giovedì 19 febbraio 2009

Requisite in Cisgiordania terre per una nuova colonia ebraica presso Efrat

Requisite in Cisgiordania terre per una nuova colonia ebraica presso Efrat

Michele Giorgio

Il Manifesto del 17/02/2009

Brusca frenata israeliana sull'accordo di tregua con Hamas a Gaza. Sembrava fatta solo un paio di giorni fa ma ora Tel Aviv sostiene che la questione prioritaria da risolvere è il rilascio del caporale israeliano Gilad Shalit, altrimenti non verrà revocato l'embargo in vigore da mesi contro la Striscia. «Non apriremo i valichi con Gaza sino a quando Shalit rimarrà nelle mani di Hamas», ha affermato il premier uscente Ehud Olmert.
Israele invece non frena sulla colonizzazione dei Territori occupati palestinesi. Il quotidiano Ha'aretz ha rivelato ieri che un primo passo verso la realizzazione di un nuovo insediamento ebraico è stato formalizzato nelle ultime ore con l'acquisizione al «patrimonio pubblico dello Stato» (ma in territorio occupato) di 170 ettari a nord della colonia di Efrat (10mila abitanti, tra Betlemme e Hebron) dopo lo scontato rigetto dei ricorsi presentati dai palestinesi. Hamas ha accusato Israele di aver imposto un «ricatto» condizionando la tregua alla liberazione di Shalit, catturato nel giugno del 2006 a Kerem Shalom da un commando palestinese e successivamente consegnato al movimento islamico. Una delegazione di Hamas, che considera il caso di Shalit legato esclusivamente alla scarcerazione di detenuti palestinesi, ieri al Cairo ha incontrato il mediatore egiziano Omar Suleiman.
«Noi non abbiamo alcuna difficoltà a liberare Shalit se Israele concorda con la scarcerazione di mille nostri prigionieri», ha spiegato esponente del movimento islamico. L'Egitto ha proposto che per i mille palestinesi da liberare, 500 siano scelti da Hamas ed altri 500 siano scelti da Israele, che ieri ha confermato la sua opposizione al rientro a Gaza e in Cisgiordania di alcuni dei prigionieri. Secondo il quotidiano panarabo al Hayat, il governo Olmert vuole che i detenuti palestinesi più noti e quelli condannati per attentati non tornino in Cisgiordania e Gaza ma vengano espulsi verso la Siria e il Libano. Le indiscrezioni sono contrastanti in queste ore. È sicuro però che nell'elenco di detenuti sui quali si sta negoziando, sono inclusi anche il leader del Fronte popolare Ahmed Saadat e il segretario di Fatah in Cisgiordania Marwan Barghuti, il «comandante della Seconda Intifada».
Quest'ultimo, che viene dato dai palestinesi per libero già nei prossimi giorni, ieri ha ricevuto in carcere la visita di un importante dirigente di Fatah, Hussein Sheikh, in apparenza per discutere delle condizioni per il suo rilascio. Il ritorno in Cisgiordania di un leader politico molto popolare come Barghuti potrebbe dare a Fatah la spinta necessaria per rilanciarsi e per prendere, in parte, le distanze dalla linea dell'attuale leadership dell'Anp. Non pochi lo vedono già candidato alla presidenza palestinese se e quando si terranno nuove elezioni (il mandato del presidente uscente Abu Mazen è terminato più di un mese fa). Intanto domani il capo dello stato israeliano Shimon Peres avvierà le consultazioni per l'affidamento dell'incarico di premier. Sceglierà con ogni probabilità il leader del Likud Benyamin Netanyahu che ieri si è detto certo di poter formare in tempi stretti una coalizione di destra.
Rimane una opzione un governo di unità nazionale. La leader di Kadima Tzipi Livni, vincitrice di misura delle elezioni di una settimana fa, intanto ieri ha parlato di «cessione di parti di territorio israeliano» che permettere a Israele di rimanere uno Stato ebraico. È la stessa posizione di Avigdor Lieberman, il capo del partito razzista Yisrael Beitenu (terza forza politica), che da lungo tempo propone di liberarsi di un buon numero di cittadini arabi «cedendoli» al futuro Stato di Palestina.

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