domenica 20 luglio 2008

Quando l’America non vive più alla grande

l’Unità 20.7.08
Quando l’America non vive più alla grande
di Roberto Rezzo

DISOCCUPAZIONE, inflazione, assalto agli sportelli bancari. La Casa Bianca cerca di tranquillizzare gli americani ma non convince nessuno. George Soros evoca lo spettro della Grande depressione del 1929. Dalla crisi dei mutui sub prime al contagio che investe tutta l’economia. La bolletta energetica è l’incubo principale delle famiglie.

È sparita dai cartelloni una celebre pubblicità di Citibank, il primo gruppo bancario degli Stati Uniti e uno dei più grandi al mondo. Suggeriva alla clientela di «vivere alla grande», investendo nei suoi prodotti finanziari e spendendo liberamente grazie a una generosa linea di credito.

Adesso ai piani alti del grattacielo al numero 399 di Park Avenue a New York hanno ben altri problemi: cercare di farsi pagare dai debitori e convincere i correntisti a non fuggire a gambe levate. Venerdì scorso, dopo la chiusura dei mercati, Citibank ha annunciato una perdita secca di 2,5 miliardi di dollari nell’ultimo trimestre e una svalutazione degli investimenti pari a 7,2 miliardi. Wall Street ha tirato un sospiro di sollievo: gli analisti si aspettavano che andasse molto peggio. Nel trimestre precedente Citibank aveva perso 5,1 miliardi. Intanto a Washington i funzionari di un’agenzia governativa di cui solo gli addetti ai lavori conoscevano l’esistenza rilasciano comunicati e interviste a tutto spiano, Si chiama Federal Deposit Insurance Corporation (Fdci) e garantisce i depositi sino a 100mila dollari nel caso la banca si dichiari insolvente.
L’America ha assistito sotto shock alle immagini trasmesse da tutti i telegiornali. File interminabili davanti agli sportelli di IndyMac, la prima banca nell’area di Los Angeles e il settimo istituto Usa nel settore dei mutui immobiliari. Migliaia di correntisti accampati sotto il sole per ritirare i risparmi. L’11 giugno IndyMac è ufficialmente fallita. Su qualsiasi strada della California si vedono a centinaia le case abbandonate con un cartello davanti: «Foreclosed». Proprietà pignorate per mancato pagamento del mutuo e che da mesi non trovano un compratore. Non sono le periferie abitate dagli immigrati messicani e cinesi. Sono i quartieri residenziali con le case prefabbricate tutte uguali, quattro camere da letto, tre bagni, cucina con frigorifero monumentale, il giardino ben curato. Due o tre auto nel garage. Il sogno raggiunto della middle class protagonista di «American Beauty». Intere comunità spazzate via dalla crisi, costrette a trasferirsi in appartamenti d’affitto in città.
Nessuno parla più di depressione. Il termine è stato abolito dopo la Seconda guerra mondiale. Evocava la Grande depressione del 1929, con la gente rovinata che si gettava dalla finestra. Il panico. In seguito gli economisti hanno preferito parlare di recessione, per indicare un protratto periodo di crescita negativa. L’ultima viene fatta risalire al 2001 e ufficialmente durò appena nove mesi. L’amministrazione Bush sostiene che gli Stati Uniti adesso non sono affatto in recessione. E per spiegare la situazione ha coniato un nuovo termine «rallentamento». Per la gente comune sono parole che sembrano pronunciate da chi vive su un altro pianeta. L’ultimo sondaggio Gallup indica che l’81% degli americani sta tagliando le spese su ogni fronte possibile. Tre su quattro hanno rinunciato a qualche divertimento o a un’uscita al ristorante. Due terzi sono stati costretti a pianificare un budget mensile per la famiglia. Quasi la metà risparmia sistematicamente sugli acquisti: il 49% scegliendo prodotti di qualità inferiore, il 46% cercando articoli scontati. Il 30% si è trovato un secondo lavoro. Dall’ultima indagine pubblicata da Destination Analists, il centro studi e marketing delle organizzazioni di tour operator, risulta che negli ultimi dodici mesi c’è stata una contrazione del 45,8% nei viaggi per le vacanze. E per chiarire meglio il fenomeno, conia il neologismo «staycation». Significa passare le ferie a casa.
«C’è il rischio concreto d’andare incontro alla più grave crisi mai vista in vita nostra», ha dichiarato George Soros. E il finanziere di origine ungherese, la cui fortuna personale è stimata in nove miliardi di dollari, essendo nato nell’agosto del 1930, ha visto anche la Grande depressione. Anzi, c’è cresciuto in mezzo. Al capezzale di Fannie Mae e Freddie Mac, le due società che insieme detengono circa il 50% dei 12.360 miliardi di dollari in mutui attualmente accesi in Usa, sono stati chiamati i massimi esperti. Nessuna incertezza sulla diagnosi: o interviene il Congresso o vanno a gambe all’aria. Furono create durante la Grande depressione per cercare di rendere più accessibile l’acquisto della casa. Il loro lavoro è quello di acquistare i mutui concessi da banche e società di brokeraggio, impacchettarli sotto forma di prodotti finanziari, e rivenderli agli investitori. Sempre attraverso il sistema bancario. Il meccanismo consente alle banche di recuperare liquidità, che può essere destinata a nuovi prestiti. Il meccanismo si è inceppato con i mutui sub prime, finanziamenti capestro a tasso variabile, concessi anche in assenza di garanzie, pur di macinare commissioni. Ora il buco rischia di superare la metà dell’intero debito pubblico americano. Susan Wachter, docente all’università della Pennsylvania, spiega che la crisi finanziaria alimenta la crisi del mercato immobiliare. E che la crisi del mercato immobiliare alimenta quella finanziaria: «Siamo in un circolo vizioso».

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