giovedì 17 aprile 2008

Prezzi del grano alle stelle torna il fantasma carestia

Prezzi del grano alle stelle torna il fantasma carestia

di Roberto Tesi

Il Manifesto del 11/04/2008

Dopo riso e grano, anche le quotazioni del mais toccano un record storico. Le scorte dei prodotti alimentari sono ai minimi da 25 anni. Milioni di persone non hanno da mangiare

Altro giorno, altro record. Ieri è stato il mais ha toccare un nuovo massimo storico: al Chicago board of trade - la principale borsa merci del mondo - la quotazione del granturco ha toccato i 6,05 dollari al bushel, circa 15 centesimi di euro al chilo. Dall'inizio dell'anno i prezzi sono già aumentati del 30%. Ma non è solo il mais a toccare prezzi mai raggiunti in passato: nelle scorse settimane anche grano, soia e riso (le cui quotazioni sono salite del 40% dall'inizio dell'anno) avevano toccato quotazioni record dopo una crescita costante iniziata oltre un anno fa. L'aumento dei prezzi è anche conseguenza di una diminuzione delle scorte alimentari precipitate ai minimi degli ultimi 25 anni.
L'unica cosa certa è che degli aumenti dei prezzi i beneficiari non sono i produttori, ma è altrettanto certo che a pagare caro sono i consumatori: quelli dei paesi industrializzati e soprattutto quelli dei paesi in via di sviluppo e soprattutto quelli dei paesi nei quali lo sviluppo non è mai iniziato. E più i paesi sono poveri, maggiore è il danno che provocano gli aumenti dei prezzi. E questo perché - perfino gli economisti lo hanno capito da tento tempo - la spesa per l'alimentazione, in rapporto alla spesa totale degli individui, decresce al crescere del reddito. Questo significa che se in Italia si spende in media il 17% per mangiare, nei paesi più poveri la percentuale assorbe quasi tutto il reddito disponibile e in certi paesi (soprattutto dell'Africa) l'aumento si traduce in impossibilità di mangiare. Mentre in Italia ci lamentiamo per aumenti di pane e pasta dell'orine del 15-20 per cento, in altri paesi gli aumenti sono decisamente maggiori e a macchia d'olio la protesta assume la forma di «moti di piazza», purtroppo con contorno di morti. Ma perché questa improvvisa impennata dei prezzi?
Non c'è una sola causa, ma una concomitanza di elementi che stano influenzando i prezzi gettando nella disperazione e nella fame altre decine di milioni di persone. Partiamo dalla causa più immediata: il prezzo del petrolio. L'impennata delle quotazioni dell'oro nero sta spingendo al rialzo i costi di produzione. Un paio di giorni fa la Cia, La Confederazione italiani degli agricoltori, ha diffuso una tabella con i rincari intervenuti tra il febbraio di quest'anno e quello del 2007: il dato più preoccupante è che negli ultimi 12 mesi i concimi sono aumentati del 30,1% e i mangimi del 22,4%. Il costo dei concimi è influenzato dalla quotazione del petrolio, mentre il costo dei mangimi ha origine dagli aumenti dei prodotti agricoli destinati all'alimentazione.
Il boom del prezzo del petrolio ha spinto molti paesi a intensificare l'utilizzo dei biocarburanti e dei motori ibridi con largo uso di alcool estratto dalla canna da zucchero in Brasile. Negli Usa , invece, al posto o in concorso con la benzina, c'è la rincorsa al bioetanolo ricavato dal mais. Un assurdo, reso possibile unicamente dai forti sussidi federali e statali che hanno avuto come unico effetto quello di mantenere abbastanza stabile il prezzo del benzina negli Usa.Da notare che non si tratta quasi mai di produzioni agricole accedenti, ma di enormi raccolti dedicati alla produzione di specifici prodotti (mai o Canna da zucchero) quasi sempre coltivati sottraendo terre agricole a altri prodotti. Anche l'Europa si era appassionata ai biocarburanti. Poi, per fortuna, il 4 aprile è arrivata una buona notizia: il ministro dell'ambiente Sigmar Gabriel ha annunciato la cancellazione del piano sui biocarburanti che prevedeva dal 2009 l'uso generalizzato di benzina con il 10% di bioetanolo. Ma altrove (in Amazzonia) si disbosca per il pascolo e per la soia e le conseguenze (ambientali) le vedremo nei prossimi anni.
Ma la colpa della scarsa offerta non è solo del petrolio: c'è la modifica dei consumi alimentari in Cina con la crescita degli allevamenti che necessitano di mangimi; c'è una gravissima siccità in Australia; c'è la riduzione delle terre destinate all'agricoltura per l'avanzata della industria. Senza contare la modifica delle colture derivante da una modifica del modello di produzione che ha privilegiato l'ortofrutta a danno delle coltivazioni di cereali. Ne parleremo i prossimi giorni.

