giovedì 6 gennaio 2011

«Vogliono negare che siamo in guerra»

l’Unità 6.1.11
Intervista a Fabio Mini
«Vogliono negare che siamo in guerra»
L’ex comandante Nato in Kosovo: «La nuova versione in conflitto con quella retorica della pace e della missione umanitaria che è stata abusata anche in questo caso».
di Umberto De Giovannangeli

La nuova versione data dal ministro La Russa della morte del caporalmaggiore Miotto non aggiunge o sottrae nulla al valore del soldato, semmai entra in conflitto con quella retorica della pace e della missione umanitaria che è stata abusata anche in questo caso». A sostenerlo è il generale Fabio Mini, ex Capo di stato maggiore delle forze nato del Sud Europa, già comandante della missione Nato-Kfor nel periodo 2002-2003. «Bisogna finirla rimarca il generale Mini di raccontare le storielle e dare conto a tutta la nazione del rischio reale che i nostri soldati in quella guerra stanno affrontando». E sul futuro, l’ex comandante della missione Nato in Kosovo, non nasconde il suo pessimismo: «Così stando la politica e la situazione militare, non prevedo nessuna uscita che possa giustificare tutti gli anni, le energie e le vite che abbiamo speso in Afghanistan». Generale Mini, per la terza volta è cambiata la versione della morte del caporal maggiore Miotto. Come spiegarlo?
«Probabilmente il ministro La Russa ha ricevuto dalle autorità militari una ricostruzione più dettagliata dell’accaduto. In particolare, il tipo di proiettile che ha colpito il caporal maggiore Miotto non proviene da un’arma sofisticata come quella usata dai cecchini ma da un’arma residuale delle cento guerre afghane che può essere in mano a chiunque...».
Cosa cambia nella dinamica dell’evento? «Se Miotto era di guardia e si è trovato sottoposto a colpi di arma da fuoco, significa che la sua postazione era stata assaltata da più individui, a distanza più ravvicinata di quella che può usare un cecchino, e quindi si è difeso rispondendo al fuoco ostile. Non si tratterebbe quindi di un incidente durante una routine di servizio di guardia ma di un vero e proprio atto di combattimento di quella che da sempre sostengo essere una guerra...».
Una guerra che si vuole negare... «Se non fosse che la nuova versione della morte del caporal maggiore Miotto entra in conflitto con quella retorica della missione umanitaria che è stata abusata anche in questo caso...». Insisto su questo punto: cosa cambia questa terza versione? «Per quanto riguarda il soldato ucciso e il suo valore, non cambia niente. Semmai soddisfa quell’ansia di apparire guerrieri ad ogni costo. Dal punto di vista della dirigenza politica e militare, cambia l’atteggiamento nei riguardi di tutta l’operazione. Bisogna finirla di raccontare le storielle e dare conto a tutta la nazione del rischio reale che i nostri soldati in quella guerra stanno affrontando». Come uscire da questo «pantano insanguinato»? «Così stando la politica e la situazione militare, non prevedo nessuna uscita che possa giustificare tutti gli anni, le energie e le vite che abbiamo speso in Afghanistan. E che possa farci ritenere di aver raggiunto, o almeno sfiorato, uno di quegli obiettivi di sicurezza, ricchezza, democrazia, stabilità che ci eravamo posti quando abbiamo assunto l’impegno di Isaf».

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