mercoledì 7 maggio 2008

Vicenza vista dall'alto. La città palladiana è dell'umanità, non degli Usa

Vicenza vista dall'alto. La città palladiana è dell'umanità, non degli Usa
Marta Ragozzino
il manifesto del 21 Febbraio 2007

Una lotta globale Dalla terrazza panoramica si capisce un altro perché del rifiuto democratico alla nuova base

Bastava salire di poche centinaia di metri sul Monte Berico che domina Vicenza, superare la Rotonda di Palladio e la villa Valmarana affrescata da Tiepolo, raggiungere il Santuario con la sua basilica barocca ed affacciarsi dalla terrazza panoramica di piazza della Vittoria a guardare la città dall'alto, per capire. Al santuario con terrazza di Monte Berico ci si può arrivare salendo per la strada carozzabile ma anche a piedi, seguendo il bel porticato settecentesco che, partendo dalle mura scaligere, si inerpica per settecento metri, raccordando la città «a forma di scorpione» al complesso in cima alla collina: si narra che anche Goethe l'abbia percorso per guardare nella sua interezza la città palladiana e abbia apprezzato il semplice e lunghissimo porticato più dell'imponente basilica barocca.
Basta vedere Vicenza dall'alto per capire, senza bisogno di altre spiegazioni, l'assoluto errore, «senza se e senza ma» come dicono i cittadini vicentini - e hanno ripetuto tutte le donne salite sul palco sabato scorso - del progetto della nuova base militare al Dal Molin.
Il colpo d'occhio è efficace, lascia stupefatti e non concede alcun margine di incertezza: la città è tutta lì sotto, con i suoi monumenti splendidi e famosi, che l'Unesco ha iscritto nella Lista dei beni che fanno parte del Patrimonio dell'Umanità. Monumenti tardo gotici e rinascimentali che, pur dall'alto, sembrano vicinissimi: la basilica palladiana, le belle chiese, il Teatro Olimpico, i palazzi dalle preziose facciate, il municipio, la Torre di Piazza, la Loggia; si intuisce persino il tracciato della città romana ora ridisegnato dai portici di quella medievale e moderna.
In effetti Vicenza è una città piuttosto piccola, conta 150.000 abitanti, meno di quelli che si sono dati appuntamento sabato per difenderla dallo scempio approvato anche da Prodi (forse perché l'80% dei vicentini ha votato a destra e Vicenza è considerata terreno elettorale perduto, come sospettano i cittadini di «sinistra»). Decine di migliaia di persone, forse 200.000, che hanno manifestato pacificamente, camminando tutto attorno al tracciato delle mura scaligere che circondano il centro storico. Già, il centro storico. Guardando dalla balconata si vede, sulla sinistra, giusto al margine dell'abitato, la base che c'è già, quella di Ederle. Dall'altra parte, molto prossima al centro storico, proprio dove sono i monumenti cari a tutto il mondo, si vede invece una grande area verde guarnita da un bosco e confinata da un piccolo fiume, il Bacchiglione, che traversa la città. A ben vedere dall'alto della collina, si tratta dell'unica area non costruita di Vicenza, potrebbe essere, con gran vantaggio per tutti gli abitanti (ad esempio per tutti quei bambini che hanno sfilato in corteo tra passeggini, palloncini e maschere di carnevale), un parco, un giardino.
Invece è il Dal Molin, l'aereoporto che si vorrebbe trasformare nella temuta nuova base militare americana. Proprio lì, dentro all'abitato, nel cuore della città fondata dai romani, a poche centinaia di metri da quel centro storico che per l'Unesco è «patrimonio di tutto il mondo», a un tiro di schioppo dai monumenti di Andrea Palladio, uno dei più importanti architetti del Cinquecento, che è, con i suoi capolavori, il simbolo di Vicenza, a cui è dedicato un importante Centro internazionale di studi e rappresenta uno degli aghi della bilancia della vita culturale cittadina.
Buttare lì una base militare rappresenta, basta guardare per capire, un vero e proprio insulto al patrimonio culturale (vicentino, nazionale e mondiale), un bene comune prezioso e «inalienabile», sul quale si fonda la nostra identità civile. In effetti, a guardar meglio, l'affaire del Dal Molin, oltre ad essere un problema politico, e dei più gravi, è anche un problema culturale, urbanistico e ambientale. Progettare edifici e strutture militari, tra l'altro con funzioni offensive e per un paese straniero, nell'unica area verde di una città storica ricca di monumenti di tale riconosciuto «valore» non dovrebbe essere consentito dalle leggi che proteggono il nostro patrimonio culturale e ambientale. In effetti, la nostra legislazione di tutela, che era la più avanzata, rigorosa e imitata del mondo (prima di essere pasticciata dal precedente governo, interessato a far cassa con i beni culturali), è dotata di norme, dirette e indirette, che impediscono di violentare quel paesaggio culturale che caratterizza tanto peculiarmente il nostro bel paese.
Stesso discorso vale, a maggior ragione, nelle città storiche: esistono, oltre alle norme dei piani regolatori e ai vincoli diretti (che riguardano edifici storici), addirittura vincoli di «rispetto» (ovvero indiretti) che limitano (nell'altezza, nel sedime, nel volume, nella tipologia) o addirittura vietano la costruzione di edifici in prossimità di monumenti o edifici storici.
Ma lo strumento più importante che la legislazione di tutela statale ancora prevede (condividendola con la legislazione regionale concorrente) è la Valutazione dell'impatto ambientale (Via) ai cui dovrebbero essere sottoposti i nuovi progetti, le nuove strutture di pertinenza dello stato, come sono le cosiddette «grandi opere». Il discorso dovrebbe valere anche per le strutture strategiche, militari, direzionali, soprattutto se queste sono progettate all'interno di un nucleo urbano dalle straordinarie caratteristiche storiche, culturali e architettoniche come Vicenza. Per questa ragione il Ministero che si occupa del patrimonio culturale e del paesaggio, attivato dal Ministero dell'ambiente, dovrebbe, ai sensi dell'art. 26 dell'attuale Codice, autorizzare per parte sua, previa istruttoria delle soprintedenze territoriali competenti, tali progetti in base alla Via. Quella della Via è dunque una buona strada da seguire, bene hanno fatto i Verdi a fare interpellanza. Ragionevole sarebbe scatenare un movimento internazionale d'opinione su questo delicato quanto trascurato aspetto.
Vien fatto di chiedersi se Rutelli, che in qualità di vice premier tanto frettolosamente si è espresso sull'ordine pubblico, ha trovato o troverà tempo per affacciarsi, come ministro dei beni culturali, dalla balconata del Monte Berico.

