martedì 24 febbraio 2009

Citigroup va verso il crack. Usa pronti a nazionalizzare

Citigroup va verso il crack. Usa pronti a nazionalizzare

Sara Volandri

Liberazione del 24/02/2009

Il "rumor" circolava già da tempo, ora però, dopo gli ultimi disastrosi rovesci in Borsa (-41% lo scorso venerdì), sembra quasi una certezza: il governo statunitense sta infatti per entrare direttamente nel capitale di Citigroup, il colosso bancario nato nel 1998 dalla fusione dell'istituto di credito Citicorp con la compagnia di assicurazioni Travelers Group. Lo riferisce il Wall Street Journal , secondo cui l'amministrazione Obama sarebbe molto vicina all'acquisizione di parte delle quote azionarie del gruppo (tra il 25 e il 40%). Un'operazione che, a questo punto, sembra l'unica strada per salvare la banca da un fallimento che provocherebbe una vera e propria catastrofe sociale. Con un fatturato annuo che supera i 2mila miliardi di dollari e 330mila posti di lavoro tra impiegati e manager, Citigroup è infatti la più grande banca finanziaria del pianeta. Di fatto si tratterebbe di una nazionalizzazione parziale, ipotesi impensabile fino a qualche mese fa nella patria del libero mercato. Ma l'avvento della tempesta finanziaria che sta facendo sprofondare il pianeta nel baratro della recessione, ha scompaginato le regole del gioco.
Quando il vento a crisi si è abbattuto sul capitalismo d'oltreoceano, falcidando letteralmente giganti finanziari che parevano inattaccabili come Lehman Brhoters o Fannie & Freddie, il consiglio d'amministrazione di Citigroup ha inizialmente pensato di poter fronteggiare la crisi, sperando di superare in tempi brevi la disastrosa congiuntura economica. In tal senso novembre c'è stata una ricapitalizzazione di 45 miliardi di dollari che doveva ridare ossigeno alle esangui finanze dell'azienda Ma tanto ottimismo è stato in fretta vanificato dai ripetuti tracolli del titolo nell'indice Dow Jones e dallo spettro del crack. Così, per citare le parole del premio nobel per l'economia Paul Krugman, la nazionalizzazione diventa quasi un'opzione «inevitabile». Tanto più, che alla notizia degli imminenti aiuti pubblici, ieri il titolo ha chiuso con un attivo del 12%, il miglior risultato dopo mesi di agonia.
Certo, nulla è ancora acqusito e le trattative per un'operazione così complessa vanno avanti febbrili. Ma all'orizzonte non si intravedono soluzioni alternative. Bisognerà vedere modi e tempi del salvataggio.
Sempre secondo il Wall street journal , non è ancora chiaro il ruolo che avrà il governo nella gestione della banca e nemmeno quello dell'amministratore delegato Vikram Pandit e dell'attuale consiglio di amministrazione. «E' anche possibile che i negoziati falliscano, ma il governo statunitense potrebbe ritrovarsi con una quota del 40% di Citigroup. I dirigenti sperano invece che la quota in mano al governo sia più vicina al 25%», commenta il più celebre quotidiano finanziario del mondo. Spiegando inoltre che i dirigenti di Citigroup sperano di convincere gli investitori di Singapore, quelli del Kuwait e degli Emirati, di trasformare i loro titoli in azioni ordinarie, scongiurando così l'intervento dello Stato. Ipotesi che, al momento, pare poco praticabile e comunque non in grado di salvare i destini di Citigroup.
E dire che proprio venerdì scorso la Casa Bianca e il Tesoro avevano sostenuto la necessità di conservare un sistema bancario privato: «L'amministrazione continua a credere fermamente che un sistema bancario privato rappresenti la soluzione per sopravvivere», aveva detto il presidente Obama. Il problema però è che un sistema privato che rischia di far fallire i propri gioielli di famiglia non serve a nulla e a nessuno. Dunque non resta che nazionalizzare. Con buona pace dei grandi guru del libero mercato.

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