giovedì 22 maggio 2008

ORTONA (CHIETI) - La scomparsa delle colline ora il cemento cancella i vigneti

ORTONA (CHIETI) - La scomparsa delle colline ora il cemento cancella i vigneti
JENNER MELETTI
MERCOLEDÌ, 21 MAGGIO 2008 LA REPUBBLICA - Cronaca

Ecco, il "Centro Oli" dell´Eni dovrebbe cominciare qui, dove partono i filari di vitigni chardonnay.
La campagna sembra un giardino, con il mare davanti e la Maiella alle spalle. Fra poco arriveranno le ruspe a abbatteranno tutto. Dodici ettari di viti preziose lasceranno lo spazio al Centro Oli, che non c´entra nulla con olive ed extravergine ma è solo la traduzione volutamente ingannevole di "Oil center", centro petrolio.
In pratica: un impianto di prima raffinazione del petrolio estratto da due piattaforme che sono in mare e da altri pozzi in allestimento in mezzo Abruzzo.

«Noi non vogliamo - dice Raffaele Cavallo, presidente Slow Food in questa regione - che anche qui appaiano i cartelli che sono stati affissi a Viggiano, in Basilicata, in un impianto simile a quello che si vuol costruire sulle nostre colline. «Idrogeno solforato: velenoso, infiammabile ed esplosivo. Non fidarsi dell´odorato per accertare la presenza di gas. L´idrogeno solforato paralizza il senso dell´odorato».

Siamo nella regione più verde d´Italia, con tre parchi nazionali. I vini doc Montepulciano e Trebbiano d´Abruzzo finalmente rendono la giusta mercede a migliaia di contadini che grazie ai vigneti non sono stati costretti all´emigrazione. Perché vogliamo rovinare tutto?».

Petrolio in mezzo ai vigneti del Moltepulciano, Alta velocità che spazza via il 20% del Lugana doc al lago di Garda, un cementificio che vuole «mangiare» altre colline proprio nel cuore dell´Amarone in Valpolicella.

Un tempo tutto questo sarebbe stato chiamato «progresso»: con le buste paga dell´industria i contadini poveri hanno cambiato la loro vita.

«Ma l´industria del petrolio - raccontano Giancarlo Di Ruscio e Carmine Rabottini, presidenti delle cantine sociali di Tollo - arriva a mettere radici da noi in ritardo di decenni. La povertà per fortuna è un ricordo. Le nostre cooperative, con 1.360 soci, hanno un fatturato di 40 milioni di euro. Nell´ortonese, dove sorgerà l´impianto Eni, il vino incassa 150 milioni. Noi non siamo i talebani dell´ambiente. Abbiamo accolto a braccia aperte industrie come la Savel del gruppo Fiat e la Honda che sono in fondovalle e distribuiscono migliaia di salari. Ma il petrolio oggi non porta nemmeno posti di lavoro. Per il Centro Oli sono previste 27 assunzioni, con un investimento di 120 milioni di euro. Il danno per noi sarebbe terribile. Sta andando forte il turismo colto, di chi viene a comprare il vino doc ma vuole vivere qualche ora in mezzo a una natura intatta».

Per ora i lavori sono bloccati, con una delibera regionale che impedisce ogni costruzione sulla costa, ma solo fino alla fine dell´anno.

Il presidente della Regione Ottaviano Del Turco è favorevole al Centro Oli, contrari gli assessori ad ambiente, sanità e turismo.

«Il fatto grave - dice Raffaele Cavallo di Slow Food - è che nessuno aveva parlato di una industria così pesante. Il centro veniva presentato come un deposito di petrolio e niente altro. Solo da pochi mesi abbiamo saputo che si tratta invece di un impianto con un pesantissimo impatto ambientale. Le spiagge di Francavilla sono quasi sotto la collina del Centro Oli, Pescara è a soli 13 chilometri. Non vogliano finire come a Viggiano, che 15 anni fa ha accolto il centro Eni come una benedizione perché tanti disoccupati speravano in un lavoro. Il lavoro è sempre scarso e un quarto della popolazione è fuggita perché non vuole convivere con l´idrogeno solforato che puzza di uovo marcio».

È passato più di un secolo da quando "sembrava il treno stesso un mito di progresso".

Oggi, a Peschiera del Garda, i produttori del Lugana doc sono invece arrabbiati perché la linea della Tav vuole cancellare il 20% dei loro vigneti.

«Il progetto per questa linea ferroviaria - dice Francesco Montresor, presidente del consorzio che tutela questo vino - è del 1991 e 17 anni oggi sono un secolo.
Chi immaginava, allora, il petrolio a 118 dollari al barile? Quando un ingegnere, nel suo studio milanese, ha tracciato una riga sulla carta geografica ed ha stabilito che la Tav doveva passare da Desenzano, Peschiera e Sirmione, si pensava che costruire, produrre e consumare fosse comunque positivo.

