sabato 4 settembre 2010

Tutti i Paesi dove si uccide con la lapidazione

l’Unità 4.9.10
L’orrore non solo in Iran
Tutti i Paesi dove si uccide con la lapidazione
La lista nera di Amnesty: dall’Arabia Saudita al Pakistan, dal Sudan al Bangladesh pietre scagliate contro i condannati alla pena di morte
di Umberto De Giovannangeli

Non solo Sakineh. Non solo Iran. Il caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana tuttora a rischio di lapidazione per adulterio, ha riportato l'attenzione su questa pratica barbara, illegale e crudele. Amnesty International ha tracciato la «mappa dell'orrore»: quella dei Paesi in cui continua a vigere questa orrenda pratica di morte. Esecuzioni di sentenze giudiziarie alla lapidazione, negli ultimi anni, sono state riferite solo dall'Iran. Nonostante le autorità avessero annunciato una moratoria nel 2002, quattro anni dopo sono state lapidate almeno sei persone. Una morte atroce, quella per lapidazione, regolata dagli Articoli 102 e 104 del Codice penale iraniano: «La donna deve essere seppellita in piedi sino al seno. Le pietre con le quali deve essere colpita alla testa non devono essere né troppo grandi, perché la ucciderebbero subito, nè troppo piccole». Una pena che ha lo scopo di infliggere dolore e una lenta sofferenza, sino alla morte. Ci sono al momento 11 detenuti in Iran che rischiano la lapidazione come Sakineh, denuncia Amnesty, che ricorda come in Iran gruppi di attivisti per i diritti umani si stanno battendo da anni per l’abolizione della lapidazione. Per Azadeh Kian Thiebaut, specialista della società iraniana al « Centre national de la recherche scientifique (Cnrs, la più grande organizzazione di ricerca pubblica in Francia «le donne molto spesso sono di più punite poiché i giudici ritengono che andando contro la legge, appannino l’immagine di purezza della donna musulmana». Di fronte all’adulterio, la popolazione femminile è particolarmente fragile. Se il marito può invocare il matrimonio temporaneo, che gli permette di contrarre una relazione “ufficiale” che può andare da alcuni minuti a 99 anni con qualsiasi donna, la coniuge accusata d’adulterio finirà sotto la frusta del giudice oppure al peggiore dei casi all’uncino di una gru. Poiché in Iran, l’inesattezza è un crimine suscettibile della pena di morte».
Il rapporto di Amnesty International (AI) «Basta alle esecuzioni tramite lapidazione», fornisce un ampio quadro della legislazione e delle procedure relativi a questa pena. La lapidazione resta in vigore, come sanzione penale, in diversi Paesi o regioni di Paesi, tra cui, oltre all'Iran, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, la Nigeria, il Pakistan, il Sudan, lo Yemen, il Bangladesh. Nella provincia di Aceh, Indonesia, la pena della lapidazione è stata introdotta nel 2009. Lapidazioni vengono eseguite anche da attori non statali. Amnesty non riesce a tenere una traccia completa di tutte le lapidazioni, ma riceve molte notizie, in particolare dalla Somalia. Dalla caduta dei talebani in Afghanistan, pare che le lapidazioni siano avvenute assai raramente, ma AI ha potuto confermare che una coppia è stata uccisa a colpi
di pietre il 15 agosto 2010 nel nord del paese, su ordine di un comitato locale di talebani che hanno assunto il controllo della zona. Notizie non confermate di una lapidazione per adulterio in Afghanistan risalgono al 2005, e sarebbe avvenuta su ordine di uomini di religione locali, non dei talebani. Un gruppo alleato coi talebani del Pakistan, Lashkar e-Islam, avrebbe eseguito una lapidazione in pubblico nel 2007, nel nordovest del Paese.
Orrori da non dimenticare. Una storia tragicamente esemplare.
Aisha Ibrahim Duhulow aveva 13 anni. E stata il 27 ottobre 2008 da un gruppo di 50 uomini che l'ha lapidata a morte. L'esecuzione è avvenuta all' interno di uno stadio della città meridionale di Chisimaio, in Somalia, di fronte a un migliaio di spettatori. Aisha Ibrahim Duhulow era arrivata a Chisimaio tre mesi fa, proveniente dal campo profughi di Hagardeer, in Kenya.