Il deficit Usa ricomincia a salire

Il deficit Usa ricomincia a salire

su Il Manifesto del 11/04/2008

L'euro è sempre più rampante: ieri il dollaro è sceso a un nuovo minimo storico a 159,13, prossimo cioè alla soglia di 1,6 che solo un paio di mesi fa sembrava dificilmente raggiungibile. Ma la svalutazione della moneta verde (che ieri è scesa sotto quota 7 nei confronti dello yuan cinese) non sembra portare grande giovamento alla bilancia commerciale: in febbraio il deficit è risalito a 62,3 miliardi di dollari, contro i 59 miliardi di gennaio e contro una attesa di circa 57 miliardi, secondo le previsioni degli analisti. Un certo ottimismo, invece, l'hanno dato i dati settimanali sulle richieste iniziali di sussidi di disoccupazione che, dopo il forte aumento della settimana precedente, hanno registrato una flessione.
Secondo il dato del dipartimento del Commercio nel mese le importazioni sono cresciute del 3,1% a 213,7 miliardi di dollari nonostante la debolezza del dollaro a conferma di una domanda che rimane abbastanza vivace, nonostante la crescita dei prezzi e la caduta dei redditi. Le esportazioni, invece, sono aumentate solamente del 2% a 151,4 miliardi. Questo significa che la svalutazione del dollaro non è ancora sufficiente a rilanciare la competitività delle merci Usa. Unica eccezione nell'aumento delle importazioni è la discesa dell'import di petrolio sceso a 37,7 miliardi dopo undici mesi consecutivi di incremento. Il deficit della bilancia commerciale con la Cina è risultato in flessione per il secondo mese consecutivo: - 9,6% a 18,4 miliardi, al livello più basso dal marzo 2007.
A proposito di petrolio, una discesa delle quotazioni o una secca frenata dei consumi interni potrebbero far migliorare il saldo della bilancia commerciale. Mentre gli ultimi dati indicano che gli Usa bruciano meno petrolio a causa della recessione, per quanto riguarda la discesa dei prezzi non sembrano esserci molte speranze. Anche perché l'Opec non intende aumentare la produzione. L'ultimo a dirlo è stato ieri il ministro dell'energia dell'Arabia Saudita che ha giudicato il livello produttivo attuale più che sufficiente.

