lunedì 23 febbraio 2009

A picco le banche. Mercati a rotoli

A picco le banche. Mercati a rotoli

Bruno Perini

Il Manifesto del 21/02/2009

Venerdì nero per il sistema bancario mondiale. Crollano i colossi del credito negli Stati Uniti e in Europa. Gli operatori temono la recessione e l'incertezza dei mercati. L'immissione di liquidità non basta. È l'ora delle nazionalizzazioni

Alla fine di ripetute scosse da cardiopalma, la giornata di ieri sarà ricordata come il venerdì nero del sistema bancario mondiale. Trema Wall Street e le onde del nuovo terremoto arrivano fino alla Casa Bianca. Tremano le borse europee. Piazza affari ha lasciato sul campo un crollo del 5% e le più importanti banche italiane come Intesa e Unicredit hanno tracollato con punte che vanno dal 15% al 20%. L'ipotesi di nazionalizzazione delle banche, avanzata ieri da Silvio Berlusconi, non ha fatto altro ch accrescere la paura. Gli scricchiolii più insidiosi toccano proprio le cattedrali del denaro. L'epicentro è lì e sembra che gli operatori di tutto il mondo guardino ai massicci interventi dei governi con aria di sufficienza, come se non fossero state immesse nel sistema centinaia di miliardi di liquidità. Il rischio ora è che i governi non riescano più a controllare i mercati mentre il panico sale senza sosta. D'altronde il mercato finanziario mondiale è seduto su una polveriera: secondo l'International Herald Tribune il mercato dei derivati tocca i 27 trilioni di dollari e bisogna considerare che da qualche mese a questa parte è fortemente dimagrito proprio a causa della crisi finanziaria mondiale che ha provocato la grande fuga dai derivati. Che cosa sta accadendo? Pare proprio che l'epoca dei titoli tossici non sia ancora finita ed ora lo spettro della recessione provoca le prime grandi vittime con migliaia di disoccupati e centinaia di aziende in difficoltà. Sembrerà strano ma non lo è: gli operatori finanziari, abituati a guardare gli indici finanziari questa volta guardano ai dati dell'economia reale e dopo aver registrato le scarne cifre che arrivano dall'industria e dai settori chiave dell'economia reale scaricano sul mercato tonnellate di titoli, soprattutto bancari. L'epicentro dunque resta sempre il sistema bancario, considerato, malgrado le clamorose nazionalizzazione, la fonte principale del virus. Bastano due dati registrati ieri per capire l'entità del terremoto: a poco più di due ore dalla chiusura di Wall Street, due colossi bancari statunitensi come Bank of America e Citigroup perdono rispettivamente il 25,70% e il 28,69%. Rispetto a un anno fa le azioni di queste banche hanno perso rispettivamente il 72%, il 62% e il 59%. Altro dato da brivido riguarda il colosso dell'automobile che alla stessa ora perde quasi il 23,50%.
Dopo aver violato al ribasso anche l'ultima soglia tecnica stabilita con il minimo di 7.522 punti il 20 novembre 2008, Wall Street si è incamminata su un percorso che minaccia di portare a nuove sofferenze nell'arco delle prossime sedute. La tenuta di quota 7.500 punti (giovedì il Dow Jones ha invece terminato a 7.465 punti) era infatti considerata una specie di linea Maginot per un indice che ha perso il 47% dai suoi valori massimi e che sembra incapace di organizzare una qualsiasi forma di resistenza. Ora il Dow Jones rischia di sfondare anche il minimo toccato il 10 ottobre 2002 a 7.181 punti. Se questo avvenisse per i mercati finanziari americani si aprirebbero veramente le porte del baratro tanto più che i dati macroeconomici si fanno sempre più preoccupanti. Gli analisti ci dicono che in febbraio abbiano perso il posto di lavoro tra le 600mila e le 700mila persone e già il dato sulle richieste di sussidi di disoccupazione ha rivelato ieri che il totale degli americani che ricevono aiuti di cassa integrazione dallo stato è balzato a quasi 5 milioni, il valore più alto di sempre o quantomeno dal 1967, quando il dipartimento del Tesoro ha iniziato a compilare questa statistica. Continuano inoltre a peggiorare le condizioni del sistema finanziario nonostante il piano di stimolo da 787 miliardi di dollari varato dall'amministrazione Obama e dai numerosi interventi di puntello organizzati dal Tesoro e dalla Federal Reserve. Colossi del calibro di Bank of America e Citigroup trattano ora rispettivamente sotto la soglia di 4 e 3 dollari e tornano a riemergere le voci di una loro possibile nazionalizzazione.
Che la giornata sarebbe stata nera come la pece lo si è capito dalle prime battute del mercato dei future: a circa un'ora e mezza dall'avvio delle contrattazioni i future sul Dow Jones scendevano dell'1,65%, quelli sul Nasdaq dell'1,41% e quelli sull'S&P500 dell'1,69%. Rispetto a un anno fa le azioni di queste banche hanno perso rispettivamente il 72%, il 62% e il 59%.
A Piazza Affari è stata durissima. Gli operatori, dicono in molti, evidentemente hanno preso sul serio le parole di Silvio Berlusconi a proposito delle nazionalizzazioni e invece di rassicurarsi sono stati presi dal panico. E a Milano si è proprio guardato al titolo della Cà de Sass (-15,34% a 1,78 euro) che è precipitato sotto la soglia psicologica dei 2 euro, cosa che non accadeva dal marzo del 2003. Ma non basta, se si pensa alla capitalizzazione del gruppo guidato da Corrado Passera, scesa a quota 21 miliardi, mandando in fumo quasi 4 miliardi si capisce che a questo punto anche il sistema bancario italiano rischia di essere travolto.

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