Adesso si ragiona in modo diverso: si è capito che il progresso è consumare meno, tutelare, conservare.
Vuol dire valorizzare la nostra storia e le nostre radici. Già Gaio Valerio Catullo esaltava la "Lucana silva", boscaglia con vitigni a bacca bianca. Ora il Lugana è richiesto anche in Giappone, da tre anni a questa parte ogni anno il prezzo dell´uva raddoppia: e noi dovremmo accettare di falcidiare la produzione del 20%?».

Anche fra i viticoltori del lago non ci sono pasdaran dell´ambiente.

«Noi chiediamo semplicemente che la Tav sia spostata tre chilometri a Sud. Passerebbe fra i campi di granoturco e non fra le viti. E lo Stato risparmierebbe una bella cifra. Un ettaro di vigneto qui costa 300.000 euro. Se il proprietario è un coltivatore diretto - e qui lo siamo quasi tutti - il prezzo del terreno viene triplicato: un ettaro verrebbe a costare 900.000 euro, senza contare poi il "lucro cessante", il rimborso dovuto per i mancati futuri guadagni. Le terre del granoturco costano due terzi in meno».

Anche le terre della Valpolicella costano care. Per un ettaro di vigneto servono 300.000 - 500.000 euro. Qui il "progresso" è arrivato nel 1962, con l´apertura di un cementificio. L´Amarone, allora, era conosciuto sì e no a Verona, dove veniva portato in damigiane. Solo chi emigrava poteva mettere assieme il pranzo con la cena. Il cementificio era la manna. Nessuno protestava, anche se le colline attorno sparivano una dopo l´altra e venivano trasformate in cemento. «Secondo me - dice Mirco Frapporti, sindaco di Fumane - anche negli anni ‘60 fu un errore accettare il cementificio, diventato poi CementiRossi, sulla nostra terra. Ma adesso c´è e se rispetta le leggi ha diritto di continuare a lavorare. Come Comune, non possiamo fare altro che tenergli il fiato sul collo. Certo, oggi potremmo farne a meno: la ricchezza è stata portata dal vino e non dal cemento».

Bisogna salire in alto, per cercare la collina che era sotto Purano e ora non c´è più. C´è solo un enorme buco. «Ma il mostro - dice Daniele Todesco dell´associazione Valpolicella 2000 - ha ancora fame. Ha presentato domanda per poter trasformare in cemento anche la collina di Marezzane, che fra l´altro è dentro al parco naturale della Lessinia dove ogni scavo sarebbe proibito. Ma è stata concessa una deroga perché la domanda era antecedente la nascita del parco. Ora bisognerà vedere se il progetto riceverà una Via - Valutazione di incidenza ambientale - positiva. Contro il cementificio occorre più coraggio, da parte del Comune e della Regione. Lavora e guadagna da più di quarant´anni. Ora che gli investimenti sono stati ampiamente ripagati può anche chiudere. Ci lavorano 100 operai ma la disoccupazione qui intorno è a zero. La Cementirossi ha detto invece che investirà 60 milioni di euro per rinnovare i macchinari obsoleti e per questo vuole altre colline da mangiare, fino al 2025».


La direzione del cementificio ha certezze granitiche. «I vigneti, e la qualità dei vini, non subiscono alcun danno dalla presenza della nostra industria». Meno sicuro uno dei vignaioli più importanti, Franco Allegrini. «Il cementificio è un peso che abbiamo sopportato troppo a lungo. Noi siamo così abituati alla sua presenza che quasi non lo vediamo più. Certo, chi arriva da fuori e si vede questo mostro… Non è certo un bel biglietto da visita». Se la "Via" sarà positiva, meglio affrettarsi verso il parco della Lessinia, subito dopo il cementificio. Anche la collina di Marezzane potrebbe trasformarsi in colonne di cemento armato.

sabato 17 maggio 2008

Software liberi? Macché: vincono le corporation

Liberazione, 17 maggio 2008
Software liberi? Macché: vincono le corporation
Monopolio dei brevetti
L'Europa come gli Usa

