giovedì 19 febbraio 2009

Ocalan, 10 anni senza pace. Nel cuore della UE la rabbia del Kurdistan dimenticato

Ocalan, 10 anni senza pace. Nel cuore della UE la rabbia del Kurdistan dimenticato

Orsola Casagrande

Il Manifesto del 19/02/2009

Era il 15 febbraio del 1999 quando il leader del Pkk, dopo il no dell'Italia alla richiesta di asilo politico, viene arrestato in Kenya con l'aiuto dei servizi Usa e israeliani e consegnato al governo turco. Da allora è rinchiuso nel carcere di massima sicurezza sull'isola di Imrali. Stremato fisicamente dalle condizioni di isolamento, Apo continua a chiedere una «soluzione negoziata» per i diritti del suo popolo

«Sono venuto in Europa per cercare di trovare una soluzione pacifica al conflitto che da quindici anni vede kurdi e turchi contrapposti». Non si possono dimenticare le parole di Abdullah Ocalan, il presidente del Pkk (il partito dei lavoratori del Kurdistan) poco dopo il suo sbarco e il suo arresto a Fiumicino il 12 novembre 1998. Le speranze di Ocalan e di milioni di kurdi andarono presto deluse. Il governo italiano di centro sinistra impacciato e confuso non seppe prendere una decisione che sarebbe stata storica: farsi in qualche modo portavoce di quella offerta di negoziato, di quella possibilità di pace. La Turchia non prese nemmeno in considerazione le parole di Ocalan e cominciò immediatamente e freneticamente a fare da una parte pressioni sull'Italia perché estradasse il leader kurdo e dall'altra sul resto del mondo, in particolare gli Stati uniti e Israele perché la aiutassero a catturare Ocalan. L'Europa non solo non sostenne l'Italia ma chiuse le porte in faccia al presidente del Pkk e assieme a lui, a milioni di kurdi che in Europa vivono da anni.
Ieri per le strade di Strasburgo come in ogni città del Kurdistan (turco e iracheno), migliaia di persone hanno urlato ancora una volta la loro rabbia per quella opportunità di pace velocemente spazzata sotto lo zerbino di casa Europa. E hanno gridato di fare qualcosa per lo stesso Ocalan, che da dieci anni è rinchiuso nel carcere di massima sicurezza dell'isola di Imrali, unico detenuto, sempre più affaticato e minato nel fisico da un regime di isolamento che lo sta lentamente spezzando. Non nella testa, e infatti il leader kurdo continua a parlare di pace e a proporre soluzioni negoziate. Ma nel corpo, anche per via di un subdolo avvelenamento denunciato dai medici che sono riusciti ad analizzare qualche capello del leader.
Era il 15 febbraio 1999 quando dal Kenya è arrivata la notizia che Abdullah Ocalan, Apo per i kurdi, era stato catturato. Da Roma il presidente del Pkk era partito un mese prima, il 15 gennaio. In Italia aveva chiesto asilo politico, ma le pressioni della Turchia si erano fatte pesantissime per il pavido governo D'Alema. Che infatti «invitò» il leader kurdo a togliere il disturbo. Frenetiche le verifiche per trovare un paese disposto ad ospitarlo. Impresa che si rivela impossibile. A quel punto è Apo a non volere più stare in Italia. Una delle immagini più angoscianti e umilianti è quella di Ocalan che sorvola i cieli d'Europa vedendosi negato il diritto ad atterrare. Alla fine l'aereo si dirige in Grecia, dove il presidente kurdo resterà pochi giorni. Quindi nuovo viaggio verso l'ambasciata greca a Nairobi, in Kenya. Ma è un viaggio verso le braccia dei suoi nemici. E infatti Ocalan verrà catturato dai turchi, con l'aiuto dei servizi segreti degli Stati uniti e di Israele. L'altra immagine indelebile in questa tragedia è quella di Ocalan sotto sedativi, la benda agli occhi, le mani legate, che farfuglia mentre le teste di cuoio si prendono gioco di lui. La vicenda giudiziaria del leader kurdo prosegue in Turchia, con Ocalan rinchiuso nel carcere-isola di Imrali. Poi il processo-farsa, e la difesa lucida e puntuale di Apo. Quindi la condanna a morte, commutata in ergastolo (nell'agosto 2002) perché la Turchia ha nel frattempo congelato la pena capitale nella speranza di accelerare il suo cammino verso l'Unione europea. I legali di Ocalan fanno ricorso anche alla corte europea per i diritti umani che in prima battuta stabilisce che il processo turco non è stato equo. Ma i turchi esaminano le carte e presentano la loro risposta: non c'è nulla da rifare, i diritti dell'imputato sono stati rispettati. Tanto basta a Strasburgo che accoglie le giustificazioni della Turchia e stabilisce che il caso Ocalan è chiuso. Peccato che il 4 ottobre del 1999 l'Italia gli avesse riconosciuto il diritto all'asilo politico.
