lunedì 6 luglio 2009

Conversando con Roberto Espinosa. Portavoce del Coordinamento andino delle organizzazioni indigene

l’Unità 5.7.09
Conversando con Roberto Espinosa. Portavoce del Coordinamento andino delle organizzazioni indigene
di Leonardo Espinosa

I decreti del cane del contadino»: così hanno chiamato i provvedimenti con cui Lima voleva modificare la legislazione sull’uso delle terre. «Fa quasi sorridere, vero? In realtà, il loro ritiro ci è costato troppo sangue e troppa violenza». È la giornata giusta per parlare con Roberto Espinoza, uno dei portavoce del Caoi (il Coordinamento andino delle organizzazioni indigene), ospite del G-sott8 nell’Iglesiente sardo, un contro-G8 organizzato dall’Arci e da altre 300 associazioni. Poche ore prima, dal Perù, è arrivata la notizia delle prossime dimissioni del primo ministro Yehude Simon, «Se non succederà niente di straordinario».
Ma quella che a noi sembra un vittoria degli indios contro il governo del presidente Alan Garcia, per Espinoza è altro. «È un atto dovuto. Simon aveva forse i numeri in Parlamento (dove le sue dimissioni sono state respinte due giorni fa, ndr), ma ormai la società peruviana lo aveva censurato». Le dimissioni di Simon potrebbero portare alla fine del governo di Garcia, dopo la crisi scoppiata per i due decreti sullo sfruttamento del suolo e sottosuolo nell’Amazzonia peruviana.
Tre mesi di scontri, blocchi stradali e morti. Tanti, da non tenerne il conto: forse 34 oppure, contando anche i desaparecidos, cento. Indigeni auto-organizzati contro indigeni in divisa, spediti dal governo di Simon per far rispettare «lo stato di diritto». Un diritto troppo vago. E troppe volte utile solo per le compagnie petrolifere o per le multinazionali farmaceutiche o agroalimentari. «È l’intera legislazione peruviana da cambiare - continua Espinoza - L’idea coloniale di concedere per legge lo sfruttamento della terra, della nostra Pachamama, è un’idea datata. Nessun uomo può sfruttare la terra, ma solo accudirla. Smettiamo di parlare solo di risorse e iniziamo a parlare di vita».
Gli ultimi dati che arrivano da Lima sono chiari: su 70 milioni di ettari dell’Amazzonia peruviana, oltre 50 milioni sono stati concessi a compagnie petrolifere. La metà delle comunità indios vive su territori che, per lo Stato, non appartengono a loro. E ci vivono da ben prima del 1492.
Il 5 giugno, lo scontro ha portato alla morte di 34 persone e al ferimento di quasi 200 a Bagua Chica (700 kim dalla capitale Lima). È stato il punto più alto della crisi. Poi, le dimissioni di venerdì notte. «Le società sono pronte a cambiamenti strutturali - è la convinzione di Espinoza - dobbiamo lottare per un raffreddamento della terra. E lo Stato non può più negoziare lo sfruttamento in nome del popolo. Altrimenti, avremmo dimostrato di fare come il cane del contadino: abbaia e basta. No: noi abbaiamo per poter mangiare e per far mangiare tutti».
L’immagine del cane del contadino sta sostituendo quella del cortile di casa, quella imposta negli anni 60 dalle amministrazioni a stelle e strisce per tutto il subcontinente. Alan Garcia è rimasto solo ad accusare Evo Morales (Bolivia), Hugo Chavez (Venezuela) e Fidel Castro (Cuba) di manovrare gli indios peruviani. Da Washington, Barack Obama ha condannato le violenze ma non ha preso partito.
«È arrivato il momento anche per questo che la sinistra italiana chieda l’espulsione di Garcia dall’Internazionale socialista. È una vergogna», è la proposta della Caoi.
Per lo scrittore peruviano più famoso al mondo, e noto politico conservatore, Mario Vargas Llosa, quella degli indigeni andini e amazzonici è solo una «vittoria di Pirro». Per il perenne candidato al Nobel, una cosa è certa: «I 332mila nativi amazzonici, secondo il censimento del 2007, divisi in 15 gruppi etno-linguistici, con più di 70 dialetti, continueranno ad essere i cittadini più poveri e sfruttati del Perù, quelli che riceveranno peggiore educazione, con meno opportunità di lavoro e con le peggiori aspettative di salute e vita di tutto il paese. Se non è questa una vittoria pirrica, cos’altro lo è?». Già: cos’altro lo è?
«Non siamo indios e basta. Siamo cittadini. E il motto dei movimenti indigeni è “nessun diritto solo per gli indigeni. Parliamo per tutti, non solo per razze o etnie”», dice il portavoce del Caoi.
In tre mesi, il movimento peruviano è riuscito a non farsi azzittire, cambiando leader ma non cambiando l’obiettivo della lotta: una nuova legislazione dell’uso della terra. Prima c’era Alberto Pizango, leader dell’Asociación Interétnica de Desarrollo de la Selva, ora in esilio in Nicaragua. Poi: Davi Kopenawa, una donna yanomani nata “forse” nel 1956.
Man mano che il neoliberismo si è andato affermando in tutto il subcontinente latinoamericano, per i movimenti indigeni è arrivata l’occasione di legare le proprie battaglie per la terra a quelle dei diseredati delle città. Non è stato facile. Lo zapatismo del subcomandante Marcos ha rappresentato il più alto livello di notorietà per la causa indigena. La repressione e i tempi lunghi della politica lo hanno ridimensionato: da fenomeno globale a fenomeno regionale. Una sconfitta? In parte, ma non totalmente se è vero che da quel 1994, gli altri movimenti indigeni hanno fatto tesoro dell’esperienza del Chiapas.
«La nostra non è una battaglia etnica o individualista - conclude Roberto Espinoza - lottiamo con le comunità di tutto il mondo, sulle Ande come in Italia. Lottiamo per chi vuol fermare lo sfruttamento che porta alla crisi economica e a quella della terra». E allora: la prossima settimana ci saranno 3 giorni di sciopero generale sulle Ande e in Amazzonia. Il cane da guardia ha deciso di dire la sua.

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