La seconda guerra afghano-irachena: 5mila suicidi all'anno tra i marines

La seconda guerra afghano-irachena: 5mila suicidi all'anno tra i marines

di Lorenzo Carbone

Liberazione del 12/04/2008

Un giorno di guerra in più in Iraq è un secondo in meno sugli schermi delle televisioni italiane. Guardando i telegiornali pare che ci sia un appuntamento fisso a settimana per gli attentati con più di quaranta morti. Se i morti sono meno di quaranta, se i terroristi hanno usato meno di tre autobombe per volta, se la strage è "minore"allora non conta, non fa notizia. L'Iraq sfuma dagli schermi. Ma non è così: nel Golfo c'è ancora la guerra che provoca 53 morti al giorno.
E poi c'è un'altra guerra, una guerra oscurata dai media, una guerra di solitudine, una guerra che combattono al buio e in silenzio tutti i soldati americani reduci dall'Iraq. Mentre la guerra in Iraq è ormai più un'eco dilatato e attutito che una notizia vera e propria, i drammi psicologici dei sopravvissuti che tornano dalle famiglie sono cancellati. Non esistono.
A novembre 2007 è uscita una ricerca del network americano Cbs apparsa anche sul Times Online . Riguarda i suicidi dei militari tornati dall'Iraq e dall'Afghanistan. La Cbs ha stimato, a seguito di una ricerca durata 5 mesi e condotta sulle singole famiglie vista la reticenza delle vie ufficiali, che il numero di morti suicidi nel solo anno 2005 è 6256. I caduti americani sul campo dall'inizio della guerra irachena sono 4mila. I morti suicidi tra i soldati reduci da Iraq e Afghanistan sono 6256 nel 2005. Un dato che confonde. Un dato che d'impatto può far pensare ad un errore grossolano compiuto dall'autorevole Cbs , ma il numero 6256 risulta più realistico rapportato ad altri numeri.
L'Istat conta in Italia 4mila suicidi all'anno. L'Unione Europea ha denunciato 58mila suicidi nel 2005 in Europa. Alla luce di questi dati la ricerca della Cbs si mostra più fondata. «Tornato a casa i suoi occhi erano già morti, non avevano più luce» a parlare è la mamma di Tim Bowman, un soldato di 23 anni che si è sparato otto mesi dopo il ritorno, nel giorno del Ringraziamento. La guerra dei numeri è sempre la solita commedia seccante per sostenere il proprio pensiero, ma qui risulta indispensabile.
Il tasso di suicidi in America è già elevato, 9-10 individui per 100mila abitanti scelgono la morte volontaria. Tra i reduci di guerra il numero raddoppia a 18,9 per 100mila abitanti, e cresce ancora fra i reduci di giovane età tra i 20 e i 24 anni, toccando i 22,9 su 100mila campioni. 6256 suicidi nel 2005 significa 120 morti a settimana, 17 al giorno, un suicida ogni 75 minuti. Il 60% di questi uomini suicidi sono usciti poco fa dal liceo, cominciano adesso ad assaporare il mondo, hanno tra i 19 e i 24 anni, e decidono di togliersi la vita. Come successe per la censura che il Pentagono impose sulla distribuzione delle immagini delle bare americane che rimpatriavano dall'Iraq, censura svelata nel 2004 con scandalo degli americani, così i dati Cbs passano sotto silenzio per evitare "l'effetto-Vietnam", ossia il crescente sdegno della popolazione per la guerra.
Poi ci sono i reduci che scelgono di vivere. Dall'inizio della guerra in Afghanistan e Iraq sono stati impiegati circa di 1milione e 600mila uomini. Secondo il "National Center for Post Traumatic Stress Disorder", l'organismo che si occupa di soggetti che hanno vissuto un trauma violento, l'insorgere della patologia chiamata Post Traumatic Stress Disorder (PTSD) «è normale in tutti coloro che sono stati impiegati in zone di guerra». La patologia PTSD prevede l'insorgere di diversi sintomi psicologici e fisici per quelli che hanno subito un trauma particolarmente violento. Uno stupro, un rapimento o nel 60% dei casi complessivi un vissuto di guerra. A tre mesi dall'evento scatenante insorgono i primi sintomi. Spesso passano anni di relativa serenità prima che si verifichi la crisi. «Ho iniziato ad avere dei flashback. Come un tuffo in acqua, all'improvviso