sabato 23 gennaio 2010

La guerra di Gaza negli incubi dei bambini

l’Unità 23.1.10
«Sogno che uccidono papà»
La guerra di Gaza negli incubi dei bambini
Nel rapporto di Amnesty i racconti dei sopravvissuti all’operazione Piombo Fuso lanciata da Israele un anno fa. Il blocco strangola la Striscia: disoccupazione al 40%
di Umberto De Giovannangeli

Quella tragedia è racchiusa in numeri, in storie, in volti. Quella tragedia non ha nulla di «naturale». È la tragedia di Gaza un anno dopo la fine dell’offensiva militare israeliana. A raccontarla è Amnesty International. L’organizzazione per i diritti umani ha raccolto una serie di testimonianze di persone che ancora hanno difficoltà a ricostruire le loro vite a seguito dell’operazione «Piombo fuso», che provocò 1400 morti e alcune migliaia di feriti. «Le autorità israeliane affermano che il blocco di Gaza, in vigore dal giugno 2007, è la risposta al lancio indiscriminato di razzi contro il sud d’Israele da parte dei gruppi armati palestinesi. La realtà, tuttavia, è che il blocco non prende di mira i gruppi armati ma piuttosto punisce l’intera popolazione di Gaza, limitando l’ingresso di cibo, forniture mediche, strumenti educativi e materiale da costruzione», afferma Malcolm Smart, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. «Ai sensi del diritto internazionale, il blocco rappresenta una punizione collettiva e va tolto immediatamente».
A Israele, in quanto potenza occupante, il diritto internazionale richiede di assicurare il benessere degli abitanti di Gaza, tra cui i loro diritti alla salute, all’educazione, al cibo e a un alloggio adeguato. Durante l’operazione «Piombo fuso», dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, furono uccisi 13 israeliani tra i quali tre civili nel sud d’Israele e decine furono i feriti a seguito del lancio indiscriminato di razzi da parte dei gruppi armati palestinesi. A Gaza, gli attacchi israeliani danneggiarono o distrussero edifici e infrastrutture civili, tra cui scuole, ospedali e impianti idrici ed elettrici. Migliaia di case vennero distrutte o furono gravemente lesionate. Delle 641 scuole di Gaza, 280 vennero danneggiate e 18 distrutte. Poiché più della metà della popolazione di Gaza ha meno di 18 anni l’interruzione dei programmi educativi a causa dei danni provocati dall’operazione «Piombo fuso» sta avendo un impatto devastante.
Un anno dopo, Amal 10 anni, porta ancora nella tasca ovunque vada due foto consunte di suo padre e di suo fratello morti durante l’offensiva di Tsahal. «Voglio guardarli sempre», dice, un anno dopo che sono stati uccisi. «La mia casa non è bella senza di loro». Anche Amal è stata ferita e dice che la testa e l’occhio destro le fanno ancora male. Ma il trauma psicologico di Amal è aggravato dal fatto che scappò prima che la madre e i fratelli e sorelle lasciassero la casa dopo gli spari. Quattro giorni dopo fu trovata, semisepolta sotto le macerie, disidratata e in stato di shock, una dei 15 altri sopravvissuti trovati nelle immediate vicinanze quando le ambulanze della Croce Rossa finalmente ottennero il permesso di avvicinarsi abbastanza per tirarli fuori. A scuola, le materie preferite di Amal sono inglese e arabo. «Non conosco molto l’inglese, ma mi piace», dice la ragazzina, che da grande vuole fare il dottore.
Kannan, adesso 13enne, ancora zoppica per il colpo di pistola alla coscia sinistra. Prima della guerra, era un appassionato centrocampista ma ora non gioca più a calcio. Anche per lui, l’impatto non è stato solo fisico. Nei mesi successivi alla sparatoria, ha avuto degli incubi – e fu trovato numerose volte a piangere nel sonno o a gridare «Vogliono uccidere mio padre». «Non va al bagno da solo», dice Zahawa, sua madre, aggiungendo che si spaventa facilmente – per esempio al suono dei colpi di pistola del vicino centro di addestramento di polizia di Hamas. Anche Kannan ha un album per gli schizzi – il consulente che lo ha seguito per quattro mesi dopo la guerra lo ha incoraggiato a disegnare. Dipinge la sparatoria contro suo padre... Bambini spaventati dagli aerei sopra di loro... Una moschea distrutta. Anche gli ospedali hanno subito le conseguenze dell’offensiva militare e del blocco. Le autorità israeliane negano spesso, senza fornire spiegazione, l’ingresso a Gaza dei camion dell’Organizzazione mondiale della sanità, contenenti aiuti sanitari.
I pazienti con gravi patologie che non possono essere curati sul posto continuano a vedersi negare o ritardare il permesso di lasciare la Striscia. Il 1 ̊ novembre 2009, Samir al-Nadim, padre di tre figli è deceduto dopo che il permesso di lasciare Gaza per subire un’operazione al cuore era stato rimandato per 22 giorni. Amnesty International ha parlato con molte famiglie, le cui abitazioni vennero distrutte. Un anno fa, durante il conflitto, Mohammed e Halima Mslih lasciarono il villaggio di Juhor al-Dik insieme ai loro quattro bambini. Mentre erano assenti, la loro casa venne demolita dai bulldozer israeliani. «Quando siamo tornati, c’erano tutte macerie», racconta Mohammed Mslih. La famiglia Mslih ha trascorso i primi sei mesi dopo il cessate il fuoco in una tenda di nylon. Ora è riuscita a costruire un’abitazione permanente ma teme che le continue incursioni israeliane possano abbatterla nuovamente. La disoccupazione a Gaza sta crescendo vorticosamente. Lo scorso dicembre, le Nazioni Unite hanno reso noto che il dato era superiore al 40%. «Il blocco sta strangolando praticamente ogni aspetto della vita della popolazione di Gaza. Il crescente isolamento e la sofferenza degli abitanti di Gaza non possono continuare. Il governo israeliano deve rispettare i propri obblighi legali in quanto potenza occupante e togliere il blocco senza ulteriore ritardo», conclude Smart.

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