Storici contro la base «Palladio minacciato»

Storici contro la base «Palladio minacciato»
al. mo.
IL GIORNALE DI VICENZA, 20/02/2007

Interpellanza di Folena: «Monumenti a rischio»

La petizione
Lionello Puppi e oltre cento fra studiosi e docenti firmano un appello all’Unesco «Il sito Usa è troppo vicino ad alcune ville palladiane»

Dopo i Verdi che chiedono la valutazione di impatto ambientale, l'ultima arma anti-base Usa è il paesaggio. Con l'interrogazione ai ministri Rutelli, D'Alema e Parisi del deputato di Rifondazione comunista Pietro Folena che sventola la petizione di 109 fra studiosi di arte e architettura capitanati dal vicentino professor Lionello Puppi assieme alla Fondazione Benetton. Petizione che solleva il problema della presenza «a poche centinaia di metri dal Dal Molin di opere del Palladio protette dall'Unesco».
Quali sono? «Intanto la Basilica palladiana - spiega Puppi -. Ma anche Villa Caldogno, Villa Cricoli sulla Marosticana e Villa Valmarana a Vigardolo, tutte e poche centinaia di metri dal Dal Molin». Così Folena ha preso carta e penna: «Questo ulteriore elemento - ha scritto - deve far riflettere il governo sull'opportunità di realizzare una base militare a poca distanza da siti sotto tutela internazionale verso la quale abbiamo obblighi cogenti quanto e forse più di quelli verso gli Usa». Da qui l'interpellanza urgente e l'incontro a breve tra il comitato dei firmatari della petizione con la Commissione cultura della Camera di cui Folena è presidente.
Nell'appello docenti, studiosi e ricercatori (anche stranieri) chiedono «alle autorità responsabili di valutare se quella colata chilometrica di cemento, lo sconvolgimento del traffico stradale, il transito di aerei militari a 2500 metri in linea d'aria dalla Basilica palladiana e a 500 metri da una delle più belle ville di Palladio a Caldogno, siano compatibili con i riconoscimenti e conseguenti responsabilità locali conferite dall'Unesco ai monumenti e alle ville del Palladio». E quindi vogliono sapere dall'Unesco «se l'iniziativa sia compatibile con la solenne dichiarazione di appartenenza del sito al patrimonio dell'umanità».
Tra le firme, oltre a quella di Puppi, docente emerito di storia dell'arte a Ca' Foscari, studioso di Andrea Palladio e componente del comitato consultivo della Fondazione presieduta da Luciano Benetton, c'è anche Ippolito Pizzetti, uno dei maggiori esperti italiani di paesaggistica; Margherita Azzi Visentini, docente di storia dei giardini e paesaggi all'università di Milano; Monique Mosser, che insegna all'università di Parigi-Versailles e Carmen Anon, architetto e studiosa del paesaggio di Madrid. In tutto, si diceva, 109 firme.
Spiega Puppi: «Vogliamo sapere se la realizzazione di una base militare e di guerra al posto di un'area verde, con tutto quello che comporta, sia compatibile con il riconoscimento dell'Unesco. Perché vicino ci sono delle ville palladiane. Come Villa Caldogno, una delle più belle». In più «la città rischia di diventare un obbiettivo del terrorismo, che invece di colpire una base superprotetta potrebbe prendersela con i monumenti-simbolo». Insomma, dice Puppi «dove c'è arte e cultura non c'è posto per una base militare».

