lunedì 23 marzo 2009

Accordo fallito, l'acqua non diventa diritto

Corriere della Sera 23.3.09
La giornata mondiale L'Onu: dal 2030 metà della popolazione della Terra potrebbe essere al di sotto della soglia minima
Accordo fallito, l'acqua non diventa diritto
Per il forum di Istanbul è solo un «bisogno». Impegni generici nel documento finale
di Mario Porqueddu

Si è concluso il vertice tra le polemiche di Francia, Spagna e di molti Stati sudamericani e africani

MILANO — L'acqua è una «necessità umana fondamentale ». Un bisogno riconosciuto. Nessuno, però, ha «diritto » all'acqua. Le aspettative di tante Ong e agenzie internazionali, di Paesi africani e latinoamericani, ma anche di Spagna e Francia, sono andate deluse. Nella dichiarazione finale del V Forum mondiale sull'acqua, che si è chiuso ieri a Istanbul, la nozione di «diritto dell'accesso all'acqua» non ha trovato posto. «Siamo rattristati. Ci è stato impedito di apportare modifiche al documento » protesta la delegazione etiope. Ed esce sconfitto anche il ministro dell'Ambiente transalpino, Chantal Jouanno, che venerdì scorso aveva chiaramente chiesto che il testo conclusivo fosse rafforzato in quella direzione: «Come si può parlare di diritti dell'uomo — domandava polemicamente — se non si parla di diritto all'accesso all'acqua? È il diritto che condiziona tutti gli altri».
Per una settimana sul Bosforo si sono confrontate 25.000 persone, capi di Stato e di governo e delegati provenienti da 155 Paesi. Alla fine, nella dichiarazione presentata da 95 tra ministri e vice-ministri, si concorda sulla necessità di «migliorare l'accesso all'acqua e l'azione di bonifica in tutto il mondo», di «economizzare l'acqua» in particolare nel settore agricolo, e di «contrastare l'inquinamento, di fiumi e falde». Tutti d'accordo anche su un altro punto: è urgente. Perché ogni anno sono attribuite alla carenza di acqua e servizi igienico-sanitari 8 milioni di morti. Perché sono più di 1 miliardo le persone che hanno limiti di accesso all'acqua potabile. E perché secondo il rapporto Onu presentato in parallelo al Forum, il rischio è che nel 2030 metà della popolazione mondiale resti assetata.
Sono gli «impatti umani diretti » di cui ha parlato, tra gli altri, Jonathan Greenblatt, professore alla University of California di Los Angeles e consulente al team di transizione alla Casa Bianca di Barack Obama. «Credo che l'acqua debba diventare parte dell'agenda dei legislatori — ha detto Greenblatt — e di chi decide in politica». Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità sarebbe un gioco a somma positiva. Ogni dollaro speso in acqua e misure igieniche, calcola l'Oms, può portare un beneficio economico tra i 7 e 12 dollari. Su scala mondiale questo significa che le agenzie sanitarie potrebbero risparmiare 7 miliardi di dollari all'anno. Più acqua vorrebbe dire più istruzione: si registrerebbero 272 milioni di giorni in più di frequenza scolastica all'anno. E migliori condizioni di salute: si conterebbero più di 1 miliardo e mezzo di giornate di buona salute per i bambini con meno di 5 anni.
Due miliardi e mezzo di cittadini del mondo sono privi di acqua per uso igienico. E a sottolineare quanto sia stretto il legame tra acqua e salute è Rose George, autrice del saggio «The Big Necessity». Il libro parla di quello che di solito si cerca di tenere il più possibile a distanza: le deiezioni umane. «È come la lotta per togliere la sordina ai rischi di contagio dell'Aids negli anni '80 — dice la George —. Oggi poche celebrità e pochi esponenti politici accetterebbero di sposare una campagna sui problemi igienico-sanitari, facendosi fotografare davanti a una latrina». Ma ormai più della metà della popolazione mondiale vive in città e si calcola che quasi 3 miliardi di persone abitino in case prive di sistema fognario. «Pochi si rendono conto del ruolo cruciale di questa battaglia» spiega David Trouba, del Water Supply and Sanitation Collaborative Council, una Ong di Ginevra. Stima che 1,2 miliardi di persone, più della metà in India, defechino all'aperto. E non succede solo a Mumbai: ci sono 140 milioni di europei che non hanno accesso ad acqua pulita e servizi sanitari. In Albania e Georgia, in Montenegro e in Macedonia. Gli investimenti in questo campo, però, non superano lo 0,3 del Pil mondiale.

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