rivivevo l'evento. Era terribile, non mi trovavo più dov'ero, si era creata una bolla galleggiante in cui vivevo ininterrottamente quei momenti. Ogni volta avevo paura di morire di nuovo». Chi parla è un ufficiale tornato dall'Iraq che accusa uno dei disturbi principali associato al PTSD: rivivere i traumi come se stessero accadendo di nuovo. Attraverso immagini, suoni, odori e sentimenti attivati da avvenimenti quotidiani quali lo sbattere di una porta o un clacson nel traffico, il soggetto perde i contatti con la realtà e rivive davvero i momenti drammatici. Il sonno è, attraverso i sogni, il modo più usuale di rivivere gli eventi vissuti. Allora molti soggetti colpiti da PTSD soffrono di insonnia cronica, di eccitazione, di iper reattività, di condizione di vigilanza costante, hanno il terrore di addormentarsi e vivere nuovamente le loro tragedie. La condizione di insensibilità è un sintomo proprio del PTSD.
Migliaia sono le testimonianze delle mogli e degli amici di reduci che tornati dalla guerra perdono la capacità di emozionarsi. L'insensibilità si manifesta sul piano affettivo e sentimentale, e sul piano sessuale. Lentamente irretisce tutti i settori della vita: nel campo professionale chi ne è colpito tende ad allontanarsi dalla sfera lavorativa fino al licenziamento. Nella sfera sociale alla stessa maniera si tende a ridurre le relazioni di amicizia fino alla solitudine. L'incapacità di emozionarsi si trasforma in uno schermo attraverso cui le sensazioni giungono al soggetto ovattate e smorzate. Questa chiusura emotiva è spesso determinata dalla paura di rivivere gli eventi traumatici attraverso stimoli quotidiani, per ciò il soggetto erige un muro che frena tutte le emozioni senza distinzione.
«La capacità di non percepire il calore della gente», spiega un ufficiale parlando dei suoi sintomi. Irascibilità improvvisa e ingiustificata, anche contro persone amate. I casi di violenza domestica tra i veterani sono il doppio rispetto al resto della popolazione. «Mi sento continuamente in colpa per essere rimasto in vita», afferma un caporale che è tornato da Kabul. Queste patologie assieme a tante altre proprie di gravi forme di depressione, affrontano i soggetti affetti da PTSD. «I traumi con cui i reduci vivono aumenta chiaramente le possibilità che essi facciano uso di droghe, di alcool e di sostanze che stordiscono la percezione. Sono frequenti i divorzi a pochi mesi dal ritorno in patria» spiega il "National Center for PTSD". Un'indagine recente condotta sugli homeless (senzatetto) arriva ad una conclusione significativa: uno su quattro è reduce di guerra. Secondo la "National Alliance to End Homelessness", la federazione che si occupa di chi non ha casa, nel 2005 sono stati ospitati 194mila veterani nei dormitori, tutti soldati appena tornati dal fronte che prima di partire possedevano una famiglia e un appartamento.
Trascorsero dieci anni prima che i soldati rimpatriati dal Vietnam "rovinassero" le loro vite in alcool, droghe e divorzi, e si affacciassero nelle mense e nei dormitori. Oggi il processo si è velocizzato. Pochi mesi dopo aver dismesso la mimetica, soprattutto giovani ventenni diventano vagabondi. E lo Stato cosa fa?
Pochi giorni fa Dana Priest e Anne Hull del Washington Post hanno ricevuto il Pulitzer 2008 per l'inchiesta sociale condotta sul "Walter Reed Hospital" di Washington, denunciando uno stato di sporcizia e trascuratezza, e un grado di inefficienza e incapacità assolute. Il "Walter Reed" è il principale centro di cura psichica e fisica dei reduci di Iraq e Afghanistan. Nell'anno corrente il Dipartimento dei Veterani prevede che i suicidi saranno 5mila. La Seconda Guerra Irachena miete vittime da anni. Ma è un conflitto senza proiettili luminosi e bombe dal cielo, senza bombardieri e kalashnikov, senza palazzi che crollano e senza morti spettacolari, senza niente da vedere. E quindi senza televisione. E' la guerra di dolore sordo che deve combattere ogni soldato che torna a casa vivo.

