lunedì 15 settembre 2008

L’11 settembre della Lehman Generation

L’11 settembre della Lehman Generation

La Repubblica - Affari e Finanza del 15 settembre 2008, pag. 1

di Massimo Giannini

A Wall Street lo chiamavano «Gorilla». Adesso che Richard Fuld ha portato Lehman Brothers a un passo dal fallimento, si vedono i disastri che ha combinato in quella «giungla» che sembra diventata la finanza globale. La gloriosa banca d’affari, che due anni fa valeva a spanne 40 miliardi di dollari, oggi ne vale 2,7. Fa impressione leggere sul Wall Street Journal il pazzesco tourbillion di manager che il fantasioso «Ceo» ha gestito in quest’ultimo anno vissuto pericolosamente da Lehman.



A febbraio Andrew Morton succede a Roger Nagioff come capo del reddito fisso. A giugno Herbert Bart McDade III succede a Joseph Gregory come presidente, Ian Lowitt sostituisce Erin Callan come « cfo», Michael Gelband rientra in un nuovo ruolo creato per lui come capo del mercato dei capitali, Alex Kirk succede a David Goldfarb come capo dell’area investimenti, Gerald Donini prende il posto di McDade come capo dell’area «equity». A luglio se ne va Jack Rivkin, ad agosto Ted Jannulis lascia la poltrona di capo dell’area mutui e Rich McKinney, responsabile dei prodotti di «securization», lascia la compagnia. A Settembre ricomincia il giro, Morton saluta e la sezione reddito fisso passa alla coppia Eric Fel der-Hyung Soon Lee. La stessa cosa fa il capo esecutivo dell’area Europa-Medioriente Jeremy Isaacs, che abdica in favore di un’altra coppia, Riccardo Banchetti e Christian Meissner. Un via vai di bella gente, che attraverso le sliding doors è entrata e uscita da Lehman, ogni volta con un bel pacco di soldi in tasca. Il risultato è noto: perdite per quasi 4 miliardi di dollari, titolo che in tre giorni lascia sul campo più del 50% del suo valore.



In questo lungo elenco c’è condensato molto più che il dissesto di una grande banca d’affari. C’è piuttosto racchiuso il collasso di un’intera «Lehman Generation» che in questi giorni ha vissuto il suo 11 settembre, ma è partita da Bear Stearns, abbracciando Freddie & Fannie, incrociando Northern Rock e Società Generale. Il simbolo di una crisi di sistema che non solo non è finita, ma forse deve ancora dispiegare i suoi effetti più profondi e più difficili da prevedere. Basta leggere «Supercapitalismo», lo scioccante saggio di Robert Reich, per rendersene conto. «Il libero mercato ha trionfato, ma la democrazia si è indebolita», scrive l’ex segretario al Lavoro dell’Amministrazione Clinton. Temiamo che abbia ragione. Ma la classe politica, americana e europea, fatica a capirlo. E la classe manageriale fa anche di peggio. Gorilla nella nebbia.

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