Stefano Bocconetti
Si sono riuniti in segreto, lontano dai riflettori. Si sono visti cinque, sei volte, neanche questo si sa con esattezza. Qualche volta al di qua, altre volte al di là del Pacifico. Si sono incontrati di nascosto. Né potevano fare altrimenti: stano decidendo che il futuro di questo pianeta sarà "a pagamento". Tutto a pagamento.
Un'esagerazione? L'ennesimo allarme di una cultura radicale ormai fuori dai giochi? Forse, comunque le cose stanno così: il futuro - frase all'ingrosso ma serve a capire - si gioca sulla tecnologia. Si gioca sull'uso che si farà delle innovazioni. Su quanto cresceranno, su chi le potrà usare. Sui limiti che saranno imposti al loro utilizzo. Bene, lì, in quelle riunioni segrete, s'è deciso che tutto ciò che è tecnologia dovrà soprattutto rendere. Rendere tanti soldi e tanto potere a pochi. Ai soliti pochi: alla Microsoft, alla Philips, e qualche altro. Hanno deciso che anche da noi, nel vecchio continente, potranno tassare il futuro, insomma. Un esempio, per capire: il telefono che risponde senza premere un bottone, senza click non è un oggetto avveniristico. Servirà, servirà alle persone diversamente abili, e anche se mancano soldi per affrettare le ricerche, tutto fa capire che fra poco ci si arriverà. Quando arriverà nei negozi, però, non avrà più nulla di sociale. Perché costerà tantissimo. Chi si prenderà la briga di produrlo, qui in Italia e in Europa infatti, dovrà pagare centinaia di migliaia di euro. Di royalties. Perché l'idea è stata già brevettata. Non è stato registrato un progetto dettagliato, coi disegni che spiegano come si fa quel telefono, che standard usare, eccetera. No, è stata brevettata l'idea. E brevettare costa tanto.
Così funziona negli Stati Uniti. Così non funzionava nella vecchia Europa. Ma ben presto le due legislature diventeranno uguali. Perché gli incontri segreti di cui si parlava si sono svolti col patrocinio del Tec, HYPERLINK http://www.eurunion.org/partner/euusrelations/TEC.htm"Transatlantic Economic Council . Un ente, chiamiamolo così, che ha solo il compiuto di facilitare il commercio fra Europa e Stati Uniti, armonizzando le due diverse legislature. E in queste riunioni, nelle ultime, è stata invitata un'altra associazione, dalla sigla altrettanto ostica: HYPERLINK http://www.tabd.com/TABD . L'acronimo di Trans Atlantic Business Dialogue, quel gruppo di potenti della terra che si arricchisce con le royalties: Bill Gates, Siemens, British Telecom. Questo gruppo di pressione ha lavorato per convincere la commissione europea a scrivere norme sui brevetti copiando quelle in vigore negli States.
Hanno lavorato e sembra siano stati convincenti. L'allarme è stato lanciato dalla Foundation for a Free Information Infrastructure, la FFII. Non è una delle tante associazioni che si battono per una rete, per un'informatica libera. E' molto di più: è l'organizzazione che due anni fa raccolse qualcosa come due milioni di firme per bloccare il primo tentativo di imporre una legge europea sui brevetti software, sul modello americano. Anzi, nel vecchio continente doveva essere addirittura più "feroce". Perché se fosse stata approvata così come l'avevamo immaginata - ed il primo ad immaginarla era stato un commissario laburista - chiunque avrebbe potuto alzarsi e brevettare anche una "stringa". Quella sequenza di caratteri e numeri alla base del linguaggio informatico. Con la conseguenza che chiunque lavorasse a progettare programmi avrebbe dovuto sottostare alle leggi dei brevetti. Cosa che, invece, era esplicitamente escluso dalla legislazione europea.
Allora, due anni fa, sovvertendo qualsiasi previsioni, la norma fu bloccata. Si era già in seconda lettura del provvedimento, ma la mobilitazione on line promossa dalla FFII fece in modo che qualche governo ci ripensasse. In due anni, però, tante cose sono cambiate. Ci sono più governi di destra, qualche esecutivo ha cambiato idea. Così il commissario Charlie McCreevy, una sorta di ministro delle Finanze Ue, in queste ore già si avventura a parlare di una "patente" bilaterale - americana ed europea - per i prodotti informatici. Sarà uguale fra le due sponde dell'Oceano, e sarà scritta sotto dettatura della Microsoft e della Philips. La FFII ci proverà a fermarli anche stavolta. Ma sarà più difficile. La libertà non sembra più in grado di mobilitare l'opinione pubblica. Le persone, di questi tempi, hanno altro da fare.


17/05/2008

lunedì 12 maggio 2008

L'oro nero vuol divorziare dal biglietto verde

La Repubblica 21.11.07
Sceicchi, modelle e grandi banche il mondo è in fuga dal dollaro
L'oro nero vuol divorziare dal biglietto verde. Cina, Angola & C. puntano sull'euro
di Ettore Livini