Dopo la cattura di Ocalan una Turchia giubilante pensava di aver chiuso definitivamente il capitolo Pkk. Sarebbe stata solo questione di tempo e i guerriglieri, senza leader e allo sbando, avrebbero presto capitolato. La previsione del governo e dell'esercito turchi però non poteva essere più distante dalla realtà. Il Pkk infatti dopo aver incassato il duro colpo ha continuato a proporre una soluzione negoziata del conflitto. Ma i governi turchi (l'arresto di Ocalan è avvenuto sotto il governo di Bulent Ecevit, poi rimpiazzato dall'attuale premier Recep Tayyip Erdogan) hanno confermato la loro miopia negando qualunque possibilità alla trattativa. Al contrario la guerra contro i kurdi è ripresa più pesante che mai. Fino ai bombardamenti del nord Iraq, nell'inverno del 2007 che ancora continuano. I kurdi hanno però continuato a percorrere la via democratica con il Dtp, il partito della società democratica che alle elezioni politiche del 2007 ha mandato in parlamento venti deputati. Il 29 marzo prossimo ci saranno le elezioni amministrative. Un appuntamento importante e i sondaggi dicono che il Dtp è in crescita, mentre l'Akp non gode di ottima salute. Sulle montagne intanto si continua a combattere ed è chiaro che la guerra e la repressione hanno avuto come effetto anche quello di garantire un ricambio e nuovi guerriglieri per il movimento di liberazione kurda. I soprusi e gli abusi dello stato turco sono stati confermati in questi giorni dal rapporto dell'associazione per i diritti umani: le torture sono aumentate nell'ultimo anno così come la repressione.
Abdullah Ocalan è nato nel 1949, figlio di una famiglia di contadini del villaggio di Omerli, nella provincia kurda di Urfa. Ha frequentato la scuola professionale per l'agricoltura e per qualche tempo ha lavorato presso il catasto agricolo nella provincia di Diyarbakir. Il suo interesse per i problemi e le contraddizioni interne e internazionali lo spinsero a iscriversi alla facoltà di scienze politiche a Ankara. La capitale era già in fermento e Ocalan non tardò molto a entrare attivamente nella vita politica dei primi anni '70. Fin dall'inizio si dedicò all'approfondimento del socialismo scientifico e all'analisi e alla denuncia dei concreti problemi della popolazione kurda. Ben presto divenne uno dei leader e degli organizzatori del movimento studentesco. Nel 1973 venne arrestato e rilasciato dopo sette mesi di tortura. Nel 1975 Ocalan fece ritorno in Kurdistan insieme a un gruppo di compagni. E' in quel periodo che pubblica, assieme a Mazlum Dogan e a Mehmet Ali Durmus, un opuscolo intitolato Il Manifesto, che definisce i compiti e le prospettive della rivoluzione nel Kurdistan. Il gruppo cominciò a viaggiare da un capo all'altro della regione kurda in uno sforzo intenso di informazione e sensibilizzazione della popolazione, raccogliendo molti sostenitori specialmente fra i giovani. Il nuovo gruppo si configurò da subito come uno dei più seri pericoli per lo stato turco dagli anni '30. Per questo doveva essere eliminato ad ogni costo. Il 18 maggio 1978 uno dei fondatori del gruppo, Haki Karer, di origine turca, venne assassinato da agenti turchi nella città di Antep. Il 27 novembre dello stesso anno Ocalan fondò il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk). La nuova formazione discusse e adotta il Manifesto come base programmatica nel suo primo Congresso. Abdullah Ocalan venne eletto segretario generale del Pkk. Il Programma del Pkk rivendica per il Kurdistan «libertà, democrazia e unità». Fini e metodi sono così riassunti: «La rivoluzione ha due aspetti, è nazionale e democratica. La rivoluzione nazionale insedierà un nuovo potere politico, militare e culturale. A questo succederà la seconda fase: la rivoluzione democratica, che punterà a superare le contraddizioni derivanti dal passato feudale». Queste contraddizioni sono così individuate: «Sfruttamento feudale, struttura per clan, settarismo religioso, dipendenza semischiavistica della donna». E' compito della rivoluzione «mettere fine a tutte le forme di dominio del colonialismo turco, avviare un'economia nazionale e puntare all'unità del Kurdistan».
Il Pkk si guadagnò rapidamente un ampio sostegno fra i lavoratori, i contadini, gli studenti e le diverse classi e ceti sociali. Organizzò scioperi operai, dimostrazioni studentesche e vertenze contadine contro i latifondisti. Lo stato turco non esitò a far ricorso ad arresti, massacri, infiltrazioni e torture, nel tentativo (fallito) di fermare lo sviluppo del movimento. Il 24 dicembre 1978 fu lo scontro sanguinoso fra turchi e kurdi a Maras (scatenato dall'uccisione di due militanti di estrema destra) a dare allo stato il pretesto per sottoporre a legge marziale la maggior parte delle province kurde. Nel 1979 Ocalan si spostò in Libano per preparare la lotta partigiana contro la crescente violenza dello stato e fondò nella Valle della Bekaa l'Accademia intitolata a Mahsum Korkmaz.
Da dieci anni Ocalan è un prigionero in isolamento ma il suo popolo continua a lottare per la sua libertà, per la giustizia e per una soluzione pacifica del conflitto in Kurdistan.

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