lunedì 5 maggio 2008

Così le industrie farmaceutiche manipolano gli studi clinici (con l’aiuto dei ricercatori)

l’Unità 5.5.08
Una serie di articoli su «Jama» analizza le carte dei processi intentati alla Merck per il farmaco Vioxx
Così le industrie farmaceutiche manipolano gli studi clinici (con l’aiuto dei ricercatori)
di Cristiana Pulcinelli

Il quotidiano americano Wall Street Journal ha scritto pochi giorni fa che l’industria farmaceutica Pfizer sta cercando un accordo con i pazienti che le hanno fatto causa. Al centro della questione ci sono due farmaci prodotti dall’azienda (il Celebrex e il Bextra) accusati di aver causato in alcuni pazienti infarti e ictus.
Si tratta di due antidolorifici appartenenti alla classe degli inibitori della cox 2. Qualche anno fa sembrava che questi farmaci avessero aperto una nuova frontiera nella medicina: antinfiammatori in grado di trattare dolori acuti e condizioni come l’artrite reumatoide e l’artrosi senza, peraltro, dare i disturbi gastro-intestinali dei normali antinfiammatori. A questa classe apparteneva anche un altro farmaco, il Vioxx, prodotto dalla multinazionale Merck & co e ritirato dal mercato alla fine del 2004 perché faceva aumentare i rischi di malattie cardiocircolatorie.
Già nel 2005 era nata una polemica perché sembrava che la Merck, pur sapendo che il suo farmaco aveva effetti collaterali di non lieve entità, avesse taciuto fino a che la verità non era venuta a galla. Ora, la rivista Journal of American Medical Association (Jama) ha riaperto la questione con due articoli e un editoriale pubblicati sul numero del 16 aprile scorso.
Il primo articolo, firmato da J.S. Ross e colleghi, contiene accuse pesanti che mettono in discussione l’indipendenza e l’etica dei ricercatori medici. Sostengono infatti gli autori, basandosi sulle carte dei processi, che gli articoli sulle sperimentazioni cliniche del rofecoxib (la molecola chiamata commercialmente Vioxx) erano quasi tutti scritti da impiegati dell’industria che produceva il farmaco. Tuttavia, questi autori non comparivano con il loro nome: gli studi erano invece firmati da docenti universitari che avevano poco o niente a che fare con la ricerca di cui scrivevano. Si trattava per lo più di medici che naturalmente prestavano il loro nome in cambio di un compenso finanziario. Peraltro, in molti casi, questi stessi medici nascondevano il fatto di aver ricevuto finanziamenti e compensi per consulenze dalla Merck.
Il secondo articolo, firmato da B.M. Patsy e da R.A .Kronmal, racconta invece come faceva la Merck a dare un’immagine erronea del rapporto tra rischi e benefici del rofecoxib nelle sperimentazioni cliniche. L’azienda cercava di minimizzare il rischio di mortalità utilizzando un’analisi chiamata «as treated», ovvero che considera solo i partecipanti allo studio che hanno portato a termine la cura.
Dall’analisi dei dati venivano eliminati quindi tutti coloro che non avevano effettuato il trattamento fino in fondo. In questo modo però si rischia di escludere dall’analisi le persone che non finiscono il trattamento perché hanno effetti collaterali pesanti, oppure quelle che muoiono. Alcuni mesi prima di condurre queste sperimentazioni cliniche, dicono gli autori dello studio, la Merck aveva condotto un altro tipo di analisi chiamato «intention to treat». In sostanza, si prendeva in considerazione tutto il gruppo dei pazienti a cui era stato assegnato il trattamento con il farmaco. Da questa analisi sembra emergesse con chiarezza un aumento del rischio di mortalità tra i pazienti che prendevano il Vioxx.
Qual è la lezione che possiamo trarre da questi due articoli? L’editoriale di Jama si pone questa domanda e cerca anche di rispondere.
In primo luogo, la manipolazione e il riportare in modo distorto i risultati delle ricerche non possono avvenire senza la cooperazione (attiva e tacita) dei ricercatori clinici, degli altri autori, delle riviste, dei revisori e persino della Food and Drug Administration.
In secondo luogo, la fiducia nella ricerca clinica sta vacillando anche perché la manipolazione degli studi da parte dell’industria farmaceutica sta aumentando o comunque sta venendo sempre più allo scoperto.
La questione non è semplice e vale soprattutto per farmaci blockbuster, ovvero quelli che realizzano affari per più di un miliardo di dollari l’anno, come appunto era il Vioxx.
L’editorialista conclude sostenendo che l’antico principio etico «primum non nocere», secondo cui l’attività del medico deve in primo luogo non procurare danni, non deve valere solo per il medico che cura i pazienti, ma anche per tutti coloro che sono coinvolti nella ricerca medica e nel sistema delle pubblicazioni biomediche.

giovedì 1 maggio 2008

Nelle casette di Suburbia, Los Angeles. «Così la crisi abbatte l'american dream»

Nelle casette di Suburbia, Los Angeles. «Così la crisi abbatte l'american dream»

di Andrea Rocco

Il Manifesto del 26/04/2008

Parla D. J. Waldie, autore di «Holy Land». Gli immobili, le banche e la caduta della middle class

