domenica 19 luglio 2009

«Gaza dimenticata da tutti. È la tomba dei diritti del popolo palestinese»

l’Unità 15.7.09
«Gaza dimenticata da tutti. È la tomba dei diritti del popolo palestinese»
Conversando con Mairead C. Maguire, Nobel per la Pace
di Umberto De Giovannangeli

La Striscia oscurata:
«È immorale che non faccia più notizia La sofferenza di donne, uomini e bimbi continua»

C’è un rapporto dell’Onu, un altro della Croce Rossa Internazionale, un altro ancora di Amnesty International. Tutti convergono nell’affermare che a Gaza sono stati commessi dalle forze armate israeliane crimini di guerra. Rapporti che inchiodano alle loro responsabilità le autorità israeliane. Ma nulla accade. Il dolore della gente di Gaza si perde nel silenzio complice della comunità internazionale e nel disinteresse dei media. Ciò è immorale. Perché Gaza resta un inferno, un enorme prigione a cielo aperto, isolata dal mondo; una prigione per un milione e mezzo di palestinesi, in maggioranza bambini e ragazzi. Fino a quando ne avrò la forza, non smetterò di denunciare l’ignominia delle punizioni collettive che Israele continua a infliggere alla gente di Gaza». Dolore e rabbia. E volontà di continuare a battersi per i «senza diritti». Questi sentimenti fanno da filo conduttore del nostro colloquio con la premio Nobel per la Pace nordirlandese Mairead Corrigan Maguire. La Maguire, è con lei Cynthia McKinney, attivista pacifista Usa ed ex deputata, sono state arrestate il 30 giugno scorso e detenute per una settimana con altri 19 componenti della delegazione pacifista del movimento Free Gaza, per aver cercato di forzare il blocco della Striscia di Gaza. Il 6 luglio, le autorità israeliane hanno espulso la Nobel per la pace e l’ex deputata Usa. «Gli aiuti che stavamo portando – racconta la premio Nobel nordirlandese – erano un simbolo di speranza per la gente di Gaza. Speranza che possa essere aperta una via di mare, e che loro stessi possano essere messi in condizione di trasportare i loro materiali e poter, così, ricominciare a costruire le scuole, gli ospedali e le migliaia di case distrutte durante la carneficina chiamata “Piombo fuso”. «Ma questi atti di pirateria di Stato – aggiunge – non faranno venir meno la nostra determinazione. Con queste missioni vogliamo dire alla gente di Gaza che noi siamo con loro e che non sono soli».
I riflettori si sono spenti su Gaza. Il silenzio sembra essere calato su quella tragedia.
«Sì, Gaza sembra non far più notizia. E questo è scandaloso, immorale, riprovevole. Perché la sofferenza della gente di Gaza non è diminuita. Perché Gaza resta una prigione a cielo aperto dove vivono in condizioni disperate un milione e mezzo di persone, in maggioranza donne, bambini, ragazzi. E tutto questo avviene nel silenzio complice della comunità internazionale. Nonostante rapporti dell’Onu, della Croce Rossa Internazionale, di Amnesty International, che denunciano i crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati a Gaza dall’esercito israeliano. Dobbiamo avere il coraggio e l’onesta intellettuale di chiamare le cose con il loro nome: quello che da tre anni è in atto a Gaza è un assedio disumano».
Un’accusa pesante.
«Pesante, pesantissime sono le condizioni di vita, se di vita si può parlare, a cui è costretta la popolazione di Gaza. C’è penuria di medicine, cibo, elettricità e delle cose indispensabili a vivere. Nella Striscia di Gaza, su una lista di 4000 “prodotti autorizzati” da Israele (prima dell’assedio imposto dal giugno 2007, ndr.), solo 30-40 sono tollerati oggi, e un milione e mezzo di persone restano rinchiuse, sottomesse all’arbitrio più totale. Libri, dischi, indumenti, tessuti, scarpe, aghi, lampadine elettriche, candele, fiammiferi, strumenti musicali, lenzuola, coperte, materassi, tazze, bicchieri… sono proibiti e non possono passare se non attraverso i fragili tunnel dall’Egitto, obiettivi di ripetuti bombardamenti. Ma forse la peggiore forma di tortura per un essere umano è quella di non poter stringere e toccare i propri cari, e agli abitanti di Gaza non è permesso attraversare i confini attualmente chiusi per poter stare con le proprie famiglie. i malati non possono andare via per ricevere cure mediche, oltre l’80% dei bambini soffre di denutrizione, e per loro scarseggia anche il latte. La Striscia di Gaza è divenuta la tomba dei diritti umani. La punizione collettiva contro una comunità civili, da parte del governo israeliano, viola la Convenzione di Ginevra, è illegale, è un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità. E come tale andrebbe perseguito se la parola Giustizia avesse ancora un senso alto, nobile, super partes. La tragedia più grande è che gli Stati Uniti, l’Unione Europea, l’Onu restano zitti di fronte alla tragedia umanitaria del popolo palestinese. Un popolo di dieci milioni di persone, sette milioni delle quali sono profughi».
Lo scorso 30 giugno Lei ha vissuto momenti drammatici…
«Non dimenticherò mia ciò che è accaduto. Le navi della Marina israeliana ci hanno abbordati, minacciati e costretti a fare rotta sul porto di Ashdod. Poi ci hanno ammanettati e condotti in cella. Un blitz degno dei pirati. Siamo stati rapiti e portati in Israele, dalle acque territoriali di Gaza, sotto la minaccia delle pistole; siamo stati sequestrati. Così Israele ha fermato una nave carica di medicinali e di giochi per i bambini di Gaza».
Lei ha vissuto la tragedia della guerra civile nell’Ulster. Pensando a quella drammatica storia e proiettandola nello scenario mediorientale, cosa si sente di dire ai dirigenti palestinesi?
«Ho avuto modo di incontrare sia dirigenti di Hamas che di Al Fatah. A loro ho parlato con il cuore in mano, partendo dalla mia esperienza personale. A tutti loro ho detto che un popolo palestinese diviso, la lotta armata, e il militarismo non risolveranno i problemi. L’alternativa al militarismo non è la rassegnazione, il piegarsi alla legge del più forte. L’alternativa non è la resa, ma realizzare è la resistenza civile non violenta. Un’”arma” straordinaria nelle mani dei più deboli».
E al più forte, Israele, cosa si sente di dire?
«Che non è opprimendo, umiliando, annichilendo un altro popolo che potrà sentirsi in pace. Che pace e giustizia sono tra loro indissolubili. E che non è degno di uno Stato democratiche perseguire politiche che finiscono per supportare un sistema di apartheid».
Lei chiede giustizia per la popolazione di Gaza. Chiede la fine dell’assedio. Ma cosa si sente oggi di chiedere ai capi di Hamas che comandano a Gaza?
«Chiedo un atto di umanità: liberate il soldato Shalit. Restituitelo a due genitori straordinari che hanno espresso più volte e con parole nobili il loro sostegno alla gente di Gaza».

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