MILANO - Tradito da rapper e modelle, snobbato da Warren Buffett, sorpassato persino dal cugino "povero" – il suo omonimo canadese – il dollaro americano si prepara a riscrivere una nuova pagina dell´economia e della geopolitica mondiale. Questa volta, però, non nel ruolo di muscolare attore protagonista, come è successo finora, ma nei panni un po´ inconsueti di star (quasi) sul viale del tramonto. I segnali del declino – prezzi a parte – sono evidenti. La richiesta della supermodella Gisele Bundchen di essere pagata in euro e i videoclip di Jay-Z, il re dell´hi-pop a spasso per New York con valigie gonfie di banconote da 500 euro, sono solo la punta più colorata dell´iceberg. Sotto traccia, invece, si stanno mettendo le basi per una svolta finanziaria più epocale: l´addio al biglietto verde come unica stella polare dei mercati globali.
A dare l´allarme era stato qualche mese fa con la consueta lungimiranza Warren Buffett, annunciando di aver spostato i suoi investimenti a Wall Street verso aziende esposte su valute straniere. Nelle scorse settimane, però, dopo l´ennesimo crollo del dollaro, il fuggi-fuggi è diventato generale. La banca centrale cinese – nei cui forzieri ci sono riserve per 1.500 miliardi di dollari – ha già ventilato l´ipotesi di spostare parte di questo tesoro verso altre monete. Quella degli Emirati Arabi ha già deciso di "cambiare" il 10% delle sue ricchezze valutarie (43 miliardi di dollari) in euro. Progetti simili sono già stati messi in cantiere persino da Ucraina e Angola. Ma il colpo di grazia – una sorta di parricidio – è arrivato dall´Opec, dove gli sceicchi arricchiti dai petrodollari hanno per la prima volta parlato seriamente di slegare il prezzo del greggio dal giogo della moneta Usa. Qualcuno come Venezuela e Iran, l´ha fatto per pura propaganda politica («la fine del dollaro è la fine dell´impero americano», ha sintetizzato Hugo Chavez). Ma questa volta quasi tutti – salvo l´Arabia saudita – hanno ritenuto utile un approfondimento. E a inizio dicembre in un summit straordinario i paesi produttori discuteranno ufficialmente il possibile divorzio tra biglietto verde e oro nero.
L´impietosa legge dei mercati finanziari ha già tratto le sue conclusioni. In finanza le ipotesi attendibili sono spesso catalogate come "quasi certezze". E la sola idea che l´Opec dia l´addio al dollaro (sommata alle voci di nuovi tagli ai tassi Usa) ha messo ancor più sotto pressione la moneta a stelle e strisce in un circuito che si autoalimenta visto che pure i grandi fondi sovrani (quelli controllati dai Governi) potrebbero dirottare 500 miliardi di capitali nei prossimi tre anni dall´area dollaro ad altre valute.
Ma quali possono essere le conseguenze di questa massiccia migrazione valutaria? In America si tende a snobbare il problema. Il ruolo del dollaro – dicono gli economisti – non è in discussione – visto che nell´86% di tutte le transazioni valutarie a passare di mano è ancora il biglietto verde contro il 37% dell´euro e il 16% dello yen. Il mini-dollaro, anzi, per ora è quasi un toccasana: l´export delle aziende Usa è volato ad agosto al record di 138 milioni. E questo boom ha aggiunto al Pil – secondo la Fed – un bel 0,93%, pari quasi all´1,05% limato al prodotto interno dalla crisi dei subprime. Non solo. Il deficit commerciale e quello delle partite correnti – le due palle al piede del bilancio a stelle e strisce – hanno tutto da guadagnare dalla crisi del biglietto verde. E lo smacco del sorpasso da parte del dollaro canadese – salito oltre la parità – è stato compensato dal boom di visitatori da oltrefrontiera: i campioni di football americano dei Buffalo Bills ospitano ormai nel loro stadio oltre il 12% di tifosi canadesi per cui la trasferta di 100 km. da Toronto, grazie al cambio favorevole, è finanziariamente una passeggiata.
E l´Europa? La domanda di euro, la valuta rifugio per i delusi dal dollaro, rischia di far apprezzare ancora la moneta Ue. Mentre la ridenominazione del barile di petrolio rischia di scaricarci sulle spalle d´ora in poi tutti i rialzi del greggio, senza beneficiare – come successo finora – dell´ammortizzatore del biglietto verde. Qualche beneficio potrebbe invece arrivare sul fronte dei tassi. Buona parte delle riserve valutarie delle banche centrali sono investite in T-Bond americani. Solo gli Stati del Golfo, per dare un´idea, hanno in portafoglio 125 miliardi di titoli di stato a stelle e strisce. Fattore che – secondo McKinsey – abbassa di 21 centesimi i tassi di interesse Usa. Se solo un pezzo di questo tesoro traslocherà sul bond europei, i ruoli potrebbero invertirsi, abbassando i rendimenti nel Vecchio continente.

Scienza, troppo business abbassa la qualità della ricerca

Liberazione 30.11.07
Scienza, troppo business abbassa la qualità della ricerca
di Luca Tancredi Barone

"Etica, conoscenza scientifica, comunicazione", un convegno di due giorni che si conclude oggi a Roma, organizzato dalla Fondazione diritti genetici di Mario Capanna. Tra gli ospiti, Marcello Cini, Elena Gagliasso, Ermanno Bencivenga