Arriviamo a Lakewood dopo un'ora di guida sulla 710, una freeway urbana ormai completamente strozzata, come quasi tutte quelle di Los Angeles, da un flusso spesso di auto e mezzi pesanti, in un pomeriggio di aprile già bollente. Lakewood, al centro-sud dell'area metropolitana di Los Angeles è il prototipo di «suburbia», costruito nel Dopoguerra per dare casa alle giovani famiglie di reduci e ai dipendenti dell'industria aeronautica, lanciati nel boom economico. Comunità pianificata, costruita a tempo di record, case vendute a ritmi di 30-50 al giorno, nel 1951 in un week-end se ne vendettero 300. Città bianca all'80% fino a vent'anni fa, è oggi un sobborgo etnicamente diverso di quasi 80 mila abitanti. La scritta sul lungo Del Amo Boulevard che dalla freeway porta al municipio, costeggiando le casette unifamiliari e la Shopping Mall, ci avverte che è finita la città di Long Beach e che entriamo a Lakewood: «Benvenuti a Lakewood: I tempi cambiano, i valori no». Potrebbe averla scritta (e forse lo ha fatto davvero) il nostro interlocutore, D.J.Waldie, che ci aspetta in un cubicolo della City Hall di Lakewood dove lavora per il servizio di informazione pubblica, da oltre 30 anni. Ma questo signore gentile e occhialuto non è un semplice travet. E' l'autore del libro-culto su Suburbia (Holy Land, vedi box), collaboratore del Los Angeles Times, New York Times, L.A. Weekly, traduttore di poeti francesi e, cosa ancora più bizzarra, un californiano stanziale, che ha vissuto sempre nella stessa casa, e che non guida l'auto.

Come vive Suburbia l'attuale crisi economica e immobiliare, che sembra colpire le radici stesse del sogno americano?
I primi ad essere colpiti davvero dalla crisi e a perdere la casa sono i neo-proprietari «marginali», spesso immigrati recenti, qualche volta ancora illegali. Su di loro si scaricano due elementi. Il crollo di un sistema che produceva case sulla base di un illusione, quella che chiunque può ottenere un mutuo e che qualunque cosa possa accadere nella loro vita personale o lavorativa, i soldi continueranno ad arrivare. La seconda cosa è che questi neo-proprietari sognavano di poter guardare a se stessi senza vedere la propria situazione reale, i rischi che si stavano assumendo, non erano in grado di valutare le loro vite, in cui gli equilibri finanziari erano precari e appesi a matrimoni in crisi, a qualche problema con la legge, all'esistenza di «demoni privati», l'alcool, la droga. Questi membri della «non-proprio-middle-class» sono in qualche modo simili ma anche diversi dai miei genitori. Anche loro, all'inizio degli anni '50, non avevano grandi risorse economiche, ma erano stati «disciplinati» dalla Grande Depressione, dalla guerra e, soprattutto, entravano in un periodo economico di grande espansione. Oggi quelle virtù o quelle discipline non esistono più e l'economia è in contrazione.

Secondo molti esperti, quello che è successo ai «marginali», che lei descriveva, è destinato ad allargarsi ad altri strati, anche di «vera middle class» con un effetto-domino di cui non si possono prevedere gli esiti...
E' questo il nodo. Ed è la questione più importante per chi come me lavora in istituzioni di governo locale. Ci sono già, qui a Lakewood case, per ora non molte, che sono state riprese dalle banche e ce ne saranno di più in futuro. Ci sono case abbandonate dai proprietari, che se ne sono semplicemente andati per non pagare più le rate del mutuo e sono lì, abbandonate e vuote, a volta bersaglio di vagabondi, luogo di traffici di droga, tutte cose assolutamente inaudite per Lakewood. Ci sarebbe poi da domandarsi perché la maggioranza degli Americani pensa che l'economia stia andando malissimo ma che quella parte dell'economia da cui dipendono loro stessi non sia destinata alla recessione. C'è un ottimismo infondato che porterà ad altri conflitti anche emotivi, perché presto si renderanno conto che la crisi non è solo là fuori da qualche parte, ma anche qui.

E quale è il ruolo dei governi locali in posti come Lakewood, in una situazione del genere?
Ci rendiamo conto della situazione, ma va sottolineato che i governi locali hanno mezzi giuridici e finanziari molto limitati. Non abbiamo proprietà nostre, né mezzi per acquistarne. Il Comune si limita a verificare l'osservanza di alcune regole, chiedere di tagliare i cespugli o di riparare una finestra. Ma non lo facciamo noi, perché si presume che esista un proprietario che si prenderà cura della casa. Peraltro non ci sono case popolari a Lakewood, e ce ne sono in genere poche in tutta la California del Sud.

