sabato 13 marzo 2010

È crisi tra Israele e gli Stati Uniti «Sigillata» la Cisgiordania

l’Unità 13.3.10
È crisi tra Israele e gli Stati Uniti «Sigillata» la Cisgiordania
di Umberto De Giovannangeli

L’appello del patriarca di Gerusalemme: l’occupazione alimenta la violenza
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Da Gaza alla Cisgiordania. Ovvero: una vita da sigillati. Israele ha chiuso per 48 ore la frontiera con la Cisgiordania «per motivi di sicurezza». L’ordine è del ministro della Difesa. Resterà fino alla mezzanotte di oggi.

Le autorità israeliane hanno anche proibito agli uomini di età inferiore ai 50 anni di assistere alla preghiera del venerdì nella moschea al Aqsa di Gerusalemme. Il deflusso dalla moschea è avvenuto pacificamente, ma ci sono stati tafferugli nella zona araba della Città santa, dove la polizia ha lanciato granate stordenti e ha fermato quattro giovani che lanciavano pietre. Incidenti anche a Ramallah e in varie località della Cisgiordania.
La tensione tra i palestinesi è molto alta dopo la decisione del governo israeliano di autorizzare la costruzione di 1.600 case per i coloni a Gerusalemme est che ha portato al congelamento da parte dell’Anp dei colloqui indiretti che avrebbe dovuto avviare in questi giorni con Israele. Il blocco è una misura eccezionale, e da molti anni non si imponeva se non in periodi festivi. Dopo le 48 ore di blocco, si terrà un’ulteriore riunione al ministero della Difesa israeliano per valutare la situazione. Per 48 ore, la gente di Cisgiordania vivrà l’incubo che da tanto più tempo attanaglia i palestinesi di Gaza: l’incubo, reale, di vivere in una immensa prigione a cielo aperto. «L’occupazione militare dei territori palestinesi è dura, arrogante, ha paura degli altri e di se stessa, priva della libertà e dei diritti. Alimenta la violenza e persegue l’umiliazione. Nessun popolo potrebbe accettare un’occupazione simile»: lo denuncia al settimanale Vita il patriarca latino di Gerusalemme Fouad Twal. «La comunità internazionale deve intervenire chiede il patriarca di Gerusalemme soprattutto l’Europa deve fare qualcosa, deve avere il coraggio di dire la verità». Un coraggio che fatica a mostrarsi.
LA LETTERA NON RICUCE
Terminata la visita di tre giorni a Gerusalemme del vicepresidente Joe Biden, una profonda crisi di fiducia si è aperta nelle relazioni fra Stati Uniti ed Israele. Il segretario di stato americano Hillary Clinton ha ammonito il premier israeliano Benjamin Netanyahu che l’annuncio della costruzione di nuove abitazioni a Gerusalemme Est costituisce «un segnale profondamente negativo» nei rapporti bilaterali tra Washington e il governo israeliano. Quello portato dalla Segretaria di stato Usa è un affondo tanto più significativo perché Hillary Clinton è ritenuta la più «filoisraeliana» dell’amministrazione Obama. Altro che «strappo ricucito»: «Questa azione contraria allo spirito della visita di Biden tuona Clinton ha minato la fiducia nel processo di pace e nell’interesse dell’America». Per il quotidiano Maariv il presidente Obama ha reagito «con collera» nell’apprendere dell’annuncio del nuovo rione ebraico a Gerusalemme est durante la visita di Biden. Secondo il giornale, «Se finora Obama prendeva con un grano di sale le dichiarazioni del premier Benyamin Netanyahu, adesso semplicemente non crede più ad alcuna sua parola».
Per il quotidiano Yediot Ahronot Netanyahu è stato «davvero colto di sorpresa» dall’annuncio; eppure è egualmente responsabile dell’incidente diplomatico con Biden «perché sostiene associazioni di coloni estremisti» che cercano di alterare i delicati equilibri demografici a Gerusalemme est. Altri analisti rilevano che le incomprensioni fra Usa ed Israele riguardano anche l’atteggiamento da assumere di fronte alla «minaccia iraniana». Le sanzioni prefigurate da Biden per Teheran appaiono a Gerusalemme non soddisfacenti, fanno trapelare fonti governative.

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