L'intreccio fra mercato, scienza, informazione, etica si fa sempre più soffocante e la società della conoscenza a cui punta l'Europa più lungimirante per battere economicamente la crescita dei colossi asiatici dovrà farci i conti ogni giorno di più. L'era della scienza pura, disinteressata, di tutti e programmaticamente scettica è finita da un pezzo per lasciare spazio al business, ai diritti di proprietà intellettuale, agli uffici stampa più aggressivi e seducenti, alla ricerca commissionata dal finanziatore di turno. Soprattutto nel campo della ricerca biomedica, che costituisce la quasi totalità della ricerca scientifica che incontriamo ogni giorno.
Il tema "scienza e società" è caro alla Fondazione Diritti genetici che sta dedicando il suo quarto congresso a "etica, conoscenza scientifica, comunicazione" in una due giorni a Villa Piccolomini a Roma (dalle 9 alle 17, con reading finale sul mondo della sofisticazione alimentare).
Mario Capanna, che ieri ha aperto i lavori, si è scagliato contro quelli che lui ha definito gli scienziati "profittuali", quelli cioè che «millantano certezze incrollabili» per compiacere i loro finanziatori. E in particolare, in Italia, contro Umberto Veronesi per la sua propaganda non disinteressata a favore degli organismi geneticamente modificati. Perché - si è chiesto Capanna - se 3 europei su 4 sono contro gli ogm e in dieci anni l'ingegneria genetica è riuscita a modificare solo 4 varietà vegetali commerciabili, e quasi sempre solo con un gene per la tolleranza agli erbicidi, ci si ostina a volerli imporre in Europa?
E visto che la ricerca scientifica si è fatta merce come tutte le altre - niente scandalo, basta saperlo: sia gli scienziati, sia i cittadini - il problema, dice Capanna, non è solo di incrementare il finanziamento pubblico alla ricerca. Ma anche migliorare il controllo democratico sul suo impiego e rendere i ricercatori più consapevoli eticamente.
Il problema però non è solo quello, ormai noto, del conflitto di interessi dei ricercatori che si trovano invischiati, spesso anche in buona fede, in una rete di aspettative di chi paga la loro ricerca, i loro laboratori, le loro borse di studio e che li spingono a interpretare i risultati più benevolmente di quanto non dovrebbero. Spesso gli stessi ricercatori non ne sono consapevoli: benché il 70% delle ricerche mediche pubblicate siano finanziate dalle case farmaceutiche, e ben un terzo degli autori più importanti abbia degli interessi economici nella propria ricerca, solo poco più dell'1% dei ricercatori dichiara di esserne influenzato.
Ma il fatto più grave, come ha efficacemente sottolineato l'ex direttore del British Medical Journal (una di quelle che i giornalisti definiscono "prestigiose" riviste mediche) Richard Smith, è che è la qualità della ricerca a essere troppo spesso scadente. La stragrande maggioranza delle ricerche biomediche pubblicate ormai non risponde a criteri di validità scientifica e clinica. E quel che è peggio, è lo stesso meccanismo della peer review (il giudizio anonimo di altri ricercatori), su cui si basano il metodo scientifico e le riviste scientifiche, a non funzionare più efficacemente. Spesso, ha raccontato Smith, i revisori non si accorgono degli errori presenti nelle ricerche. In uno studio recente, a 300 revisori è stato sottoposto un testo di 600 parole contenente 8 errori: nessuno è stato in grado di individuarne più di cinque, e un quinto addirittura non ne ha riconosciuto nemmeno uno. Per non parlare del fatto che ormai le riviste scientifiche pubblicano soprattutto i risultati più sexy, come si dice, cioè quelli che quasi sicuramente andranno sui giornali a scapito di quelli scientificamente più robusti ma meno appealing.
La soluzione? Le riviste scientifiche open access, come Plos (Public Library of Science), accessibili e condivisibili on line gratuitamente per tutti (oggi Smith lavora per Plos). Ed è proprio Plos che sta sperimentando nuove forme di peer review: l'ultima nata, Plos One, lascia che la revisione degli articoli venga fatta dai lettori, altri scienziati, che si qualificano e commentano l'articolo scientifico in un vero e proprio blog pubblico, in pieno spirito web 2.0.
«È giusto sperimentare un po' queste forme alternative al copyright delle riviste, che ti chiedono di cedere loro i diritti e poi rivendono su web il tuo articolo a 40 dollari», ci spiega la filosofa e giurista Mariachiara Tallacchini, presente al congresso. «Ma il fatto è che gli autori esitano a usare l'open access: temono di mettere a repentaglio il requisito della novità per il brevetto, da cui ormai non si può più prescindere». E non basta: «bisogna imparare a integrare anche i saperi esperienziali nella scienza "accademica", come è stato sottolineato nel dibattito. Talvolta un contadino di Aleppo può conoscere meglio dello scienziato la modalità di coltivazione migliore di certi semi».
Il tema che ha toccato Tallacchini nel suo intervento è stato quello dell'etica, «che viene utilizzata - spiega - in maniera surrettizia per fare una specie di outsourcing dei valori: anziché basarsi sulle vere fonti del diritto - come le leggi, la costituzione, i trattati internazionali, i parlamenti - in Europa la tendenza è stata negli ultimi anni quella di delegare le decisioni eticamente sensibili a commissioni che dipendono dal potere esecutivo. In questo modo si evitano le presunte lungaggini del diritto, ma si legittimano delle etiche di stato, delle etiche su commissione dei governi e non dei cittadini». Ieri sono stati fatti esempi di cattiva scienza diventata norma a proposito degli ogm in Europa (ma basta pensare anche alla legge 40 in Italia). «Una volta che diventa norma, non si può più parlare in termini di "cattiva scienza": non se ne può più discutere, ma si maneggia come uno strumento giuridico. Ecco perché è fondamentale definire dei meccanismi di trasparenza per la scienza che entra nelle decisioni pubbliche: chi sono gli scienziati che siedono nelle commissioni, che interessi hanno, su quali ricerche si basano le decisioni che diventano poi leggi».

