mercoledì 5 gennaio 2011

I coloni pronti a tutto. Tranne che alla pace

I coloni pronti a tutto. Tranne che alla pace

Francesca Marretta

Liberazione del 20/11/2010

Sciopero generale per impedire che il governo israeliano blocchi gli insediamenti

La moratoria bis sulle costruzioni negli insediamenti israeliani su terra palestinese, chiesta al Premier israeliano Netanyahu da Washington, non è ancora stata votata. Ma i coloni hanno deciso di giocare d'anticipo. Dopo la pubblicazione on-line dei numeri di cellulare dei ministri, messi a disposizione della protesta al grido di «chiamateli o almeno mandate sms per dire vota no alla moratoria», domani scendono in sciopero generale. Uffici pubblici e scuole delle cittadine corazzate, collegate da "by-pass roads" e dalle case tutte uguali, resteranno chiusi, mentre a Gerusalemme è prevista una manifestazione contro il "settlement-freeze". Un messaggio chiaro, non solo per Netanyahu, capo di un governo che tengono al laccio, pur essendo una minoranza (destinata a crescere, data l'elevata natalità registrata in questo gruppo sociale), ma anche allo Shas. Il partito religioso, che tradizionalmente si rivela l'ago della bilancia nella politica israeliana, si trova nella posizione difficile di scontentare gli americani, o i coloni. Sulla questione moratoria, rischia di spaccarsi il governo israeliano.
Se non dovesse passare, se i coloni dovessero vincere il braccio di ferro, i laburisti di Barak farebbero fatica a restare ancora nell'esecutivo. Anche perchè, il movimento dei "settlers" lancia provocazioni quotidiane. Intervenendo a un dibattito organizzato dal Centro Peres per la pace a Tel Aviv, il leader del movimento dei coloni Dany Dayan, ha dichiarato che le colonie in Cisgiordania «sono ormai un fatto compiuto». Anzi dice Dayan, non solo non saranno sgomberate, ma al contrario continueranno a espandersi.
Il voto sui 90 giorni di stop alle ruspe, in cambio di sostanziosi aiuti economico-militari Usa, è ufficialmente rimandato, di giorno in giorno, perchè il governo israeliano intenderebbe capire meglio i termini dell'offerta americana. I giornali locali parlano invece della difficoltà del premier dell'affrontare una bocciatura che è al contempo un altro schiaffo per l'Amministrazione Obama.
Sull'attuale frangente delle relazioni tra la Casa Bianca, palestinesi e israeliani, è intervenuto, dalla colonna settimanale pubblicata dal giornale arabo stampato a Londra, al-Sharq al-Awsat, il direttore della televisione Al-Arabiya, Abd Al-Rahman Al-Rashed. Nell'articolo, il direttore del network arabo, rivolge critiche all'Anp e al Presidente Abbas, per aver fatto, involontariamente, regali a Netanyahu e danneggiato Obama. E senza ottenere nulla in cambio.
«In contropartita per 90 giorni di moratoria il Presidente americano da a Israele 20 aerei da combattimento, 20 miliardi di dollari e scatena la corsa dei donors ebrei americani a finanziare anche più costruzioni in West Bank e Gerusalemme», scrive Al-Rahman Al-Rashed. Che conclude: «Se non ci fosse stata discussione sul "freeze" gli israeliani non avrebbero ottenuto tutto questo. I palestinesi sono vittima dell'idea che fermare le costruzioni negli insediamenti porti beneficio». L'analista sostiene che in questo modo Netanyahu è riuscito a scansare colloqui che in realtà non vuole e diventare agli occhi di molti "l'eroe" che ha detto di no a Obama, contribuento alla sua sconfitta al Congresso. Insomma Netanyahu, capo di un governo che nelle previsioni pareva non potesse andare oltre i cinque mesi, ha riconquistato potere e soldi a livello internazionale, dice l'editoriale di al-Sharq al-Awsat. Sulla questione della minoranza della destra «pazza» dei coloni, come l'ha definita il quotidiano progressista Ha'aretz due giorni fa, è intervenuto lo scrittore israeliano A.B. Yehoshua, con una provocazione. Dato che per i "settlers" religiosi è più importante restare in quella che considerano «la terra dei padri», la West Bank, che loro chiamano Giudea e Samaria, che far parte dello Stato israeliano, la soluzione potrebbe essere che diventino una minoranza ebraica nel futuro Stato palestinese, dice lo scrittore, che aggiunge: «Avrebbero anche il vantaggio di pagare tasse più basse». Ironia a parte, i numeri parlano chiaro, mettendo in evidenza quella che si presenta come una situazione cui sarà arduo, per qualunque governo israeliano, trovare una soluzione. Se fu possibile evacuare ottomila coloni da Gaza, nella West Bank occorre fronteggiarne 300mila. E altri 200mila a Gerusalemme Est e dintorni.

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