La Casa Bianca? «Un consiglio delle torture»

La Casa Bianca? «Un consiglio delle torture»

di Tiziana Barrucci

Liberazione del 12/04/2008

Abc denuncia Rice, Cheney, Rumsfeld, Powell, Ashcroft e Tenet

La cupola dell'organizzazione anti terrorista e soprattutto di quella che decideva le torture da infliggere si incontrava quasi alla luce del sole: nelle stanze della Casa Bianca di Washington. Che soldati e agenti statunitensi abbiano torturato in Afghanistan come in Iraq presunti terroristi, è cosa ormai nota e documentata da tempo. Ciò che ancora non sapevamo infatti è che i sei "grandi" della Casa Bianca si riunivano periodicamente nella "White House Situation Room" per impartire direttive in tal senso.
Era la primavera del 2002 quando cominciavano i primi arresti di sospetti militanti o affilliati ad al Qaeda (alcuni in seguito risultati innocenti), e alla Casa Bianca la consigliera per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice, assieme al vice presidente Dick Cheney, al segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, al segretario di Stato Colin Powell, al ministro della giustizia John Ashcroft (l'ideatore del Patriot Act) e al capo della Cia George Tenet organizzavano riunioni per coordinare i soldati e gli agenti nei loro interrogatori.
E' quanto ha raccontato l'emittente statunitense Abc basandosi su testimonianze di dirigenti proprio della Casa Bianca rilasciate in forma anonima. La cupola dell'amministrazione Usa, riunita in quello che il Washington Post ha definito senza mezzi termini «il consiglio delle torture della Casa Bianca» si occupava di tutti i dettagli relativi alle «tecniche d'interrogatori severi», fornendo virtualmente quelle «coreografie» necessarie, e cioè i vari tipi di tortura da applicare in modo combinato: colpi e percosse, privazione prolungata del sonno, deprivazione sensoriale e infine la famigerata simulazione diannegamento, altrimenti detta «waterboarding».
I servizi segreti americani all'epoca ricevevano innumerevoli richieste da parte dei propri agenti desiderosi di spremere gli interrogati per una formale autorizzazione legale delle torture da mettere in pratica. E i "sei" le fornivano agevolmente, discutendo tra di loro. Al tempo, dice la Casa Bianca, si era convinti che un nuovo attacco da parte di al Qaeda sul territorio americano «fosse imminente», ma di fatto la cupola si è riunita fino al 2004.
I "sei" erano coordinati da Condoleezza Rice che, secondo le fonti dell'emittente televisiva (confermate ieri dall'Associated press), era quella «che non aveva mai ripensamenti». Il più «incerto e timoroso» era invece John Ashcroft, che pur concordando con i colleghi sulle metodologie, si è posto a più riprese il problema di tenere quegli incontri proprio alla Casa Bianca: «perché parliamo di questo proprio qui?» Avrebbe chiesto in diverse occasioni «la storia non ci giudicherà in maniera positiva».
E proprio Ashcroft è l'unico dei "sei" che la Abc non è riuscita a contattare durante la sua inchiesta, mentre i portavoce di Tenet, Rumsfeld e Powell si sono rifiutati di commentare le loro discussioni «private»: il funzionario di Powell ha anche aggiunto che «centinaia di incontri si tenevano in quel periodo», su diversi argomenti e che «non ha la libertà di parlare di discussioni private». Nessun commento neanche sull'operato di Rice e Cheney. Ma l'anno scorso intervistato proprio dalla Abc Tenet aveva spiegato, sempre a proposito delle torture, che interrogare i detenuti in quel modo «ha permesso di salvare molte vite umane. Era un'attività legale secondo l'avvocatura Generale degli Stati Uniti d'America».
Le riunioni iniziarono con la cattura di Abu Zubaydah, considerato uno dei principali leader di al Qaeda in Pakistan. Zubaydah fu portato in una prigione thailandese. «Avevo spiegato che quell'uomo poteva renderci le cose facili oppure molto difficili», ricorda l'agente della Cia John Kiriakou. E poco dopo si decise il piano. Con un documento dell'estate 2002, ritirato nel 2004 e conosciuto come "Golden Shield" la Casa Bianca "copriva" politicamente gli agenti Cia coinvolti negli interrogatori dei presunti terroristi: «Gli atti violenti non sono tortura - dicevano tra l'altro quei fogli - e se ti capita di torturare, non preoccuparti avrai una difesa assicurata».