domenica 11 maggio 2008

Economia canaglia

Economia canaglia di Loretta Napoleoni

"Canaglia: una persona malvagia, spregevole, disonesta. Se invece il termine viene posto accanto a 'economia' sembra rinviare all'economia criminale, alla malavita in senso stretto. Mafia e dintorni, per intenderci. E invece il termine può essere usato per un'infinità di pratiche economiche oggi diffusissime e soprattutto 'quasi normali'. Un'economia canaglia oggi potente e ricchissima. Ovunque e in nessun luogo.
I mutui subprime americani (per banche e assicurazioni uno strumento finanziario virtuoso fino a pochi mesi fa), parte di quella 'industria del credito' che ha fatto indebitare (deliberatamente?) gli americani per oltre il triplo dell'intero pil del paese; il 'mercato del sesso', che vale oltre 50 miliardi di dollari nel mondo (e la E-55 che corre tra Germania e Repubblica Ceca, 'squallida striscia d'asfalto che ospita la più alta concentrazione di prostitute d'Europa'; e Israele, che sarebbe uno dei maggiori 'importatori' di prostitute slave, con una 'domanda' prticolarmente alta tra gli ebrei ortodossi). E gli oligarchi russi e la mafia cinese; l'Europa divenuta oggi la 'lavanderia' del denaro sporco globale; i milioni di schiavi e di bambini-lavoratori che producono cose che noi tranquillamente consumiamo, compreso l'oro dei nostri anelli luccicanti; e la pornografia via Internet (60 miliardi di dollari di incassi globali annuali). E ancora: le politiche fiscali dell'occidente, un tempo progressive per ridistribuire i redditi a favore dei meno abbienti, oggi diventate regressive: minore è il reddito, maggiori sono le tasse. 'Una follia sul piano politico e sociale' - accettata però da elettori affascinati da chi promette di ridurre le tasse, senza spiegare come. Dice Morpheus nel film Matrix: 'Hai fatto un sogno tanto realistico da sembrarti vero? E se da un sogno così non ti dovessi più svegliare? Come potresti distinguere il mondo dei sogni da quello della realtà?'. Ecco, l'economia canaglia è anche questo: essere ormai incapaci di distinguere il reale dal sogno (o meglio: dall'incubo). Se invece cercassimo di guardare la realtà vera, non quella che viene fatta immaginare, scopriremmo - scrive Loretta Napoleoni, esperta di economia internazionale e di terrorismo in questo suo inquietante Economia canaglia (appunto), dettagliatissimo viaggio nel lato oscuro del nuovo ordine (o disordine) economico globale - che siamo invece 'in pieno marasma commerciale', ma anche etico e politico. Ma l'economia canaglia non è cosa di oggi, anzi ha sempre caratterizzato - ancora Napoleoni - la maggior parte delle grandi transizioni storiche, dalla quarta crociata finanziata da Venezia per avere il monopolio dei commerci con l'Oriente, alla scoperta dell'America; dalla prima rivoluzione industriale alla caduta del Muro di Berlino. L'economia canaglia farebbe dunque parte (inevitabile?) della storia umana, 'come lo yin e lo yang'. E allora vale il confronto con un'altra grande transizione, quella alla fine della II guerra mondiale. Allora, il sistema venne rifondato sulle regole e sul controllo politico (Bretton Woods, Piano Marshall). Dopo il 1989, invece, nessuna regola (è la deregolamentazione liberista), se non le regole dei più forti. Ovvero, 'dal controllo della politica sull'economia si è passati all'economia canaglia che tiene in scacco la politica'. Competizione esasperata, corruzione dlagante, valori morali scomparsi: è il nuovo 'senso comune'delle società attuali. E la democrazia sembra vacillare, debole e incerta. Ma sembra anche felice e contenta, perché mai come oggi l'economia del divertimento (un'altra economia canaglia?) è tanto diffusa e condivisa. Cercata. Invocata." (da Lelio Demichelis, Economia canaglia fin dalle crociate, "TuttoLibri", "La Stampa", 29/03/'08)

sabato 10 maggio 2008

No Mose e No Tav «Difendiamo il territorio, non l'orticello»

No Mose e No Tav «Difendiamo il territorio, non l'orticello»
Orsola Casagrande
24 gennaio 2007, Il Manifesto

La carica dei «no» contro la base Usa
No Mose e No Tav si preparano alla manifestazione del 17 febbraio: «Il movimento no global è entrato in una nuova fase. E riparte dal locale»

