mercoledì 5 ottobre 2011

Indignados, la protesta investe l’America

l’Unità 4.10.11
Non solo New York La «marcia» approda a Boston e Los Angeles e arriva fino in New Mexico
Liberi i fermati del ponte di Brooklyn. Tra loro anche una ragazzina. Similitudini con il Tea Party
Indignados, la protesta investe l’America Rilasciati i 700 «ribelli»
Nonostante si stiano conquistando l’appoggio dei sindacati, qualcuno inizia a paragonare gli Indignados ai movimentisti del Tea Party. La protesta, intando, si propaga nel resto degli Stati Uniti
di Martino Mazzonis

Il New York Police Department ha fatto un favore al movimento in gestazione degli occupanti di Wall street. I 700 arresti per aver bloccato il traffico sul ponte di Brooklyn hanno dato enorme risonanza alla protesta contro le banche e la finanza che stava già crescendo sotto traccia nel resto del Paese. All’inizio della terza settimana di proteste, il campo allestito a Zuccotti Park, a poche centinaia di metri dalla Borsa, è diventato più affollato, le personalità della sinistra americana che si affacciano a fare un saluto aumentano e il numero di gruppi che si segnalano nel resto degli Stati Uniti non fa che crescere. Durante il fine settimana a San Francisco, Boston, Los Angeles, Chicago, Seattle sono sorti i primi campi di tende davanti alle banche o alla sede locale della Federal reserve. A Columbus, capitale dell’Ohio, un corteo per le strade del centro. Ma sul sito Occupytogether.org il numero di gruppi nati spontaneamente è molto più grande e tocca un centinaio di località sparse per il Paese. In California, naturalmente, ce ne sono di più. E da ogni parte d’America persone si prendono un paio di giorni per arrivare a New York e partecipare alla protesta.
Ieri a New York è stata la volta di una marcia di zombie mangia-dollari nel Liberty park a rappresentare la cupidigia della finanza. E dell’inizio delle proteste e della pressione sul Dipartimento di polizia della città di New York per aver usato metodi eccessivi di fronte ad una manifestazione assolutamente pacifica. Una giovane corrispondente del New York Times descrive una situazione non particolarmente violenta ma comunque apparentemente preparata: la polizia, dopo aver fatto entrare il corteo sul ponte, lo ha chiuso ed ha proceduto agli arresti, “all’inizio con una certa brutalità”.
LA LEZIONE DI SEATTLE
La rappresentazione, le forme di gestione, l’assenza di leader hanno caratteristiche in comune con gli indignados spagnoli ed alcune delle rivolte scoppiate nel mondo arabo. Torna anche l’esperienza cominciata a Seattle nel 1999, con in più le possibilità create dalla rete e dai social media che nei primi anni Duemila erano ai primi passi. E con la novità che chi protesta oggi vive la crisi ed è preoccupato per la propria vita e quella delle persone che gli stanno accanto. C’è anche una similitudine con il Tea Party: l’indignazione contro l’ eccessiva contiguità tra finanza e politica e l’assenza di leader riconosciuti sono una caratteristica della parte spontanea di quel movimento. Proprio della necessità di un Tea Party di sinistra parlava ieri sul Washington Post E. J. Dionne, autorevole commentatore liberal. Il riferimento è a Roosevelt e Johnson, presidenti che poggiarono la loro azione riformatrice sulla spinta delle mobilitazioni sindacali e dei movimenti per i diritti civili.
Da qualche giorno attorno ai gruppi che hanno fatto partire la protesta, si stanno affiancando anche i sindacati e associazioni nazionali. MoveOn, organizzazione nata in rete che promuove campagne, petizioni e raccolte fondi e conta più di un milione di aderenti ha dato la sue adesione e così hanno fatto alcune sezioni sindacali locali. Molti affermati opinionisti hanno poi, con un pizzico di paternalismo, spiegato nei loro articoli che gli obbiettivi del movimento non sono chiari. Ed hanno provato a suggerirne qualcuno: tasse, Tobin Tax e regole sulla finanza, sono le idee di Nicholas Kristof, l’inviato del New York Times nelle piazze arabe.

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