lunedì 12 maggio 2008

L'oro nero vuol divorziare dal biglietto verde

La Repubblica 21.11.07
Sceicchi, modelle e grandi banche il mondo è in fuga dal dollaro
L'oro nero vuol divorziare dal biglietto verde. Cina, Angola & C. puntano sull'euro
di Ettore Livini

MILANO - Tradito da rapper e modelle, snobbato da Warren Buffett, sorpassato persino dal cugino "povero" – il suo omonimo canadese – il dollaro americano si prepara a riscrivere una nuova pagina dell´economia e della geopolitica mondiale. Questa volta, però, non nel ruolo di muscolare attore protagonista, come è successo finora, ma nei panni un po´ inconsueti di star (quasi) sul viale del tramonto. I segnali del declino – prezzi a parte – sono evidenti. La richiesta della supermodella Gisele Bundchen di essere pagata in euro e i videoclip di Jay-Z, il re dell´hi-pop a spasso per New York con valigie gonfie di banconote da 500 euro, sono solo la punta più colorata dell´iceberg. Sotto traccia, invece, si stanno mettendo le basi per una svolta finanziaria più epocale: l´addio al biglietto verde come unica stella polare dei mercati globali.
A dare l´allarme era stato qualche mese fa con la consueta lungimiranza Warren Buffett, annunciando di aver spostato i suoi investimenti a Wall Street verso aziende esposte su valute straniere. Nelle scorse settimane, però, dopo l´ennesimo crollo del dollaro, il fuggi-fuggi è diventato generale. La banca centrale cinese – nei cui forzieri ci sono riserve per 1.500 miliardi di dollari – ha già ventilato l´ipotesi di spostare parte di questo tesoro verso altre monete. Quella degli Emirati Arabi ha già deciso di "cambiare" il 10% delle sue ricchezze valutarie (43 miliardi di dollari) in euro. Progetti simili sono già stati messi in cantiere persino da Ucraina e Angola. Ma il colpo di grazia – una sorta di parricidio – è arrivato dall´Opec, dove gli sceicchi arricchiti dai petrodollari hanno per la prima volta parlato seriamente di slegare il prezzo del greggio dal giogo della moneta Usa. Qualcuno come Venezuela e Iran, l´ha fatto per pura propaganda politica («la fine del dollaro è la fine dell´impero americano», ha sintetizzato Hugo Chavez). Ma questa volta quasi tutti – salvo l´Arabia saudita – hanno ritenuto utile un approfondimento. E a inizio dicembre in un summit straordinario i paesi produttori discuteranno ufficialmente il possibile divorzio tra biglietto verde e oro nero.
L´impietosa legge dei mercati finanziari ha già tratto le sue conclusioni. In finanza le ipotesi attendibili sono spesso catalogate come "quasi certezze". E la sola idea che l´Opec dia l´addio al dollaro (sommata alle voci di nuovi tagli ai tassi Usa) ha messo ancor più sotto pressione la moneta a stelle e strisce in un circuito che si autoalimenta visto che pure i grandi fondi sovrani (quelli controllati dai Governi) potrebbero dirottare 500 miliardi di capitali nei prossimi tre anni dall´area dollaro ad altre valute.
Ma quali possono essere le conseguenze di questa massiccia migrazione valutaria? In America si tende a snobbare il problema. Il ruolo del dollaro – dicono gli economisti – non è in discussione – visto che nell´86% di tutte le transazioni valutarie a passare di mano è ancora il biglietto verde contro il 37% dell´euro e il 16% dello yen. Il mini-dollaro, anzi, per ora è quasi un toccasana: l´export delle aziende Usa è volato ad agosto al record di 138 milioni. E questo boom ha aggiunto al Pil – secondo la Fed – un bel 0,93%, pari quasi all´1,05% limato al prodotto interno dalla crisi dei subprime. Non solo. Il deficit commerciale e quello delle partite correnti – le due palle al piede del bilancio a stelle e strisce – hanno tutto da guadagnare dalla crisi del biglietto verde. E lo smacco del sorpasso da parte del dollaro canadese – salito oltre la parità – è stato compensato dal boom di visitatori da oltrefrontiera: i campioni di football americano dei Buffalo Bills ospitano ormai nel loro stadio oltre il 12% di tifosi canadesi per cui la trasferta di 100 km. da Toronto, grazie al cambio favorevole, è finanziariamente una passeggiata.
E l´Europa? La domanda di euro, la valuta rifugio per i delusi dal dollaro, rischia di far apprezzare ancora la moneta Ue. Mentre la ridenominazione del barile di petrolio rischia di scaricarci sulle spalle d´ora in poi tutti i rialzi del greggio, senza beneficiare – come successo finora – dell´ammortizzatore del biglietto verde. Qualche beneficio potrebbe invece arrivare sul fronte dei tassi. Buona parte delle riserve valutarie delle banche centrali sono investite in T-Bond americani. Solo gli Stati del Golfo, per dare un´idea, hanno in portafoglio 125 miliardi di titoli di stato a stelle e strisce. Fattore che – secondo McKinsey – abbassa di 21 centesimi i tassi di interesse Usa. Se solo un pezzo di questo tesoro traslocherà sul bond europei, i ruoli potrebbero invertirsi, abbassando i rendimenti nel Vecchio continente.

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