Wal Mart, 30 anni di abusi filmati minuto per minuto

Wal Mart, 30 anni di abusi filmati minuto per minuto

di Daniele Zaccaria
Liberazione del 13/04/2008

Un reality ante-litteram lungo trent'anni; migliaia e migliaia di ore di filmati a bassa definizione nel cuore di Wal Mart: riunioni strategiche, seminari di marketing, festini tra capi, capetti e funzionari. Una videoteca sterminata, con tanta materia da romanzo, tanta etnografia aziendale e tanta miseria umana.
«Sono dei documenti impressionanti e per certi versi irresistibili», giurano tutti coloro che hanno osservato alcuni estratti della vita quotidiana nei piani alti del gruppo, in gran parte scambi e conversazioni informali. In uno dei video che più ha suscitato indignazione si vedono due manager che si sbellicano dalle risate commentando la denuncia di un bambino di 12 anni rimasto sfregiato a causa di un flacone di benzina che gli è esploso sul viso per un difetto di fabbricazione: «Ha messo la benzina sul legno e...boom. Sarà stato il fuoco di Dio, ah ah ah».
Era la fine degli anni 70 quando il colosso americano della distribuzione (più di 300 miliardi di dollari di fatturato annuo) contattò la Flagler Production, una piccola casa di produzione del Kansas per commissionare un appalto di sorveglianza video dei suoi dirigenti. I filmati, oltre che al controllo dei dipendenti, servivano anche a scopi celebrativi, come le riprese delle assemblee annuali degli azionisti, eventi pubblicitari e altre kermesse di natura autoreferenziale.
La Flager ha prestato servizio per Wal Mart fino al 2006, quando è stata sostituita da una casa di produzione più ricca per realizzare addirittura una commedia musicale in onore del grande marchio. Una stucchevole prosopopea sul sogno americano, incarnato dall'irresistibile ascesa degli ipermercati dell'Arkansas -lo Stato più povero degli Usa- diventati oggi la più grande impresa del pianeta, le cui vendite rappresentano il 2,5% del prodotto interno lordo statunitense sorpassando di gran lunga quello di nazioni industrializzate come la Svezia. Un cd musicale su cinque, un tubo di dentifricio su quattro, un pannolino su tre sono oggi acquistati negli Usa in un negozio della catena. La quale ha vissuto un'espansione che non sembra avere limiti, dagli Usa al Messico (1991), al Canada (1994), al Brasile e all'Argentina (1995), alla Cina (1996), fino all'approdo nei mercati europei con Germania (1998) e Gran Bretagna (1999).
Dieci giorni dopo la rescissione del contrato, Mike Flagler, fondatore e propietario della società di produzione ha venduto la baracca a due suoi giovani dipendenti, Mary Lyn Villanueva e Gregory Pierce i quali hanno proposto di restituire gli archivi video a Wal Mart per alcuni milioni di dollari di compenso. D'altra parte le casse della Flagler languivano, considerando che i servizi per Wal Mart assorbivano il 90% del suo giro d'affari. Poco lungimirante e molto spocchiosa la replica dei responsabili: «Quei film non interessano proprio a nessuno, li compriamo per 500mila dollari, prendere o lasciare».
Villanueva e Peirce hanno lasciato. Anzi, hanno rilanciato la posta, aprendo al pubblico (al prezzo di pochi dollari) il materiale della videoteca. E calamitando lo sguardo interessato di decine di avvocati dei consumatori e delle associazioni di cittadini che ora promettono impugnare i filmati intentando centinaia di azioni legali contro il colosso. «In quelle immagini c'è tutto quel che volete sapere su Wal Mart e che non avete mai osato chiedere», scriveva in settimana il Wall Street Journal , il primo organo d'informazione Usa che ha dato risalto alla storia. «Il fatto che Flagler metta in vendita a dei terzi dei video che ci riguardano e che noi abbiamo pagato con le nostre tasche è un atto illegale: andremo tutti dal giudice», tuonano i portavoce della Corporation sperando di riuscire a bloccare la diffusione dei filmati.
Non basterebbe un'enciclopedia per compendiare lo squallore gli episodi contenuti nelle circa 15mila cassette che documentano trent'anni di storia dell'impresa. C'è il disprezzo per i consumatori, presi letteralmente per il culo dai manager che ironizzano sulla pessima qualità dei prodotti in vendita sugli scaffali degli ipermercati. O i consueti attacchi ai lavoratori che contattano i sindacati, messi da parte o licenziati sotto suggerimento dei direttori del personale: un dossier, quello delle relazioni sindacali all'interno di Wal Mart, costellato di cause, denunce e multe milionarie inflitte dai tribunali di mezzo mondo al gigante Usa negli ultimi decenni.
Ma c'è anche spazio per la politica-politica; in un estratto del 1991 si vede il vecchio Sam Walton, storico fondatore dell'azienda, che nel corso di un'affollata assemblea di azionisti, chiede un forte applauso per Hillary Clinton: «E' una di noi». Lady Clinton è stata a lungo consigliera di amministrazione nel board di Wal Mart (1986-1992), un ruolo che non ha mancato di provocare roventi polemiche. Come quando ignorò ed evitò scientemente una manifestazione sindacale che si svolgeva all'esterno della sede centrale, partecipando come se niente fosse a un'importante riunione dei soci.
Lo scorso anno, negli ipermercati americani è stata persino messa in vendita una bambola che clebreva la lunga amicizia tra Walton e la famiglia Clinton, una "Hillary doll"; nella confezione campeggiava la seguente frase: «Un giorno una donna sarà presidente degli Stati Uniti». La bambola è stata ritirata ufficialmente per questioni di par condicio, ma si sospetta che la causa fosse un'altra: all'interno del giocattolo, rigorosamente made in China, erano infatti presenti quantità di piombo che eccedevano i limiti di tossicità previsti dalle norme Usa.
Ma i legami a doppio filo con i Clinton non riusciranno a impedire la diffusione pubblica dei filmati della vergogna. Lo sanno bene le teste d'uovo di Wal Mart che, se avessero previsto i risvolti imbarazzanti della vicenda, avrebbero senz'altro coperto di milioni la Flagler production, comprando a prezzo d'oro il loro silenzio. Ormai è troppo tardi per tornare indietro.

Bush: «Approvai io le torture»

Bush: «Approvai io le torture»