Su un altro livello sembra che il sogno americano della casa individuale di proprietà in un sobborgo tranquillo come Lakewood sia stato espropriato, che la casa e i modi per comprarla siano diventati l'oggetto e la materia prima di sofisticate operazioni di speculazione finanziaria. Più Wall Street che Main Street, insomma?
Bisogna fare chiarezza. In particolare per il caso di Lakewood, gli impresari immobiliari anche negli anni '50 hanno usato uno schema speculativo. D'altronde costruire molte case velocemente in California è sempre stata una attività condotta ai limiti della legge. Operazioni di questo genere alla fine vengono giudicate solo sulla base del loro successo. Il caso di Lakewood è stato di successo per le ragioni che ho spiegato prima. L'espansione suburbana di Los Angeles, con l'urbanizzazione di terre agricole comprate a poco prezzo negli anni '50 era resa possibile anche dalla politica monetaria del governo federale che ha creato migliaia di posti di lavoro nell'industria del «credito immobiliare». Ma anche allora le cose non erano fatte nel pieno rispetto delle regole, anche allora non si faceva molto caso all'effettiva capacità di ripagare il mutuo. Si trattava di una illusione, di una fantasia condivisa, quella che comunque saresti stato capace di ripagare quel prestito, che naturalmente le banche non tenevano per sé ma «impacchettavano» e rivendevano a Wall Street. Non c'è niente di nuovo in questo e, ripeto, fin dall'inizio della «occupazione americana» della California, l'immobiliare ha sempre portato con sé un certo grado di illusioni, speculazione e forzatura della legge.

Siamo in un anno elettorale. E se la crisi dei mutui sta diventando un issue nella campagna elettorale, sembra che il tema più vasto dell'uso dello spazio urbano, del territorio e dell'interazione sociale, non riesca ad entrare in alcun modo nel discorso politico
Purtroppo è proprio così. Ed è molto diverso da quello che succedeva a fine anni '90- inizio 2000. Nel 2000 il tema dello sviluppo urbano, dell'uso del territorio era un tema importante della campagna presidenziale e Al Gore fece proposte assai interessanti su questi temi. Adesso sembra evaporato dal discorso politico generale e relegato a qualche tavolo di specialisti. Eppure nelle frequenti indagini condotte su questi temi sembra che gli americani siano molto interessati a come si gestisce lo sviluppo, sul quanto e sul dove, ma anche sul «come», sulle questioni proprio di «estetica urbana».

Mi faccia una istantanea di Lakewood, anno di grazia 2008.
E' sempre un posto dove la maggior parte della gente ha un'aspirazione per l'«abbastanza» e non per il «di più». Cerco di stare vicino e di sentire i sottili cambiamenti nella vita della comunità. La gente è certo più ansiosa rispetto a qualche anno fa. E più arrabbiata, e capisco benissimo perché. La maggior parte dei giovani oggi ha posti di lavoro non sindacalizzati e non garantiti, a rischio di essere «esportati» in Cina o Sud America, o in settori dell'economia legati alla volatilità della fiducia dei consumatori. Ci sono molte ragioni di ansietà. D'altro lato il tessuto sociale di Lakewood regge, non è andato in pezzi, non è un luogo di sogni infranti o di possibilità perdute, ma certo quelle possibilità hanno perso un po' del loro splendore. Il tradizionale ottimismo americano era condiviso da queste comunità di lavoratori, l'idea è sempre stata quella che le cose, domani, andranno meglio. Ma forse oggi si inizia a pensare che non andranno affatto meglio.

In un suo recente articolo ha descritto Lakewood come un luogo dove «le narrazioni suburbane sono state per la prima volta oggetto di produzione di massa per le speranze di milioni di persone. Ancora oggi vengono raccontate, ma la gente con le sue ansie e le sue speranze sono di diversi colori ed etnicità...io continuo a vivere qui perché mi interessa vedere che cosa succederà a questi nuovi narratori di storie suburbane».
E' ancora così. Non ho perso questo interesse, anche se non so predirne l'esito. Forse non sarò in grado di comprenderle, queste storie, in parte perché sono raccontate in lingue che non parlo. In parte perché raccontate in «stili» che non conosco. Un po' è per la dura realtà dell'invecchiare ed essere meno in sintonia con ciò che accade. Ma posso dirle che quando riuniamo i residenti di Lakewood, e lo facciamo molto spesso, uno potrebbe pensare che si tratti di gente semplice, non sofisticata, che ragiona per clichés. In realtà è gente di tutte le età, le razze e le religioni e tuttavia hanno un profondo livello di comprensione. Lo stare insieme porta loro molta soddisfazione, sono soddisfatti di vivere in un luogo con un senso di comunità, lo apprezzano e lo difendono in modo sorprendentemente articolato. Non so però che cosa potrebbe accadere se le cose peggiorassero drammaticamente.

