martedì 30 settembre 2008

L’illusione del mercato. Il crollo della finanza

l’Unità 30.9.08
L’illusione del mercato. Il crollo della finanza
di Rinaldo Gianola

L’incalzare degli eventi alimenta ogni paura e purtroppo la memoria e la statistica ci riportano alla depressione del 1929 al grande crac del 1987 o alla paura planetaria seguita all’11 settembre

E adesso cosa succederà? L’amministrazione Bush chiude il suo fallimentare mandato incassando un no bipartisan del Congresso al piano finanziario da 700 miliardi di dollari destinato a salvare i mercati.
La bocciatura arrivata ieri sera apre per le Borse e l’economia internazionale uno scenario drammatico, addirittura più grave di quello che abbiamo visto in questi ultimi giorni tra crolli dei listini, fallimenti di banche e assicurazioni, salvataggi da parte dei governi.
L’incalzare degli eventi, il loro impatto sconvolgente sulla vita di milioni di persone rende incerta ogni previsione, alimenta ogni paura e purtroppo la memoria e la statistica ci riportano alla depressione del 1929, al grande crac del 1987 o alla paura planetaria seguita agli attacchi alle Twin Towers dell’11 settembre 2001.
Forse il Congresso Usa ci ripenserà, forse Bush modificherà il suo piano che costa più della guerra in Iraq, forse ha ragione Obama quando invita gli americani a mantenere la calma perchè una soluzione si troverà, ma le macerie sono già sotto i nostri occhi. Al ritmo di un paio di fallimenti al giorno, il sistema bancario e finanziario internazionale cerca oggi il suo salvagente negli interventi delle “autorità pubbliche” come scrivono con imbarazzato pudore certi commentatori che, dopo anni di ubriacatura neoliberista, non riescono più a pronunciare la parola giusta. Statalizzazione, questa è la parola giusta. L’aiuto fornito dai governi occidentali alle banche in crisi si chiama statalizzazione. È lo Stato, con la maiuscola per favore, che corre in soccorso di imprese private, devastate da scelte sciagurate, dalla ricerca vergognosa di profitti sempre più alti e ingiustificati, capaci di sfruttare i poveri cristi che non riescono a pagare le rate del mutuo e in grado di convincere i risparmiatori di mezzo mondo di poter fare soldi a palate con prodotti finanziari dai nomi esotici come Asset backed securities o Collateralized bond obligation. Sta finendo, forse, un mondo falso, di panna montata, basato sulla convinzione che il mercato è la panacea di ogni guaio, capace persino di portare la democrazia a quei popoli disgraziati che ne sono privi con il semplice dispiegarsi della sua forza o la benedizione della “mano invisibile”. È il mondo teorizzato dalla signora Margaret Thatcher che nel 1979 trionfava in Inghilterra al grido: “ Arricchitevi! Diventate azionisti“. Trent’anni dopo la storia si prende la rivincita. Proprio in Inghilterra sono le “autorità pubbliche” a nazionalizzare la Northern Rock e la Bradford and Bingley, banche finite sull’orlo del fallimento. Sono i governi olandese, belga e lussemburghese a organizzare il salvataggio del gruppo Fortis, così come in Germania si corre ai ripari per altre banche. Ma, si sa, pur passata sotto la cura della Thatcher e di più banali liberisti all’amatriciana, l’Europa ha sempre quel retaggio statalista, quel welfare così ingombrante che non ci si può sorprendere se lo Stato ritrova un suo ruolo nell’economia.
Ma è l’America, la patria del capitalismo, anzi del capitalismo più moderno e democratico, che produce oggi sofferenze e crisi per tanti suoi adepti mentre pochi manager incassano retribuzioni e stock options miliardarie. Ha ragione il professore Mario Monti quando scrive articoli di fondo assai preoccupati sul Corriere della Sera chiedendosi se i giganteschi interventi pubblici di salvataggio negli Stati Uniti non possano favorire il ritorno, ahimè, di tentazioni stataliste in tutto il mondo occidentale. Bush ha salvato le agenzie dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac, la compagnia di assicurazioni Aig. Certo è fallita anche una banca che non poteva fallire come Lehman Brothers, ma il Sole-24 Ore ci spiega che in America salvano solo le imprese che possono produrre «crisi sistemiche». Meno male, adesso ci sentiamo più sollevati.
Ma, allora, quella che stiamo vivendo è una crisi passeggera o qualcosa di più grave? Non sarà forse una crisi del mercato e dei suoi presunti valori? È solo colpa dei mutui subprime? Come si fa a non vedere che c’è qualche cosa di più profondo che sta nel dna, nella stessa natura e nell’organizzazione dell’economia capitalista, nella qualità (anzi nella mancanza di qualità) dello sviluppo, nell’abuso degli strumenti e dei mercati finanziari. Quando si arriva a proporre ai risparmiatori di comprare i “derivati dei derivati” allora siamo alla follia o alla malavita organizzata sui mercati. Possibile che ogni due o tre anni il mondo deve fronteggiare crisi finanziarie più o meno gravi? Nel 2000 era la stagione dell “euforia irrazionale” alimentata dalla “bolla” di Internet che giunse alla sua inevitabile esplosione. Poi nel 2002-2003 il mondo ha subito le conseguenze degli scandali Enron e WorldCom (nel nostro piccolo abbiamo avuto Parmalat e Cirio) ma gli Stati Uniti pensavano che mostrando in tv i manager mascalzoni in manette e spedendoli in galera si potesse risolvere tutto. Qualche mela marcia, si sa, c’è ovunque, anche nelle migliori famiglie. Ma ora c’è un’altra crisi devastante: saltano le banche, miliardi di risparmi vengono volatilizzati, milioni di persone perdono il lavoro.
Di chi è la colpa? Forse delle vendite “allo scoperto” che le Autorità di controllo vogliono impedire in Borsa? Ma andiamo...Come si fa a non vedere, invece, che c’è qualche cosa di patologico in questo mercato, che c’è una malattia profonda che colpisce i gangli vitali dell’economia e della finanza? In questo contesto, oggi, il mercato e il “mercatismo” denunciato da Tremonti sono la stessa cosa, non c’è alcuna differenza. Questo sì che sarebbe un bel tema, un forte argomento di battaglia politica e culturale se ci fosse ancora una sinistra che non si vergognasse del suo passato. Ma non c’è. Siamo tutti, felici o no, dentro il mercato. Ma il mercato è un’illusione.

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