-Padova (1,650); la Parma-La Spezia (1,800); due miliardi per «il recupero di siti industriali inquinati»; il resto per telecomunicazioni ed energia, per promuovere il risparmio energetico ma anche i consorzi di sviluppo degli impianti nucleari.
Tutto concordato al tavolo di confronto con Confindustria, Confcommercio, Confartigianato e con l'Abi, l'associazione italiana banche e banchieri che, assieme alla Cassa depositi e prestiti (presidente appena nominato Franco Bassanini), dovrebbe garantire l'erogazione dei fondi e i flussi di finanziamento, passando dalle vecchie modalità di trasferimento agli Enti locali al ricorso a nuovi strumenti finanziari come i private equity , benché non godano per ora di buona salute.
E siamo sempre fermi al filone autostradale: primaria "vena aurifera" degli appalti pubblici italiani. Non si parla ancora invece di quello ferroviario, Tav o corridoi europei che siano. Per il ministro Matteoli con ogni evidenza non «di serie A».

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