mercoledì 9 luglio 2008

Un milione e mezzo di schiave nell’Arabia Saudita tanto amica dell’Occidente

l’Unità 9.7.08
Il rapporto di Human Right Watch
Un milione e mezzo di schiave nell’Arabia Saudita tanto amica dell’Occidente
di Umberto De Giovannangeli

UN ESERCITO di schiave. Sfruttate. Picchiate. Violentate. Senza diritti. Senza dignità. Costrette a lavorare per 18 ore, sette giorni su sette. E se qualcuna osa ribellarsi il suo destino è segnato: fustigata a sangue. «Come se non fossi un essere umano». E questo in un Paese che l’Occidente democratico, paladino dei diritti della persona, considera un fedele alleato nel nevralgico scacchiere mediorientale: l’Arabia Saudita. L’organizzazione Human Right Watch (HRW), che difende i diritti umani, denuncia che milioni di donne di origine asiatica sono trattate come delle schiave in Arabia Saudita. Per questo motivo HRW chiede a Riad di prendere misure radicali per tutelarle legalmente.
L’Organizzazione non governativa dopo due anni di ricerche ha pubblicato il rapporto dal titolo «Come se non fossi un essere umano» e stima che un totale di 1.5 milioni di donne tuttofare provenienti dall’Indonesia, dalle Filippine, dallo Sri Lanka e dal Nepal sono sfruttate in Arabia Saudita. «Nel migliore dei casi le donne che emigrano in Arabia Saudita beneficiano di buone condizioni di lavoro e di buoni datori di lavoro. Nel peggiore invece sono trattate quasi come delle schiave. Nella maggior parte dei casi queste donne si trovano in una condizione intermedia», riassume Nisha Varia, co-autrice del rapporto. La legislazione sul lavoro nel regno ultraconservatore, secondo il rapporto, «esclude le domestiche, privandole di diritti garantiti invece agli altri lavoratori, come ad esempio un giorno di riposo settimanale ed il pagamento di ore di straordinario». «Il governo saudita ha fatto delle proposte di riforma ma ha passato anni a contemplarle senza prendere alcuna misura in merito», afferma Varia e continua: «È arrivato il momento di attuare queste riforme».
In Arabia Saudita, ufficialmente, la schiavitù è stata abolita solo nel 1963. Ufficialmente. Perché la realtà racconta un’altra storia. Agghiacciante. Nel lavoro di 133 pagine, corredato da più di 80 interviste a domestiche, emerge un quadro drammatico di sfruttamento e violazione dei diritti umani. «Per un anno e cinque mesi non ho percepito stipendio. Quando chiedevo il denaro il mio datore di lavoro mi colpiva, cercava di ferirmi con un coltello», afferma una donna. «Lavoravo 18 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, per anni, senza essere pagata», dichiara una signora di origine indonesiana. La materia di diritto, in tema di tutela delle donne sul lavoro in Arabia Saudita dà un potere molto forte agli uomini, al punto da impedire alla domestica di cambiare luogo dell’occupazione o lasciare il Paese. In questi anni numerose donne filippine, indonesiane, dello Sri Lanka hanno cercato rifugio nelle rispettive ambasciate. «È tempo di fare dei cambiamenti - afferma una donna intervistata - cercando di garantire, anche alle domestiche, il rispetto dei diritti del lavoratore, previsti dalla legge del 2005».
«Le donne continuano a subire discriminazioni di fronte alla legge e nelle consuetudini e non hanno ricevuto adeguate protezioni contro la violenza domestica e familiare», denuncia Amnesty International in un suo recente rapporto sulla condizione della donna in Arabia Saudita. «Ogni giorno - ricorda Amnesty - i diritti fondamentali di chi vive in Arabia Saudita sono prevaricati e in pochi vengono a saperlo: condanne a morte, fustigazioni ed amputazioni sono comminate ed eseguite senza la minima considerazione per i principi di umanità e le regole del diritto internazionale». Un diritto che non trova spazio in Arabia Saudita. Un Paese in cui - concordano le più impegnate associazioni umanitarie internazionali - il Corano e la shari’a (legge islamica) sono utilizzati come strumento per opprimere, spaventare, violare la dignità di donne, bambini, uomini impotenti ed incapaci a difendersi. Donne come Maria, giovane filippina giunta in Arabia Saudita come collaboratrice domestica e colta dal padrone di casa, qualche mese più tardi, mentre dava da mangiare all’autista. Per questo «reato» - aver avvicinato un uomo, seppur per offrirgli del del cibo - la domestica fu condannata a dieci mesi di carcere e a 200 frustate. Al termine della pena, Maria venne deportata nelle Filippine.

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