di Matteo Bosco Bortolaso

Il Manifesto del 13/04/2008

Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush sapeva che i suoi più stretti consiglieri discutevano delle torture da infliggere ai prigionieri sospettati di terrorismo. E diede il via libera. «Beh, cominciammo a unire i punti per proteggere il popolo americano - ha detto venerdì, in un'intervista esclusiva alla corrispondente della Casa Bianca della tv Abc, Martha Raddatz - e sì, sono a conoscenza del fatto che la nostra squadra per la sicurezza si incontrava per discuterne. E io approvai».
Il presidente dunque sapeva approvò. La Abc racconta di aver parlato con diverse fonti dell'amministrazione, che hanno illustrato nei dettagli le riunioni del National Security Council, il consiglio per la sicurezza nazionale del governo di Washington: l'appuntamento era nella cosiddetta Situation Room della Casa Bianca, i partecipanti erano i cosiddetti principals del consiglio, gli uomini più vicini al presidente. Erano il suo numero due, Dick Cheney, Condoleezza Rice (che come «esperta di sicurezza» coordinava i lavori), il ministro della difesa Donald Rumsfeld e l'allora segretario di Stato Colin Powell, oltre che il direttore della Cia George Tenet e l'allora ministro della giustizia John Ashcroft.
Le discussioni scendevano in macabri dettagli, tanto da dare il via libera ad interrogare che l'emittente descrive come «coreografati»: si specificava anche il numero di agenti della Cia che potevano utilizzare una certa tecnica. Tra queste c'era il famigerato waterboarding, la simulazione dell'annegamento, ma anche altre «tecniche rafforzate di interrogatorio». Le quali - trapela dalle fonti - potevano essere usate anche in maniera «combinata» se un sospetto terrorista non parlava.
I responsabili dell'amministrazione che hanno parlato con la Abc sottolineano che all'epoca «c'era grande preoccupazione per un nuovo attentato di al Qaeda» simile a quello contro le torri gemelle di New York e il Pentagono a Washington, l'11 settembre 2001. Secondo la ricostruzione, gli agenti della Cia che avevano catturato i sospetti terroristi avrebbero chiesto lumi su come agire in diversi casi: la richiesta sarebbe salita nella scala gerarchica dell'agenzia e dell'amministrazione, fino ad arrivare a Washington. Il primo caso è quello di Abu Zubaydah, catturato nella primavera del 2002 e quindi trasferito in una prigione segreta in Tailandia.
«La Cia voleva che noi firmassimo su ogni caso, ogni volta - racconta una delle fonti - dicevano "abbiamo questo e quest'altro, questo è il piano". Ad ogni discussione, tutti i principals approvarono. La Rice e Powell avrebbero condiviso qualche preoccupazione per le scelte politiche di cui erano artefici, ma Condoleezza avrebbe detto alla Cia: "This is your baby. Go do it" (un via libera alquanto colorito). Nonostante i ripetuti sì, una volta si alzò una voce di protesta, quella dell'ex ministro della giustizia Ashcroft: "Perché stiamo parlando di queste cose alla Casa Bianca? La storia non lo giudicherà con gentilezza». Profetiche e inascoltate parole.
La tv ha cercato di contattare i protagonisti degli incontri nella situation room, ricavando ben poco: soltanto Colin Powell ha risposto, limitandosi ad un «non ricordo, abbiamo avuto molte riunioni su come trattare i sospetti di terrorismo, ma non abbiamo mai discusso di cose che non fossero legali». Questo è un punto sul quale battono molti responsabili dell'amministrazione Bush: «Quello che abbiamo fatto - dicono - è legale». Lo stesso presidente, rispondendo alle domande della Abc, ha difeso l'uso del waterboarding contro Khalid Sheikh Mohammad, conosciuto anche come KSM o «la mente dell'11 settembre». «Avevamo le opinioni legali (un documento tecnico ndr) per farlo - ha detto Bush alla tv - e no, non ho avuto alcun problema a scoprire quello che Khalid Sheikh Mohammad sapeva». Il problema è che le cosiddette «opinioni legali» sono state scritte dalla stessa amministrazione, per autorizzare tecniche che secondo molti esperti violano la convenzione di Ginevra contro la tortura. Un documento segreto che risale all'agosto 2002, ad esempio, viene chiamato «lo scudo dorato» della Cia, perché dà il via libera formale e legale alle cosiddette «tecniche rinforzate». Molti conservatori a stelle e strisce ne fanno addirittura un vanto: sui siti vicini alle loro posizioni si possono acquistare le t-shirt con scritto «preferisco il waterboarding».

Speculazione finanziaria e cibo come merce. Ecco i perché dell'emergenza alimentare

Speculazione finanziaria e cibo come merce. Ecco i perché dell'emergenza alimentare