Penuria alimentare, un dossier di Le Monde diplomatique

Penuria alimentare, un dossier di Le Monde diplomatique

di Geraldina Colotti

Il Manifesto del 29/04/2008

«Abbiamo fame», un grido sempre più frequente nelle rivolte che, dall'Africa alle Filippine, dall'India ad Haiti, portano in piazza le masse popolari, colpite dalla «crisi del riso» e dalle scelte del Fondo Monetario

«Fmi-Faim», Fmi ovvero fame. Il Fondo monetario internazionale produce fame. Va diritto al cuore del problema l'editoriale di Serge Halimi, direttore di Le Monde diplomatique, nel numero di maggio della rivista internazionale - in uscita il 15, e per tutto il mese, insieme al manifesto. Sullo stesso tono il dossier centrale del Diplo che spiega con dati e cifre in quante lingue del pianeta si sta pronunciando il grido: «abbiamo fame». Dall'Africa ad Haiti, dall'Indonesia alle Filippine, quote sempre maggiori di popolazione sono colpite dalla penuria alimentare. E seppure un paese come l'Australia quest'anno promette un ottimo raccolto invernale di frumento (12,4 milioni di tonnellate), che farebbe sperare in un ribasso dei prezzi internazionali, anche il nord del pianeta non può sentirsi al sicuro. La rabbia delle popolazioni esplode, evidenziando la geografia e le cifre stratosferiche dei «rifugiati per fame».
In Senegal, le madri di famiglia che non hanno più niente da far bollire, marciano con le pentole rovesciate, che ogni sera risuonano in tutte le case come tamburi. In Egitto dove si protesta per il pane, l'opposizione islamista accusa il governo di aver provocato la crisi acquistando prodotti importati a minor prezzo dall'estero anziché dai produttori locali, che preferiscono coltivare frutta, più facilmente esportabile sui mercati internazionali. Ad Haiti, le rivolte per fame, a inizio aprile, hanno provocato cinque morti e duecento feriti e la destituzione del primo ministro Jacques-Edouard Alexis. E diversi paesi asiatici, specialmente Indonesia e Filippine, temono il moltiplicarsi di manifestazioni come quella che, all'inizio dell'anno, ha portato in piazza a Giakarta oltre 10.000 persone contro l'aumento del prezzo del tofu. Rivolte contro l'aumento del prezzo della soia, della carne, e soprattutto del riso. Nel dossier, gli articoli del giornalista Dominique Baillard ricordano i dati della Fao, l'Organizzazione delle Nazioni unite per l'agricoltura e l'alimentazione: per la prima volta dal 1989, il prezzo della varietà di riso «thaie», che fa da riferimento, ha superato i 500 dollari (320 euro). Paesi come le Filippine, primo importatore mondiale, sono in serie difficoltà in quanto l'offerta globale di riso (420 milioni di tonnellate) risulta al di sotto della domanda (almeno 430). Le riserve mondiali di riso - ricorda ancora il Diplo - hanno toccato il livello mondiale più basso da 25 anni: 70 milioni di tonnellate, la metà di meno di quelle del 2000.
Colpa dei cinesi che hanno cominciato a mangiare troppa carne? Colpa degli stati come l'Argentina che hanno scelto di «proteggere» i loro prodotti destinando meno quote all'esportazione e più al mercato interno? Si può condannare uno stato che scelga di nutrire i propri cittadini prima di sottostare ai diktat dei mercati internazionali? Il punto - mostra il dossier - è invece quello di indicare a chiare lettere il fallimento e i paradossi dei «piani di aggiustamento strutturale» imposti dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale. L'equazione: sviluppo solo a prezzo delle privatizzazioni di beni e servizi e di investimenti agevolati per le grandi imprese multinazionali, imposta al sud del mondo, ha portato alla situazione attuale. E ora, proprio la Banca mondiale, che «ha contribuito a indebolire gli agricoltori imponendo la liberalizzazione dell'economia», mette questo settore al centro degli sforzi per la lotta contro la povertà del pianeta nel suo rapporto sullo sviluppo del 2008. Paradossi in cui si dibattono anche gli stati in via di sviluppo dei 37 paesi minacciati dalla crisi alimentare.
In Costa d'Avorio, dal primo d'aprile le autorità hanno sospeso le tasse d'importazione per i generi di prima necessità come l'olio da tavola, il riso, il grano o lo zucchero. Il governo senegalese ha bloccato per un breve periodo il prezzo del pane nell'ottobre 2007. In Mali, si sperimenta invece il pane burunafama, farina di grano mista a cereali locali come il sorgo (immangiabile, dicono le associazioni dei consumatori). In Egitto, il governo ha sovvenzionato il pane e lo ha fatto distribuire dall'esercito. Misure che gravano sui già magri bilanci degli stati africani e che l'Fmi giudica «false soluzioni». Alcune realtà del sud, sperimentano però altre direzioni. Il Diplo ne dà conto, indicando i risultati raggiunti, per esempio, in Mali dalle scelte dei coltivatori di cotone. Rimettere l'agricoltura locale e la sicurezza alimentare al centro delle politiche economiche vuol dire porre il problema della sovranità e del controllo delle proprie risorse. Un tema che, in America latina, ha già prodotto risultati evidenti.

