lunedì 21 luglio 2008

La medicalizzazione della nascita

l'Unità 21.7.08
La medicalizzazione della nascita, il dolore, la mancanza di informazioni corrette alle donne tra i temi affrontati da Elisabetta Malvagna
Niente paura, è solo un parto
di Cristiana Pulcinelli

In Italia la percentuale più alta di tagli cesarei tra i paesi industrializzati

L’Italia è uno dei paesi con il più basso tasso di natalità. Ma è anche il paese industrializzato con il più alto numero di parti cesarei. Facciamo pochi figli e quei pochi li facciamo nascere con l’aiuto della chirurgia. Nel 2003 il 36,4% dei parti avvenuti nel nostro paese sono stati parti cesarei: fino a vent’anni fa erano tre volte di meno.
Il fenomeno naturalmente non è solo italiano: un aumento del ricorso al bisturi nel momento del parto si riscontra negli Stati Uniti, in Francia, in Gran Bretagna, in Germania. E recentemente anche paesi come l’India, il Brasile e la Cina stanno assistendo a un fenomeno analogo, nonostante che per l’Organizzazione Mondiale della Sanità il numero di cesarei dovrebbe costituire un 15% di tutti i parti.
Perché si ricorre al cesareo? In un libro della giornalista dell’Ansa Elisabetta Malvagna (Partorire senza paura, Edizioni red!, pp. 141, euro 12,00) troviamo alcune risposte. Le statistiche dicono che l’uso del bisturi avviene più nelle strutture private che nelle strutture pubbliche. Questo fa pensare che ci sia un ritorno economico maggiore a spingere verso il ricorso alla chirurgia, inoltre c’è il fatto che il parto si può programmare in anticipo senza dover saltare pasti o sonni. Ma non bisogna dimenticare che c’è anche un alto numero di donne che chiede di partorire con il cesareo. Tanto che nel 2004 il governo britannico ha esortato i medici del sistema sanitario pubblico a non accettare automaticamente le richieste di partorire con il taglio cesareo avanzate dalle future mamme. Il taglio cesareo infatti non è esente da rischi per la madre e, inoltre, costa molto di più al servizio sanitario.
A spingere le donne verso la chirurgia è la paura, sostiene Malvagna. Prima di tutto paura del dolore. Ma l’autrice punta il dito contro la mancanza di informazione. «Il problema è che 4 donne su 10 non ricevono un’informazione sufficiente sul loro stato e per il 50% le opinioni della partoriente non sono prese in considerazione». Anche il dolore si può affrontare se si hanno gli strumenti per farlo e se si sa esattamente cos’è e perché c’è.
Il fenomeno dell’incremento nel numero di cesarei, in realtà, è solo un aspetto di un fenomeno più vasto che si potrebbe definire «medicalizzazione» del parto. Le donne partoriscono da sempre e sanno come farlo, ma negli ultimi duecento anni il parto non è più una cosa naturale. Ai primi dell’Ottocento si diffonde l’uso del lettino ostetrico e il forcipe viene inventato poco prima. Quasi contemporaneamente comincia il declino del ruolo dell’ostetrica a favore del ginecologo. La partoriente comincia ad essere considerata una persona malata.
Malvagna racconta i suoi due parti avvenuti in casa e segnala le esperienze pilota internazionali, senza disconoscere il ruolo della medicina: dove e come partorire è una scelta individuale, ma deve essere fatta in possesso di tutte le informazioni. Un’esigenza già espressa da una Carta dei diritti della partoriente votata dal parlamento di Strasburgo nel 1988, ma che l’Italia non ha mai ratificato.

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