C'è un punto su cui tutti, da Vicenza a Venezia, dalla val Susa a Messina a Reggio Calabria, concordano: siamo di fronte a una nuova fase del movimento. Un «nuovo ciclo, - come lo chiama Tommaso Cacciari dell'assemblea permanente No Mose - che arriva dopo quello no global, della protesta contro le vetrine del potere e che ha come denominatore comune il territorio. Ma non in una logica di difesa del proprio orticello: i comitati sono consapevoli che quello che c'è in ballo non è soltanto un problema locale, perché rientra in un modello di sviluppo che viene imposto e che non ci piace». I comitati, i cittadini, da un capo all'altro dell'Italia hanno cominciato a riappropriarsi dei loro territori, nell'ottica di un bene comune, che va tutelato e per il quale vanno pensati modelli di sviluppo che sono altro da quelli che hanno in mente i governanti. In Inghilterra lo stesso processo di evoluzione del movimento è cominciato con l'efficace azione di lotta definita reclaim the streets, cioè «riprendiamoci le strade». Ed era un movimento nato contro la costruzione di autostrade e passanti che devastavano il territorio ma soprattutto presupponevano un modello di sviluppo fatto di più automobili e quindi più inquinamento. Ovviamente reclaim the streets, come i comitati che «pullulano in giro per l'Italia», sono molto più sofisticati nella loro elaborazione e nelle loro analisi. E continuano a dimostrarlo con assemblee puntuali e informate che permettono anche la proposta di soluzioni alternative. «Naturalmente a Vicenza - dice ancora Tommaso Cacciari - c'è un problema in più rispetto agli altri territori, perché lì si vuole portare un pezzo di guerra globale. A Vicenza infatti si vuole creare una base militare che sarà la più grande d'Europa, da dove partiranno le future missioni degli Usa e dei loro alleati contro il medioriente».
Ma come per Venezia che si è mobilitata contro il Mose o la val Susa contro il treno ad alta velocità, anche a Vicenza i comitati hanno rifiutato in primo luogo decisioni calate dall'alto e hanno cominciato a «dare voce ad una necessità - come dice Giorgio Airaudo, segretario della Fiom di Torino - che è quella di ricostruire partecipazione e democrazia dei cittadini». I metalmeccanici torinesi sono un pezzo importante della lotta in val Susa e hanno dato la loro adesione alla manifestazione vicentina del 17 febbraio. «Siamo al fianco - dice ancora Airaudo - di chiunque difenda in modo non violento e democratico un posto di lavoro come un territorio, perché per noi è importante ripensare al modello di sviluppo che vogliamo nelle nostre città. Ed è evidente che come nei posti di lavoro vogliamo che a contare tornino ad essere i lavoratori e non le merci, così nei territori vogliamo che a contare siano i cittadini che devono poter partecipare alle decisioni che riguardano il loro futuro».
In val Susa i comitati No Tav sono naturalmente solidali e al fianco dei vicentini. Saranno a Vicenza il 17, con le loro bandiere, la loro storia, la loro lotta. E saranno a Vicenza anche il 3 febbraio. Si sta infatti organizzando una grande giornata con tutti i comitati d'Italia. «Il patto di mutuo soccorso - dice Lele Rizzo dei comitati popolari - che abbiamo tenuto a battesimo proprio qui in val Susa si dimostra più necessario che mai. Dopo le parole, passiamo ora alla fase concreta, sperimentiamo sul campo quello che abbiamo detto essere indispensabile. Perché dopo l'inverno scorso in val Susa le cose non sono più le stesse. Quando una comunità diventa comunità, cioè si organizza, non si può più ignorare». La forma di organizzazione che hanno scelto i comitati dal nord al sud è quella dell'assemblea permanente. Dove ogni testa è un voto e non ci sono gerarchie. L'esperienza della val Susa in questo senso è emblematica perché mette insieme istituzioni, amministrazioni, cittadini, comitati, centri sociali, operai, studenti. Ma anche le assemblee No Mose e No Dal Molin stanno offrendo dinamiche interessanti su come un'altra forma di partecipazione e decisione è possibile. Il Veneto da questo punto di vista si riconferma un laboratorio vivace e, come lo ha definito il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari in un dibattito a Radio Sherwood, sempre in un «positivo subbuglio».

