sabato 25 luglio 2009

«Pianura padana peggiore degli ecomostri»

Il geografo Massimo Quaini. «Pianura padana peggiore degli ecomostri»
25/07/2009 - CORRIERE DELLA SERA

«Disordinato, frutto di una pianificazione con­fusa, e tutelato solo in parte secondo schemi supe­rati ». È il paesaggio italiano per Massimo Quaini, il docente dell’Università di Genova che ha coor­dinato il Rapporto annuale della Società Geografi­ca. «Lo stato pietoso del nostro Paese dal punto di vista paesaggistico è lo specchio fedele della selva di leggi e provvedimenti che, invece di fare chiarezza, hanno incentivato la cementificazione. E il piano casa di cui si è discusso qualche tempo fa e che presto potrebbe tornare d’attualità non farà altro che peggiorare la situazione. Ci sarebbe bisogno di ben altri interventi».

Ad esempio?

«Il nostro lavoro ci ha portato ad analizzare il territorio partendo dalla prospettiva dell’Italia ru­rale, aspetto di assoluta importanza, eppure siste­maticamente mortificato a vantaggio di logiche di sviluppo economico spietate o di modelli di tu­tela limitati ai centri storici. Quel che ci vorrebbe, invece, è un’intensa campagna di manutenzione del territorio, un serio e metodico restauro del pa­esaggio agricolo».

Pensa che sia necessario conservare l’integri­tà della campagna italiana?

«Non si può fare a meno di sottolineare che spazi strettamente naturali non esistono più. La mano dell’uomo arriva ovunque, anche nelle ri­serve, nei parchi, persino nel cuore delle foreste. E allora perché ignorare una fetta così importan­te del paesaggio come le nostre campagne? È una parte del nostro Paese purtroppo sottovalutata, ma che invece ha un valore incommensurabile. Vuole un esempio? I turisti stranieri che sempre più spesso vengono nella mia Liguria investono sulla fascia collinare comprando vecchie fattorie ridotte quasi in macerie, snobbando la costa dove i prezzi sono arrivati alle stelle».

Ma la struttura normativa e burocratica del no­stro Paese ci consente interventi di questi tipo?

«In effetti le competenze in materia paesag­gistica rappresentano un altro tasto dolente, perché sono decisamente mal distribuite dal centro agli enti locali. Comuni, Province, Re­gioni e poi il ruolo cruciale delle soprintenden­za spesso si sovrappongono nella loro attività di controllo e prevenzione. Se non si lavora in maniera coordinata, si corre il rischio di auto­rizzare scempi e devastazioni urbanistiche».

Si riferisce agli ecomostri?

«Quelli sono solo la punta dell’iceberg. Mi pre­occupano più fenomeni di ampia portata, rispet­to ai quali non c’è la possibilità di intervenire. Mi riferisco, ad esempio, alla pianura padana trasfor­mata in un’unica grande area metropolitana, co­me la chiamano gli urbanisti. Un confuso model­lo insediativo dove quartieri suburbani e periur­bani si mescolano, dando vita alla perfetta nega­zione del paesaggio rurale».

Pensa che la sensibilità degli enti locali ri­spetto al paesaggio stia mutando?

«Recentemente lo ha ribadito anche Giulia Ma­ria Crespi proprio al Corriere , dando l’allarme sui Comuni che per far cassa sono disposti a tutto e cercano di compensare con gli oneri di urbanizza­zione le minori entrate che provengono dallo Sta­to. In altre circostanze si accettano supinamente le aggressioni al territorio di criminalità e cattiva amministrazione, come accaduto in Campania o in alcune zone del Lazio, con l’avvelenamento si­stematico del paesaggio».

A. Cas.

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