«Ora moratoria per il Dal Molin»

«Ora moratoria per il Dal Molin»

di Orsola Casagrande

Il Manifesto del 30/04/2008

L'aria nuova di Vicenza Il giorno dopo la vittoria, il neosindaco del centrosinistra Achille Variati conferma quanto aveva promesso e annuncia un referendum sulla base Usa. E se i cittadini voteranno ne chiederà lo stop

C'è un'aria diversa a Vicenza il giorno dopo le elezioni che hanno portato sulla poltrona di sindaco Achille Variati. La sua vittoria è anche quella del popolo no Dal Molin. Si respira ottimismo, soddisfazione nella città del Palladio. Anche se tutti sono consapevoli che la battaglia contro la base è ancora agli inizi. Roma sembra lontanissima. Anche se già si fa sentire: Silvio Berlusconi dice di augurarsi che i cittadini vicentini dimostrino buonsenso. E se lo dice è comunque perché sa che la nuova base militare americana al Dal Molin è da lunedì pomeriggio più in forse che mai. Achille Variati il primo giorno da sindaco l'ha trascorso in mezzo alla gente, camminando, lasciandosi circondare da un abbraccio che è più che simbolico.
Sindaco, subito in piazza?
Sì, ho incontrato anche stamattina (ieri, ndr) i cittadini perché per me era molto importante capire, il giorno dopo. Credo che la chiave di interpretazione di questa vittoria, di questa incredibile rimonta, non stia nella logica degli schieramenti. Sono riuscito, credo, a mettermi in sintonia con i cittadini, a capire i loro problemi, le loro aspettative. Un sindaco in fondo per questo viene scelto e viene eletto, perché sta nel territorio ed è in sintonia con la città e chi la vive. Il centrosinistra oggi deve ripartire dai suoi uomini migliori per poter tornare a vincere e a governare il paese.
La sua posizione contro la base Usa al Dal Molin ha pesato non poco sul risultato. Il presidente Berlusconi chiede ai vicentini di dimostrare buonsenso.
Il presidente Berlusconi non si deve preoccupare: certo che i cittadini di Vicenza saranno di buonsenso, del resto quando mai questa terra non lo è stata. Ma essere di buonsenso non vuol dire essere disposti ad accettare tutto senza dialogo e senza informazione, che è invece quello che hanno cercato di fare imponendo alla città la nuova base militare americana al Dal Molin. I cittadini sono di buonsenso ma chiedono rispetto.
Una volta insediato dunque terrà fede agli impegni presi con la città sul Dal Molin? Lei aveva detto che avrebbe revocato la decisione della vecchia giunta.
Certo. I miei impegni sulla base americana sono chiari. I cittadini lo sanno e hanno apprezzato questa mia chiarezza. Ci sarà l'ordine del giorno che annullerà il precedente ordine emanato dalla giunta Hullweck, quindi il referendum e quindi la richiesta di moratoria sui lavori al governo italiano e agli Stati uniti.
Lei ha vinto anche perché, come ha sottolineato il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, è espressione di un territorio, e quel territorio lo vive e lo conosce. Una lezione ulteriore per il centrosinistra.
Sono assolutamente d'accordo sul fatto che bisogna essere sul territorio. E poi penso che sia stato sbagliato far coincidere le elezioni politiche con quelle amministrative. Questa è stata una decisione dei palazzi, che io personalmente non condividevo e l'ho anche detto. A Roma devono pensarci bene, devono ripartire dalla dirigenza locale se vogliamo sperare di tornare a vincere, tornare a essere in sintonia con la città, con i territori. C'è stata purtroppo molta supponenza: non basta essere a Roma per sapere tutto. Non si può credere di sapere tutto. Bisognerebbe con un po' più di umiltà, cominciare a chiedere a chi ci vive nelle città, nei territori.
La stessa Lia Sartori, la sua avversaria, candidata del Partito delle libertà, è stata vissuta come qualcosa di estraneo, di calato dall'alto anche dagli stessi cittadini leghisti di Vicenza. Non a caso l'astensione è stata alta al ballottaggio.
Penso che Lia Sartori sia stata percepita sempre di più come l'esponente, la rappresentante del centrodestra. Io invece credo che più i giorni passavano più sono stato percepito come il sindaco di tutti i cittadini. Il sindaco dei vicentini. La ragione vera per cui la Lega in questo territorio prende molto credo sia da ricondurre al profondo distacco che c'è stato tra politica e cittadini. Inevitabilmente quando il divario aumenta i cittadini trovano una sponda al loro disagio anche in chi propugna argomentazioni populiste. Quando però incontrano una persona come me, in grado di ascoltare, recepire e impegnarsi in maniera semplice ma chiara e onesta su quelli che sono i loro problemi e le loro esigenze, allora sono anche disposti a lasciare questi discorsi populisti. Perché bisogna sempre ricordare che la politica è servizio. Non può essere solo gestione del pubblico o del potere. Chi vota Lega, io credo, vuole anche dare un segnale, vuole cioè dire che questa politica così lontana dalla gente non piace. Ripeto, il centrosinistra ha molto lavoro da fare per tornare a guadagnare la fiducia anche di chi non arriva alla fine del mese. Per farlo però deve cambiare, uscire da Roma, ascoltare i territori.