di Sabina Morandi

Liberazione del 15/04/2008

Prima di tutto non è affatto vero che sono «gli elevati prezzi dell'energia» a far crescere il costo del cibo come ha sostenuto ieri Mario Draghi. Un raddoppio del prezzo in due giorni, com'è avvenuto col riso, non si può ottenere soltanto caricando la bolletta dei trasporti e nemmeno destinando parte delle terre ai biocombustibili, come sospettano gli ambientalisti.
Un'impennata del genere può essere soltanto frutto di una dinamica che Draghi conosce molto bene: la speculazione finanziaria alla quale sono stati legati i destini dei più poveri fra i poveri quando si sono voluti a tutti i costi aprire i mercati e trattare il cibo come una merce fra le altre.
Ma procediamo con ordine.
Dopo l'allarme lanciato ieri dal governatore della Banca d'Italia c'è stato quello di Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale, che si è presentato in conferenza stampa con in mano un filone di pane. L'idea era di ricordare quel miliardo di persone che ancora sopravvivono con meno di un dollaro al giorno e per i quali gli ultimi aumenti equivalgono a una condanna.
Le ultime notizie sul fronte del cibo dicono infatti che il costo degli alimenti di base - come il riso, il mais, il latte, il grano e la soia - sta diventando proibitivo soprattutto in quei paesi che hanno preso per buoni i dettami del Wto (da cui proviene Zoellick) rinunciando all'autosufficienza alimentare per aprirsi alle meraviglie del mercato globale. Quello stesso mercato che sta spingendo in alto i prezzi con velocità allarmante: il riso è aumentato del 75 per cento negli ultimi due mesi, il grano è aumentato del 120 per cento nell'ultimo anno. In paesi come lo Yemen una famiglia media spende più di un quarto delle sue entrate solo per comprare il pane.
Anche le stime del Fondo monetario sono allarmanti: dalla fine del 2006 i prezzi dei prodotti alimentari sono cresciuti del 48 per cento a livello globale mentre (dati Ocse) gli aiuti dei paesi ricchi diminuivano dell'8,4 per cento per il secondo anno consecutivo.
A livello nazionale si registrano aumenti anche più forti: in Sudan il grano è aumentato del 90 per cento, in Armenia del 30 per cento e in Senegal è più che raddoppiato. In Uganda il mais costa il 65 per cento in più, mentre in Nigeria è raddoppiato il prezzo del miglio e nelle Filippine è cresciuto dell'80 per cento in un anno il prezzo del riso, alimento base per metà dell'umanità.
Rivolte del pane sono già scoppiate in Egitto, Camerun, Costa d'Avorio, Mauritania, Etiopia, Madagascar, Filippine e Indonesia, e quasi ovunque i rispettivi governi hanno risposto con la repressione.
Ma le crisi, si sa, sono occasioni proficue per alcuni. La Banca Mondiale, che invita i paesi donatori a mettere mano al portafoglio, ha stanziato un pacchetto d'emergenza di dieci milioni di dollari per Haiti ma ha già annunciato che il grosso della sua iniziativa verterà su di una nuova valanga di prestiti per l'agricoltura africana (si parla di 100 milioni) anche se non è dato sapere se questi soldi arriveranno ai piccoli agricoltori - che con l'agricoltura di sussistenza potrebbero dare una mano ai consumatori poveri - o se pioveranno sulle grandi aziende votate all'export come raccomanda la Banca, così da rendere i paesi poveri ancora più dipendenti dalle importazioni.
Naturalmente è subito partita la solita campagna pro-organismi geneticamente modificati - che "sfameranno il mondo", come la lobby biotech promette da vent'anni - mentre i guardiani della fede liberista implorano i governi di non bloccare le esportazioni per rimpinguare le scorte nazionali, ai minimi storici in quasi tutti i paesi.
Resta il fatto che gli autorevoli economisti riuniti a Washington hanno fatto finta di ignorare che la vera causa della crisi è, appunto, una dinamica speculativa, che si è creata quando i capitali sono fuggiti dal mercato immobiliare per paura dei mutui facili e si sono messi a caccia di altre occasioni di profitto, come i titoli legati alle materie prime alimentari e non - da cui l'impennata di petrolio e oro. Scommettendo sui prezzi futuri di soia, mais e grano, questa enorme massa di liquidità ha inciso sul prezzo di oggi, facendolo aumentare con una velocità che non ha alcun aggancio con l'economia reale della domanda e dell'offerta (per non parlare dei costi di produzione o di distribuzione).
Insomma: giocando con i fiammiferi negli uffici di Wall Street i traders hanno provocato un incendio di dimensioni globali. Come rimediare? La cosa dovrebbe essere abbastanza semplice visto che il mercato azionario ha i suoi meccanismi di compensazione che servono proprio a impedire rialzi o ribassi sospetti o troppo destabilizzanti per l'economia reale. Come si fa con il titolo di un'azienda quando comincia a fluttuare troppo pericolosamente, basterebbe sospendere i futures alimentari per eccesso di rialzo: i capitali speculativi si sposterebbero altrove mentre la maggior parte della popolazione della terra potrebbe avere qualche speranza di continuare a nutrirsi dignitosamente.
Sarebbe un brutto segnale per i mercati? Ma c'è segnale peggiore di una carestia globale?