Nella città portuale somala, Aisha Ibrahim Duhulow era stata stuprata da tre uomini e si era rivolta ai miliziani di “al Shabab”, che controllano la zona, per ottenere giustizia. La sua denuncia aveva ottenuto come risultato l'arresto, l'accusa di adulterio e la lapidazione. Nessuno dei tre stupratori è stato arrestato. Un uomo, che si è qualificato come lo sceicco Hayakalah, ha dichiarato a Radio Shabelle, un'emittente somala: «Lei stessa ha fornito le prove, ha confessato ufficialmente la sua colpevolezza e ci ha detto che era contenta di andare incontro alla punizione della legge islamica».
Secondo i testimoni oculari raggiunti da Amnesty International, invece, Aisha Ibrahim Duhulow ha lottato contro i suoi carnefici ed è stata trascinata a forza nello stadio. Qui la ragazza è stata interrata e i 50 uomini addetti all'esecuzione hanno iniziato a colpirla, usando le pietre appena scaricate da un camion. A un certo punto, è stato chiesto ad alcune infermiere di verificare se la ragazza fosse ancora viva; fatto ciò, la lapidazione è ripresa fino alla morte della bambina.
Sono le donne – rimarca AI ad essere più di frequente condannate a morire per lapidazione, spesso a causa del diverso trattamento che subiscono davanti alla legge e nei tribunali, in aperta violazione degli standard internazionali sul giusto processo. Sono in particolar modo vittime di processi iniqui perché meno istruite rispetto agli uomini e per questo motivo indotte più facilmente a firmare confessioni di crimini mai commessi. Inoltre, la discriminazione cui vanno incontro in altri aspetti della loro vita fa sì che siano più soggette a condanne a morte per adulterio. «La morte per lapidazione – sottolinea ancora Amnesty International – rappresenta l'estrema forma di tortura, la più crudele, inumana e degradante, bandita sia dal patto internazionale per i diritti civili e politici che vieta la pena di morte per reati lievi, sottoscritto da quasi tutti i Paesi, sia in base alla Convenzione contro la tortura».
Durante il regime dei talebani in Afghanistan vi sono state molte lapidazioni in pubblico. Prima della guerra in Afghanistan i governi si erano opposti a pratiche quali la lapidazione, il taglio della mano e la flagellazione pubblica, e si riteneva ormai che fossero eventi che accadevano raramente in qualche zona rurale. Durante l’occupazione sovietica alcuni gruppi armati di Mujahedin incoraggiarono l’applicazione sommaria di queste forme di punizione ritenute «islamiche». Nel 1993, ad esempio, a Sarobi, vicino a Jalalabad, dopo 8 anni di assenza un comandante militare rientrò nel suo paese alla testa della milizia Hezb-e Islami e trovò che la moglie si era risposata credendolo morto; ordinò quindi ai suoi uomini di lapidare la donna in pubblico. Sotto i Talebani vi fu un ulteriore aumento dell’uso di queste pene. Ad esempio nel marzo del 1997 la radio talebana Voce della Shari’ia informò che nella provincia di Laghman era stata lapidata un’adultera. Si ha anche notizia di una variante della lapidazione per gli uomini ritenuti colpevoli di «sodomia»: venivano sepolti sotto un muro fatto crollare sopra di loro. Ad esempio nel 1998 a Kotal Morcha, a nord di Kandahar un carro armato fu usato di fronte a migliaia di persone per far cadere un muro su tre uomini accusati di sodomia.
In Arabia Saudita Paese sostenuto dall’Occidente non c’è un vero e proprio codice penale, né un sistema giudiziario regolamentato. Gli imputati non hanno diritto ad un avvocato e i processi sono segreti e si basano esclusivamente sulla confessione, spesso estorta sotto tortura.
Gli imputati non vengono informati della condanna e non vi è possibilità di appello: nei casi capitali il loro dossier viene soltanto «riesaminato» dal Consiglio Giudiziario Supremo, i cui membri, nominati dal Re, sono ritenuti responsabili dell’applicazione della sharia. La pena consuetudinaria per l’adulterio è la morte tramite lapidazione.

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