domenica 20 luglio 2008

Panico made in USA, in fila davanti alle banche

Panico made in USA, in fila davanti alle banche

di Carlo Leone Del Bello

Il Manifesto del 16/07/2008

Il fallimento della Indymac ha messo in evidenza la crisi. Non è più solo nei listini di borsa, ma si vede per le strade: i correntisti ritirano i risparmi. Il presidente Usa tenta di rassicurare e invita il Congresso a sostenere i salvataggi. Intanto la recessione si avverte anche in Spagna, mentre in Brasile e Giappone ripartono le proteste

George W. Bush crede che il sistema finanziario americano sia «fondamentalmente solido». Lo crede davvero, ha aggiunto, come se ci fosse stato bisogno di una ulteriore rassicurazione. Tuttavia, la chiave per la risoluzione della crisi, per il presidente, è nell'approvazione in tempi brevi, da parte del Congresso, del piano d'emergenza per Fannie Mae e Freddie Mac, oltre al solito appello per la fine del divieto di estrazione petrolifera lungo le coste statunitensi. Peggiora nel frattempo la situazione del settore bancario, a quasi un anno dallo scoppio della crisi, iniziata con le sofferenze dei mutui subprime. Le scene delle code agli sportelli della Indymac, banca californiana fallita venerdì scorso, e le crescenti preoccupazioni circa la solvibilità delle banche, rischiano infatti di innescare una reazione a catena fra tutte le istituzioni di deposito, soprattutto quelle locali.
Il presidente degli Stati uniti ha riconosciuto, in una conferenza stampa tenuta ieri, che è un «periodo difficile» per le famiglie americane. Due le cause: crisi del credito e prezzo della benzina alle stelle. Per il secondo problema, come va ripetendo da mesi, la soluzione è una sola: permettere nuove perforazioni lungo le coste e specialmente in Alaska, nonostante le opposizioni degli ambientalisti. Di utilizzare le riserve strategiche (che attualmente ammontano a oltre 700 milioni di barili, sufficienti un mese di consumo, agli attuali standard) invece, non se ne parla neanche: «sono per le emergenze», ha detto Bush. Per il credito, l'amministrazione avrebbe già fatto la sua parte, approntando, nel fine settimana, un piano di salvataggio «morbido» per i giganti del mutuo Fannie Mae e Freddie Mac. Ora tocca infatti al Congresso approvare il piano, che dovrebbe essere sulla scrivania del presidente, pronto per la firma, entro la prossima settimana. Le misure delineate dal segretario al tesoro Hank Paulson, prevedono l'istituzione di una «linea di credito» di cui beneficierebbero le due istituzioni gemelle. Alle Gse (government sponsored enterprises, come si chiamano in gergo), sarebbe inoltre garantito l'accesso allo sportello di rifinanziamento della Federal Reserve, proprio come se fossero delle vere e proprie banche. L'ammontare del tetto massimo di queste linee di credito non è tuttavia stato dichiarato, ma dovrebbe assumere la forma di prestiti o addirittura di immissioni di capitale di rischio. Immissioni che però, secondo quanto dichiarato da Bush, non altereranno la natura di società private delle Gse. Tali interventi sarebbero comunque temporanei (si parla di 18 mesi), e non si tratterebbe quindi di un «salvataggio fatto con il denaro dei contribuenti», cosa che preoccupa particolarmente l'opinione pubblica americana.
Intanto una nuova minaccia incombe sui precari equilibri del sistema bancario americano: il virus della corsa agli sportelli, eterno spauracchio del capitalismo. Ieri lunghe code si sono formate alle filiali di Indymac, grossa banca californiana fallita venerdì e immediatamente posta sotto il controllo della Fdic, agenzia federale di assicurazione sui depositi. In generale, nostante il fatto che per le altre banche non si stia verificando una vera e propria «corsa agli sportelli», ci sono segnali di un lento quanto inesorabile allontanamento dai conti correnti, soprattutto quelli nelle piccole banche regionali. Il Wall Street Journal la chiama «walk on the bank», in contrapposizione al «run on the bank», la vera e propria corsa agli sportelli. In tempi di prosperità infatti, in pochi si preoccupano della sorte dei propri risparmi, ma in tempi di crisi di liquidità, tende ad aumentare la consapevolezza dei risparmiatori circa il fatto che i loro soldi, di fatto, non sono nei forzieri della banca. Questo provocherebbe quel tipo di crisi autorealizzantesi, tante volte osservata nella storia economica: gli investimenti fatti dalle banche non sono facilmente smobilizzabili, e un numero sufficientemente alto di correntisti che ritira il denaro può bastare a provocare un rapido fallimento. Dal singolo episodio di bank run alla crisi sistemica, il passo potrebbe essere breve; per questo i conti correnti americani sono assicurati dalla Fdic fino all'ammontare di 100 mila dollari (250 mila per i conti di risparmio pensionistico). Per l'ex presidente dell'associazione bancaria americana, Donald Ogilvie, quella attuale è «senza alcun dubbio una crisi bancaria molto seria».
Quando si era in pieno boom immobiliare, e le banche facevano immensi profitti nella concessione di mutui, con rischio virtualmente nullo, le banche facevano a gara a chi si aggiudicava più correntisti, potendo in questo modo concedere più mutui. A quell'epoca (solo due anni fa, anche se sembra una vita), si diffondeva l'offerta di conti di risparmio ad alto rendimento con zero spese, utilizzabili solo via internet, con modalità molto simili a quelle di conti correnti «mordi e fuggi» ampiamente pubblicizzati in Italia. La settimana prima del collasso, Indymac offriva un tasso annuale del 4,35%, il doppio di un titolo del tesoro americano.
Della salute dell'economia americana ha parlato anche il presidente del board della Federal reserve, Ben Bernanke, in un discorso al senato giudicato «tetro e pessimista» da molti osservatori. Il copione è lo stesso: le cose vanno male per via della crisi finanziaria e del rialzo dei prezzi delle commodities (merci primarie, tra cui alimentari, petrolio e minerali). La chiave di tutto però rimane il mercato del credito immobiliare, al quale la Fed dà una mano garantendo liquidità, da ora anche alle Gse. Una vera ripresa però non si verificherà fintantoché i prezzi degli immobili non riprendono a salire. Per il banchiere centrale, il mercato rimarrà depresso almeno fino alla fine del 2008.

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