sabato 10 maggio 2008

No Mose e No Tav «Difendiamo il territorio, non l'orticello»

No Mose e No Tav «Difendiamo il territorio, non l'orticello»
Orsola Casagrande
24 gennaio 2007, Il Manifesto

La carica dei «no» contro la base Usa
No Mose e No Tav si preparano alla manifestazione del 17 febbraio: «Il movimento no global è entrato in una nuova fase. E riparte dal locale»

C'è un punto su cui tutti, da Vicenza a Venezia, dalla val Susa a Messina a Reggio Calabria, concordano: siamo di fronte a una nuova fase del movimento. Un «nuovo ciclo, - come lo chiama Tommaso Cacciari dell'assemblea permanente No Mose - che arriva dopo quello no global, della protesta contro le vetrine del potere e che ha come denominatore comune il territorio. Ma non in una logica di difesa del proprio orticello: i comitati sono consapevoli che quello che c'è in ballo non è soltanto un problema locale, perché rientra in un modello di sviluppo che viene imposto e che non ci piace». I comitati, i cittadini, da un capo all'altro dell'Italia hanno cominciato a riappropriarsi dei loro territori, nell'ottica di un bene comune, che va tutelato e per il quale vanno pensati modelli di sviluppo che sono altro da quelli che hanno in mente i governanti. In Inghilterra lo stesso processo di evoluzione del movimento è cominciato con l'efficace azione di lotta definita reclaim the streets, cioè «riprendiamoci le strade». Ed era un movimento nato contro la costruzione di autostrade e passanti che devastavano il territorio ma soprattutto presupponevano un modello di sviluppo fatto di più automobili e quindi più inquinamento. Ovviamente reclaim the streets, come i comitati che «pullulano in giro per l'Italia», sono molto più sofisticati nella loro elaborazione e nelle loro analisi. E continuano a dimostrarlo con assemblee puntuali e informate che permettono anche la proposta di soluzioni alternative. «Naturalmente a Vicenza - dice ancora Tommaso Cacciari - c'è un problema in più rispetto agli altri territori, perché lì si vuole portare un pezzo di guerra globale. A Vicenza infatti si vuole creare una base militare che sarà la più grande d'Europa, da dove partiranno le future missioni degli Usa e dei loro alleati contro il medioriente».
Ma come per Venezia che si è mobilitata contro il Mose o la val Susa contro il treno ad alta velocità, anche a Vicenza i comitati hanno rifiutato in primo luogo decisioni calate dall'alto e hanno cominciato a «dare voce ad una necessità - come dice Giorgio Airaudo, segretario della Fiom di Torino - che è quella di ricostruire partecipazione e democrazia dei cittadini». I metalmeccanici torinesi sono un pezzo importante della lotta in val Susa e hanno dato la loro adesione alla manifestazione vicentina del 17 febbraio. «Siamo al fianco - dice ancora Airaudo - di chiunque difenda in modo non violento e democratico un posto di lavoro come un territorio, perché per noi è importante ripensare al modello di sviluppo che vogliamo nelle nostre città. Ed è evidente che come nei posti di lavoro vogliamo che a contare tornino ad essere i lavoratori e non le merci, così nei territori vogliamo che a contare siano i cittadini che devono poter partecipare alle decisioni che riguardano il loro futuro».
In val Susa i comitati No Tav sono naturalmente solidali e al fianco dei vicentini. Saranno a Vicenza il 17, con le loro bandiere, la loro storia, la loro lotta. E saranno a Vicenza anche il 3 febbraio. Si sta infatti organizzando una grande giornata con tutti i comitati d'Italia. «Il patto di mutuo soccorso - dice Lele Rizzo dei comitati popolari - che abbiamo tenuto a battesimo proprio qui in val Susa si dimostra più necessario che mai. Dopo le parole, passiamo ora alla fase concreta, sperimentiamo sul campo quello che abbiamo detto essere indispensabile. Perché dopo l'inverno scorso in val Susa le cose non sono più le stesse. Quando una comunità diventa comunità, cioè si organizza, non si può più ignorare». La forma di organizzazione che hanno scelto i comitati dal nord al sud è quella dell'assemblea permanente. Dove ogni testa è un voto e non ci sono gerarchie. L'esperienza della val Susa in questo senso è emblematica perché mette insieme istituzioni, amministrazioni, cittadini, comitati, centri sociali, operai, studenti. Ma anche le assemblee No Mose e No Dal Molin stanno offrendo dinamiche interessanti su come un'altra forma di partecipazione e decisione è possibile. Il Veneto da questo punto di vista si riconferma un laboratorio vivace e, come lo ha definito il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari in un dibattito a Radio Sherwood, sempre in un «positivo subbuglio».

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