Storico israeliano: a Gaza in atto una pulizia etnica

l’Unità 1.5.08
Storico israeliano: a Gaza in atto una pulizia etnica
Pappe rilancia la sua tesi a pochi giorni dal 60° anniversario della nascita dello Stato ebraico
di Umberto De Giovannangeli

L’intellettuale scomodo per Gerusalemme ha lasciato l’università di Haifa per insegnare
in Gran Bretagna

IL SUO ULTIMO LIBRO è destinato a scatenare dibattito e polemiche. Per il profilo del suo autore e per la tesi sostenuta. L’autore è uno degli intellettuali più scomodi di Israele e per Israele: Ilan Pappe. Storico, saggista, nato ad Haifa da genitori ebrei sfuggiti alla persecuzione nazista, Pappe ha insegnato per anni ad Haifa per poi trasferirsi all’Università di Exeter. Il libro in questione è «La pulizia etnica della Palestina» (Fazi Editore).
Partiamo dall’attualità. E dalla tragedia di Gaza. Israele giustifica l’assedio della Striscia come atto di difesa. È una giustificazione accettabile?
«Assolutamente no. Non è una giustificazione accettabile. L’assedio della Striscia di Gaza è una forma di punizione collettiva pensata per aumentare la pressione sui palestinesi perché abbandonino qualsiasi forma di resistenza e accettino di sopravvivere in quella che è una vera e propria gigantesca prigione costruita per loro».
Israele sostiene che la sofferenza della popolazione civile di Gaza è responsabilità assoluta dell’«organizzazione terroristica denominata Hamas». Qual è la sua opinione in merito?
«I rappresentanti di Hamas sono stati eletti democraticamente nel gennaio 2006 e pertanto sono i legali rappresentanti dei palestinesi residenti a Gaza. Qualunque rifiuto a negoziare con loro non potrà che prolungare la sofferenza per entrambe le parti in conflitto».
Tra pochi giorni Israele celebrerà il 60mo della sua fondazione. Quale bilancio trarre?
«Sfortunatamente, come ho cercato di spiegare ne La pulizia etnica della Palestina, il sistema di valori su cui si fonda lo Stato d’Israele fin dalla sua nascita non è fra i più nobili, essendo strutturato attorno a una ideologia etnocentrica che pone come prioritaria la necessità di avere uno Stato ebraico con una solida maggioranza ebraica che controlli larga parte dei territori palestinesi. Nel creare il proprio Stato-nazione, il movimento sionista non condusse una guerra che "tragicamente, ma inevitabilmente" portò all’espulsione di parte della popolazione nativa, ma fu l’opposto: l’obiettivo principale era la pulizia etnica di tutta la Palestina, che il movimento ambiva per il suo nuovo Stato. Questa visione non è cambiata affatto dal 1948 ad oggi. Il valore di uno Stato a base etnica è ancora al di sopra di qualunque diritto umano o civile».
In Italia è appena uscito il suo ultimo libro, «La pulizia etnica in Palestina» (Fazi Editore). Su cosa fonda questo grave atto d’accusa?
«Dopo un’attenta considerazione di quanto è realmente accaduto nel 1948, sono arrivato alla conclusione che l’unica definizione giuridicamente e moralmente corretta per descrivere fedelmente quanto realizzato dagli israeliani era proprio quello di pulizia etnica. È un termine giuridico che descrive qualunque tentativo da parte di un gruppo etnico di cacciarne un altro da un’area geografica condivisa, il che spiega esattamente la strategia israeliana. Ed è anche un concetto morale, che fa rientrare questo tipo di politiche nel campo dei crimini contro l’umanità. Mi lasci aggiungere che è nostro dovere strappare dall’oblio la semplice ma orribile storia della pulizia etnica della Palestina, un crimine contro l’umanità che Israele ha voluto negare e far dimenticare al mondo. Non tanto per un atto di ricostruzione storiografica o per un dovere professionale, ma per una decisione morale, in assoluto il primo passo da compiere se vogliamo che la riconciliazione possa avere una possibilità e la pace possa mettere le radici nelle terre lacerate di Palestina e Israele».
Quella che lei racconta è dunque una pace impossibile?
«No, tutt’altro. Resto convinto che Israele non ha altra scelta che quella di trasformarsi spontaneamente, un giorno, in uno Stato civile e democratico. Che ciò sia possibile, lo vediamo dalle strette relazioni sociali che palestinesi ed ebrei hanno intessuto, malgrado tutto, nel corso di questi lunghi e travagliati anni, sia dentro che fuori Israele. Quella pace, lo sappiamo, è a portata di mano: lo sappiamo, soprattutto, dalla maggioranza dei palestinesi che hanno rifiutato di lasciarsi disumanizzare da decenni di brutale occupazione israeliana e che, nonostante gli anni di espulsione e di occupazione, credono ancora nella riconciliazione. Ma la finestra di opportunità non starà aperta per sempre. Israele può essere destinato a restare ancora un Paese pieno di collera, le sue azioni e la sua condotta dettate dall’oltranzismo nazionalista e dal fanatismo religioso, la fisionomia del suo popolo permanentemente alterata dalla giusta vendetta. Ma per quanto tempo possiamo continuare a chiedere, se non a sperare, che i nostri fratelli e sorelle palestinesi continuino ad avere fiducia in noi e non soccombano completamente alla disperazione al dolore in cui sono precipitate le loro vite l’anno in cui Israele eresse la sua fortezza sopra i loro villaggi e le loro città distrutte?»