mercoledì 7 maggio 2008

Vicenza vista dall'alto

Vicenza vista dall'alto
Marta Ragozzino
il Manifesto 21/02/2007

Bastava salire di poche centinaia di metri sul Monte Berico che domina Vicenza, superare la Rotonda di Palladio e la villa Valmarana affrescata da Tiepolo, raggiungere il Santuario con la sua basilica barocca ed affacciarsi dalla terrazza panoramica di piazza della Vittoria a guardare la città dall'alto, per capire. Al santuario con terrazza di Monte Berico ci si può arrivare salendo per la strada carozzabile ma anche a piedi, seguendo il bel porticato settecentesco che, partendo dalle mura scaligere, si inerpica per settecento metri, raccordando la città «a forma di scorpione» al complesso in cima alla collina si narra che anche Goethe l'abbia percorso per guardare nella sua interezza la città palladiana e abbia apprezzato il semplice e lunghissimno porticato più dell'imponente basilica barocca. Basta vedere Vicenza dall'alto per capire, senza bisogno di altre spiegazioni, l'assoluto errore, «senza se e senza ma» come dicono i cittadini vicentini - e hanno ripetuto tutte le donne salite sul palco sabato scorso - del progetto della nuova base militare al Dal Molin.
Il colpo d'occhio è efficace lascia stupefatti e non concede alcun margine di incertezza: la città è tutta lì sotto, con i suoi monumenti splendidi e famosi, che l'unesco ha iscritto nella Lista dei beni che fanno parte del Patrimonio dell'Umanità, Monumenti tardo gotici e rinascimentali che, pur dall'alto, sembrano vicinissimi: la basilica palladiana, le belle chiese, il Teatro Olimpico, i palazzi dalle preziose facciate, il municipio, la Torre di Piazza, la Loggia; si intuisce persino il tracciato della città romana ora ridisegnato dal portici di quella medievale e moderna. In effetti Vicenza è una città piuttosto piccola, conta 150.000 abitanti, meno di quelli che si sono dati appuntamento sabato per difenderla dallo scempio approvato anche da Prodi (forse perché l'80% dei vicentini ha votato a destra e Vicenza è considerata terreno elettorale perduto, come sospettano i cittadini di «sinistra»). Decine di migliaia di persone, forse 200.000, che hanno manifestato pacificamente, camminando tutto attorno al tracciato delle mura scaligere che circondano il centro storico. Già, il centro storico. Guardando dalla balconata si vede, sulla sinistra, giusto al margine dell'abitato, la base che c'è già, quella di Ederle. Dall'altra parte, molto prossima al centro storico, proprio dove sono i monumenti cari a tutto il mondo, si vede invece una grande area verde guarnita da un bosco e confinata da un piccolo fiume, il Bacchiglione, che traversa la città. A ben vedere dall'alto della collina, si tratta dell'unica area non costruita di Vicenza, potrebbe essere, con gran vantaggio per tutti gli abitanti (ad esempio per tutti quei bambini che hanno sfilato in corteo tra passeggini, palloncini e maschere di carnevale), un parco, un giardino. Invece è il Dal Molin, l'aereoporto che si vorrebbe trasformare nella temuta nuova base militare americana. Proprio lì, dentro all'abitato, nel cuore della città fondata dal romani, a poche centinaia di metri da quel centro storico che per l'unesco è «patrimonio di tutto il mondo», a un tiro di schioppo dal monumenti di Andrea Palladio, uno dei più importanti architetti del Cinquecento, che è, con i suoi capolavori, il simbolo di Vicenza, a cui è dedicato un importante Centro internazionale di studi e rappresenta uno degli aghi della bilancia della vita culturale cittadina. Buttare lì una base militare rappresenta, basta guardare per capire, un vero e proprio insulto al patrimonio culturale (vicentino, nazionale e mondiale), un bene comune prezioso e «inalienabile», sul quale si fonda la nostra identità civile. In effetti, a guardar meglio l'affaire del Dal Molln, oltre ad essere un problema politico, e dei più gravi, è anche un problema culturale, urbanistico e ambientale, Progettare edifici e strutture militari, tra l'altro con funzioni offensive e per un paese straniero, nell'unica area verde di una città storica ricca di monumenti di tale riconosciuto «valore» non dovrebbe essere consentito dalle leggi che proteggono il nostro patrimonio culturale e ambientale. In effetti, la nostra legislazione di tutela, che era la più avanzata, rigorosa e imitata del mondo (prima di essere pasticciata dal precedente governo, interessato a far cassa con i beni culturali), è dotata di norme, dirette e indirette, che impediscono di violentare quel paesaggio culturale che caratterizza tanto peculiarmente il nostro bel paese. Stesso discorso vale, a maggior ragione, nelle città storiche: esistono, oltre alle norme dei piani regolatori e ai vincoli diretti (che riguardano edifici storici), addirittura vincoli di «rispetto» (ovvero indiretti) che limitano (nell'altezza, nel sedime, nel volume; nella tipologia) o addirittura vietano la costruzione di edifici in prossimità di monumenti o edifici storici. Ma lo strumento più importante che la legislazione di tutela statale ancora prevede (condividendola con la legislazione regionale concorrente) è la Valutazione dell'impatto ambientale (Via) a cui dovrebbero essere sottoposti i nuovi progetti, le nuove strutture di pertinenza dello stato, come sono le cosiddette «grandi opere». Il discorso dovrebbe valere anche per le strutture strategiche, militari, direzionali, soprattutto se queste sono progettate all'interno di un nucleo urbano dalle straordinarie caratteristiche storiche, culturali e architettoniche come Vicenza. Per questa ragione il Ministero che si occupa del patrimonio culturale e del paesaggio, attivato dal Ministero dell'ambiente, dovrebbe, ai sensi dell'art. 26 dell'attuale Codice, autorizzare per parte sua, previa istruttoria delle soprintedenze territoriali competenti, tali progeni in base alla Via. Quella della Via è dunque una buona strada da seguire, bene hanno fatto i Verdi a fare interpellanza. Ragionevole sarebbe scatenare un movimento internazionale d'opinione su questo delicato quanto trascurato aspetto. Vien fatto di chiedersi se Rutelli, che in qualità di vice prernier tanto frettolosainente si è espresso sull'ordine pubblico, ha trovato o troverà tempo per affacciarsi, come ministro dei beni culturali, dalla balconata del Monte Berico.